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  • Andrea Conti

Nota di lettura a "Granito e bauxite" di Marco Tufano

Granito e bauxite di Marco Tufano (Transeuropa, 2019) si apre, programmaticamente, con una citazione da Stalingrado degli Stormy Six – e dico programmaticamente, perché saranno quei pochi versi, incentrati sulle «macerie» di una città che resiste «come l’acciaio», a imprimere a tutto il libro una chiave di lettura molto particolare.

Tufano, infatti, parla da una città sotto assedio, in cui l’esistenza quotidiana assume le sembianze di una guerra di resistenza e logoramento, e la vita interiore, schiacciata dal grigiore anonimo delle palazzine di periferia, si trasforma, sintomaticamente, in una «trincea / disarmata» (p. 18). Il ricco e sostenuto apparato metaforico, condotto a volte in direzione dell’analogia («le barricate / delle nostre esistenze», p. 12), tende insomma a trasfigurare il vagare senza meta in una fuga da qualcosa che avviene alle spalle, che è già avvenuto, che ha reso quel mondo periferico un desolato «reperto di se stesso» (p. 9). Persino l’ombra, inseguita tra le colate di cemento dei complessi residenziali, più che dare sollievo diviene una «tregua sanguinante» (p. 9).

Ma se la prima sezione (Granito, appunto) spinge su questo acceso e angosciante metaforismo bellico, la seconda (Bauxite) si distende un po’, orientandosi su un’indagine della quotidianità come tempo circolare, ritornante («questa eterna quotidianità», p. 36). Da qualche parte si continua a combattere («una guerra rimane vicina», p. 42), ma il suono della battaglia arriva come in sordina, e a prevalere sono ambienti domestici, intimi, o comunque familiari. Il tessuto linguistico si normalizza, abbandona molti dei violenti scatti metaforici della prima sezione, pur restando molto teso e non mancando di felici inserti quasi aforistici («niente in compenso ci sarà insensato / al di qua di ogni fine», p. 41).

Questo libro si inserisce, in definitiva, all’interno di un filone di lirica riflessiva, di matrice etico-esistenziale, che ha alle proprie spalle una nota e nobile tradizione novecentesca (da Sereni a Raboni, da Fiori a Buffoni, a Pusterla). Pur non mancando di qualche piccola caduta, soprattutto quando la tensione metaforico-analogica genera accostamenti un po’ stridenti («desideri arcobaleno»; «sogni a dondolo», p. 17), la dizione di Tufano si mantiene ferma e assoluta, sospesa tra realismo descrittivo (marca dominante della raccolta) ed evasione immaginifica. Ne escono testi formalmente eleganti, densi di figure e di insistenze ossessive; inquietanti diapositive da una periferia che sotto il grigiore del cemento nasconde verità perturbanti, messaggi da un mondo eternamente postumo perché eterno residuo di battaglie che si combattono altrove.




Cosa rimane sui basamenti delle nostre sagome

se ci lasciamo scolpire fin dentro agli organi interni,

alle convulse linee linfatiche.

Facciamo che ci penetri la mano delle divinità

che sono per noi àncora al terriccio umido,

ai fanghi mobili dell’incompletezza per un dono

di disequilibrio. Così mentre oscillo sulle mie

ginocchia di granito, mi creo ed esisto.


*


Secondo l’iride dei battiti mancati

la verità è un deragliamento dei tempi,

una svista in mezzo a nomi di fantasia

quando scostiamo le sedie d’ufficio

concesse dal mercato senza bellezza

o quando sui tavoli bui

deponiamo gli istinti e sopraffatti

guardiamo gli arcobaleni sullo schermo

nelle finestre di dialogo e non parliamo mai

di come sarebbe stato, se non fosse stato.


*


Scorrevano a decine le abitazioni

eppure tutto mi era sospeso in quegli istanti

di vuoto e polveri sottili ingoiate in un colpo

solo di nuovo come le volte precedenti

in cui c’era tempo da dosare e dossi artificiali.

Ci sono ancora ipotesi sotto i nostri pneumatici,

extrasistole per la strada che ancora c’è da fare:

niente in compenso ci sarà insensato

al di qua di ogni fine, fosse anche per un ultimo

tuffo al cuore.


*


Questo cielo stellato che ci lega ai respiri sulla nuca

precipita in disordine sui capelli, sui fili dell’alta tensione

che sorvegliano le periferie incastrati tra i passi

e disegnano trame diverse dalle costellazioni

di un’altra luminosa consistenza.

Ha senso solo vomitarsi nelle pupille

tutti gli sguardi del mondo

per dirsi tutto il niente

di questa inspiegata bellezza


Marco Tufano nasce a Napoli nel 1989; in adolescenza predilige gli studi classici, poi si iscrive al corso di laurea in Editoria e Pubblicistica. Consegue la laurea nel 2016 con una tesi di ricerca sul giornalismo letterario e la letteratura giornalistica nel binomio Pessoa-Tabucchi. Nel 2016 è finalista al premio “Poesia di Strada” (giuria presieduta da Maria Grazia Calandrone) ed è tra i primi 25 al “Premio Zeno”. Nel giugno 2017 pubblica la sua silloge d’esordio Principio Verticale (96, rue de-La-Fontaine Edizioni – Grosseto), con questo nel 2018 riceve una menzione speciale al Premio “Aoros – Valerio Castiello”; il centro Cultural Tina Modotti ha tradotto un suo testo in spagnolo; suoi testi sono comparsi su «La Repubblica» di Napoli per la “Bottega di poesia” a cura di Eugenio Lucrezi, sul blog “Bibbia d’Asfalto” e su “InVerso – Giornale di Poesia”; note critiche alle sue pubblicazioni sono state curate da Mario Famularo per “LaboratoriPoesia”.

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