Nota di lettura a "Onora la figlia" di Anna Segre
- Sara Vergari

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Se c’è qualcosa a cui la poesia di Anna Segre ci ha abituati già con il precedente La distruzione dell’amore (Interno Poesia 2022) e a cui non viene meno nell’ultimo lavoro, Onora la figlia, è la lingua schietta, diretta che, anche a costo di perdere lirismo, guarda in faccia alla verità delle cose, soprattutto quelle che non si possono dire. In tal senso la morte della madre, tema attorno a cui ruota il libro, non è affrontato in termini simbolici e immateriali, e la perdita, se pur necessaria e dolorosa, non è transeunte ma un fatto tangibile, un affare quotidiano e di famiglia. Soprattutto risiede in un’eredità matrilineare che sposta una forza corporea e vitale da madre a figlia: «Porto la sua protensione verso la libertà, nel mio passo?». Libera di essere altro, di essere figlia e non diventare madre, di dire “Io non sono una proprietà” di ciò da cui discendo. Libera di demistificare senza mezzi termini il rapporto madre-figlia, dicendo ciò che è mancato, l’amore nascosto, le illusioni proiettate sull’altro, «evitarci è stato amarci, / la non relazione / il vero dialogo». In questo rapporto irrisolto – e tale rimarrà- si proietta l’immagine di una Madre che è stata “gramigna”, “suora”, “santa”, “ebrea”, “borghese”, “povera ricca”, un tutto e un potenziale infinito di direzioni per questa eredità che, imperfetta e informe, si tramanda ora nella donna e poeta Segre: «Trovo una radice di fede, io, / di religione, nella madre». Questa rimane nel corpo, nelle radici che esso esprime, nell’essere obbligati a somigliare anche là dove non si vorrebbe, e per questo a ricordare costantemente, come qualcosa che appunto è impressa nella carne e nel sangue. Come ben spiega il testo “Credo venga da mia madre”, non importa allora tutto ciò che non è stato e che non si è realizzato quando rimane una spinta, un potenziale che getta luce sul futuro, «quando sento nel corpo la sua rivolta», e «ho dentro mia madre, / sono piena di idee sue mai pronunciate». Anche la poesia e la libertà di scrivere senza filtri sembrano nascere da qui, da quest’eredità maldestra e inconsapevole, eppure naturale, piena e riconosciuta («perché la lingua è madre»). Quella rivolta che la madre covava dentro ora viene realizzata dall’autrice, ribaltando ogni forma di dover essere sia nei confronti del sé che dell’altro. La stessa sfrontatezza permette invece di appellarsi al padre e ai Padri per disinnescare le gerarchie, per invocare un undicesimo comandamento, “onora la figlia”.

Tutto è fuga dalla sofferenza
ogni cosa può servire alla bisogna
anche la fatica, anche un lavoro ingrato,
perfino un’altra sofferenza.
L’importante è avere un’interruzione
della fame, della sete, dell’irrequietezza
non sentire più quella coscienza soffocante
insopportabile di essere presente
di capire di sentire.
E perciò vale tutto.
Leggere scrivere uccidere e fare figli,
ogni gioco pensabile vale:
pregare lanciarsi con l’elastico drogarsi,
e, per un attimo, essere un tutt’uno
tra se stessi e il tormento di essere sé.
Ma siccome noi siamo smisurati,
nulla può colmare l’abisso che conteniamo,
e, dopo un istante, nuovi appetiti insaziabili
si affacceranno alla nostra anima
senza che sappiamo ricostruirne il perché
e di nuovo saremo criceti
nella ruota dell’insoddisfacibilità.

Anna Segre, medico epsicoterapeuta, ha scritto Judenrampe (Elliot), Il fumetto fa bene (Comicout), 100 punti di ebraicità (Elliot), 100 punti di lesbicità (Elliot), La distruzione dell’amore (Interno Poesia; premio Camaiore), A corpo vivo (Marietti 1820).




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