"Le pellicole di Alma": api, cervi e sacrifici: cenni sulla mitologia nei film di Yorgos Lanthimos
- Giuseppe Cavaleri

- 2 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Quando si parla di cinema e mitologia è inevitabile non fare riferimento a Pasolini che nella sua famelica creatività ha trovato nel mito greco i soggetti per due tra i suoi film più discussi: Edipo Re e Medea con Maria Callas nei panni della matricida. Escludendo i vari peplum che hanno attraversato, alcuni anche calpestando questo rapporto, è interessante segnalare la ripresa, un po’ sgangherata, dell’Odissea fatta dai fratelli Coen con il loro Fratello dove sei? . Di Ulisse e compagnia si attende a breve anche l’immane versione di Nolan, con un Agamennone versione Batman che ha già fatto storcere il naso a qualcuno.
Tra i registi che però costellano la loro produzione di rimandi più o meno espliciti alla classicità Yorgos Lanthimos è sicuramente il più continuo. Da poco al cinema abbiamo visto la sua ultima fatica: Bugonia, con i suoi attori feticcio Emma Stone e Jesse Plemons. Tra i registi più acclamati degli ultimi anni, il cineasta greco è stato capace di coniugare un equazione non sempre automatica come quella tra grande pubblico e autorialità. Partito dallo sperimentalismo dei suoi primi film, come Kinetta e Dogtooth, il regista ha saputo integrare la propria poetica con produzioni più grandi e quindi anche più esigenti dal punto di vista commerciale, e non solo artistico. Dopo il trans-umanesimo di Poor things con l’apprendistato di Bella Baxter da umanoide a prototipo di una nuova umanità, in quest’ultimo Lanthimos riporta in auge uno dei topos più forti della fantascienza filmica e letteraria: l’invasione aliena. Da Siegel con le sue sostituzioni marziane fino alle più recenti opere di Spielberg e Villeneuve, l’autore di The lobster lavora di sintesi, costruendo un film più lineare dei precedenti, ma con gli stessi temi cardine della sua filmografia. I protagonisti, due contadini dello stato della Georgia (nomen omen?), progettano di rapire la manager dell’azienda farmaceutica per cui uno dei due lavora, accusata di essere un aliena, secondo strampalate teorie del web.
Il film sarebbe un remake di Save the green planet, titolo coreano uscito una ventina di anni fa – gli asiatici sono degli esperti in distopie d’altronde – se non fosse per la sottotrama che percorre il testo. All’impianto narrativo ripreso nel suo soggetto infatti Lanthimos, e lo sceneggiatore Will Tracy, aggiungono le sequenze iniziali sulle api che trovano sponda nel titolo stesso dell’opera, diventando quindi essenziali per l’interpretazione dell’enigmatico titolo stesso del film, quanto ammiccante tanto elusivo.
Il rimando è infatti a una credenza diffusa nel mondo classico che vuole gli insetti autogenerarsi dai resti di altri animali. Smentita dalla scienza moderna, l’idea di una genesi consequenziale alla morte è ripresa nel quarto libro delle Georgiche di Virgilio. Aristeo[1], colpevole della fuga e quindi della morte di Euridice a causa di un serpente, vede le proprie api ammalarsi e non produrre miele. Su suggerimento della madre Cirene, immola dunque quattro tori, altrettante vacche e un vitello a Orfeo: E qui d'improvviso un prodigio incredibile appare:/ fra le viscere disfatte degli animali /per tutto il ventre ronzano le api,/brulicando dai fianchi aperti,/ in nugoli immensi ne escono/ e, raccogliendosi sulla cima di un albero,/ pendono a grappoli dalla curva dei rami spezzati.
Il rimando a questo mito da parte di Lanthimos ci riporta a un tema chiave della sua poetica: il sacrificio. Teddy e il cugino Don, contadini alle prese con la moria delle proprie api come Aristeo, rapiscono la presunta responsabile per chiederle di interrompere qualsiasi manipolazione genetica in atto, disposti a ucciderla per ristabilire l’equilibrio violato.
Se nei film precedenti è ancora possibile la continuazione della vita in forme all’apparenza plausibili, in Bugonia non è più possibile alcuna forma di riallineamento. La sequenza finale, che strizza l’occhio a distopie serali alla Black Mirror, ci consegna un post-umano dove il sacrificio conseguente a una minaccia, motore narrativo di molti film del regista, questa volta non restituisce niente e non permette nessuna forma di salvezza o via di fuga.
Oltre a quest’ultimo film, la produzione del cineasta greco però è disseminata di riprese della classicità. L’elemento mitologico costituisce nei film dell’autore greco il punto di rottura di fronte al quale i personaggi deragliano «verso spirali autodistruttive che chiamano in causa la crisi della ratio occidentale e il dominio di un inconscio mai domato né compreso[2]». Dai cortocircuiti linguistici di Dogtooth fino alla esplicita citazione nel film che consolida il successo oltre oceano del regista: Il sacrificio del cervo sacro. Qui la famiglia di un affermato chirurgo (Colin Farrel) e della moglie (Nicole Kidman) si trova alla prese con una minaccia anche in questo proveniente dall’esterno che li porterà, proprio come Agamennone nella tragedia di Euripide, a tentare di ristabilire l’ordine tramite un sacrificio.
Contrariamente alla tragedia greca però non interviene alcuna divinità a impedire l’irreparabile, ma i protagonisti rimangono immersi nella loro empietà, incapaci di decifrare qualcosa che sfugge alle regole della logica e della razionalità.
Se, come diceva Barthes a proposito delle ideologie moderne, «il mito non semplifica le cose, le istituisce come natura ed entità[3]», allora nei film dell’autore ateniese la vicenda scatta al momento in cui il potere strutturale e politico viene messo in discussione, portato a un limite dialettico e umano che permette di ragionare intorno al significato stesso di quella credenza. Alla periferia di una grande città greca, tra i grattacieli e le cliniche ipertecnologiche di Chicago o ancora nell’America rurale e di provincia, i personaggi di Lanthimos vivono il tormento degli dei, le loro vicende portano la gravità della tragedia, facendo i conti con il superamento della misura e i successivi tentativi di ristabilirla. A differenza dei miti classici non abbiamo però nessun deus ex machina che compare per sciogliere la vicenda, ma i personaggi rimangono sommersi nella loro contemporaneità sacrilega e perturbata.
Sullo sfondo di un nichilismo che film dopo film si fa via via sempre più radicale, e che sempre meno permette una qualche forma di redenzione.
[1] Virgilio, Georgiche IV 530-558, a cura di A. Barchiesi, Mondadori 2003
[2] Roberto Lasagna e Benedetta Pallavidino, Anestesia di solitudini – Il cinema di Yorgos Lanthimos, p. 11, Mimemis, 2019




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