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  • Mario Saccomanno

Nota di lettura ad "Asintoti e altre storie in grammi" di Davide Rocco Colacrai

La poesia può essere una fida compagna della propria esistenza e può assumere i tratti di uno strumento capace di decifrare e innalzare la conformazione di un momento, la forma di un pensiero, il peso di un ricordo. È questo l’assunto da cui partire per cercare di snocciolare le caratteristiche peculiari della silloge Asintoti e altre storie in grammi di Davide Rocco Colacrai (Le Mezzelane Case Editrice, 2019). Non solo: risulta proficuo riferire già in apertura che per l’autore i versi sono il mezzo più efficace per prendere una posizione ben marcata nei riguardi degli snodi storici che hanno contrassegnato il conformarsi dell’attualità. Dunque, data la natura di questo approccio poetico, tutti i temi contenuti nella raccolta tendono a confluire nella creazione di un sottile strato fatto di sentimento e razionalità in cui anche il raccontare diventa pur sempre un raccontarsi.

Quanto affermato emerge a gran voce sin dalla prima sezione della silloge che non a caso porta il nome di Soliloqui. Infatti, si nota facilmente come ogni scelta poetica compiuta da Colacrai sia sempre ponderata e poggi su riflessioni ben particolarizzate. Così, il momento meditativo viene posto come aspetto imprescindibile per far sì che si possa godere compiutamente di quanto ci si è prefissati. Tramite la costante e accurata riflessione del proprio vivere nel presente Colacrai riesce a scuotere la dannosa bonaccia che altrimenti contrassegnerebbe inevitabilmente la quotidianità.

Per quanto detto, si può già far cenno a uno dei capisaldi della raccolta: il legame imprescindibile che intercorre tra arte e filosofia. Del resto, proprio il soliloquio è un modo d’agire che contraddistinse il filosofo e teologo romano Agostino d’Ippona (354-430). Infatti, i dubbi che segnarono la sua esistenza vennero sottoposti al vaglio di un interlocutore interiorizzato, un altro sé avente come caratteristica peculiare quella di dubitare, confutare e riformulare continuamente i risultati ottenuti. Questa dinamica, sotto forma artistica, si ritrova ampiamente in Asintoti e altre storie in grammi.

Si tornerà in conclusione su questi aspetti. Di sicuro, risulta evidente che il processo poetico-esperienziale presentato da Colacrai si mostra articolato e faticoso. Anche per questo motivo, l’autore dissemina nel testo numerose citazioni, svariate epigrafi e non cela mai tutti i debiti letterari e cronachistici che formano l’ossatura della sua poetica. Sono appigli utili sia per l’autore, che fa costantemente i conti con un nuovo orizzonte da afferrare, sia per il lettore, che si affida a questi rimandi quasi fossero bussole capaci di indicare la rotta del viaggio poetico proposto.

È proprio quest’ossatura che permette l’analisi accurata di singoli aspetti che a sguardi disattenti potrebbero sembrare secondari. Un’esemplificazione di questo modo di procedere è il Neruda che il lettore incontra nei primi versi della raccolta. Il poeta cileno viene presentato attraverso la descrizione della sua infanzia che Colacrai tinge ampiamente già di numerosi tratti poetici. Riportando qualche verso, l’autore afferma che «il silenzio del mondo gli parlava / la materia era il suo alito», «l’oceano la sua platea» e «il tempo la sua cura». È in questa comunione con l’universo, rinvenuta in un contesto distante dalle immagini solite che marcano Neruda, che Colacrai può inserire facilmente nei suoi versi quei tasselli riflessivi di cui si diceva poc’anzi. Da questo modo di procedere, si giunge a quell’azione tipica dell’autore che tende spesso quasi a sovrapporsi a quanto sta presentando al lettore.

Molte delle poesie contenute in Asintoti e altre storie in grammi sfociano in urla di protesta. Ad esempio, accade ne Il quarantesimo scalino, in cui vengono descritte le violenze e le discriminazioni subite dagli hijra, oppure ne I girasoli o ancora nei versi che formano la struggente Volo con tonfo di un trombettista malato di mente, vestito da monaca. Eppure, la composizione che forse più di tutte semplifica la comprensione dei temi finora passati in rassegna è L’ultimo colore delle cose (11/09/2001). Infatti, è in questo contesto che si nota facilmente come l’io poetico e riflessivo della prima strofa riesca a fondersi fino a diventare un noi capace di dare senso, risoluzione e anche una fragile speranza.

È solo attraverso il passaggio inevitabile nella solitudine che si può giungere alla conciliazione di due tasselli altrimenti percepiti come opposti: Aristotele e Dante, filosofia e poesia. Dunque, occorre capire come sia possibile accettare il linguaggio poetico, fino a considerarlo quello più appropriato, per un autore, Colacrai, i cui versi restano pur sempre debitori di quella sfera razionale, di quegli aspetti riflessivi e di quel costante bisogno di autoanalisi. La comprensione di questo aspetto risulta essere la chiave di volta attraverso cui approcciarsi alla raccolta con piglio differente. Per capire come lo scontro quasi inevitabile tra poesia e filosofia possa mutare in concordia occorre far cenno a due componimenti, non a caso complementari, presenti nel testo: Aristotele e i segreti dell’universo (I) e Dante e i segreti dell’universo (II).

È in questo frangente che Colacrai mostra come la differenza inequivocabile che intercorre tra un modo di vivere capace di «mordere il mondo» e un altro contrassegnato dal pensare venga azzerata completamente dall’amore incondizionato per la solitudine. Proprio nella solitudine si è intenti a rovistare sia se stessi, sia il mondo intero per trovare nuove parole capaci di offrire una definizione accurata e capaci anche di formare, citando l’autore, «un equinozio d’amore / che tende all’infinito, a Dio». È proprio questo agire che tende indefinitamente, tassello dopo tassello, verso la sua meta che spiega anche i termini “asintoti” e “grammi” utilizzati nel titolo della raccolta. A quanto detto, in conclusione, occorre aggiungere che questa eterna azione sottende anche il bisogno di tornare sui propri passi, senza che questo implichi affatto il timore di contraddirsi, poiché, mostra più volte Colacrai, proprio attraverso il ritorno a sé si diventa in grado di spazzare via ogni ombra che riveste la quotidianità.


Quando Neruda sognava sogni che non erano d’oro, forse


“e mi commuove un volo, l’incerta

direzione di una foglia, il rotondo

occhio di un pesce immobile nel lago,

le statue che volano nelle nubi,

le moltiplicazioni della pioggia”


La sua era un’infanzia fatta di parole che non si poteva guarire,

il silenzio del mondo gli parlava,

la materia era il suo alito,

penetrava i sogni e, con essi, dilatava la misura delle cose,

l’oceano la sua platea,

il tempo la sua cura,

l’ombra stretta dove pulsava al vento il suo corpo

al ritmo da guitarrista del suo Cile.

Era affamato di tutto,

il più minuscolo granello spostato dal passaggio obliquo di una farfalla un miracolo,

per ogni miracolo un fuoco dentro

che sprigionava parole,

le parole a imprimere un senso al mondo, una speranza,

più forte della pioggia, e anche della morte,

il suo canto alla vita,

a quello che, come brace, andava a comporsi e scomporsi

dietro la pelle, spessa e dura, degli adulti.

Faceva l’amore con l’universo sottovoce, e poi lo inventava,

e addosso, con sé, il dolore.

Era evidente che Dio lo avesse dotato di un asse, preciso e infallibile,

più infinito dello spazio, e necessario.

La sua era un’infanzia fatta di parole che non si poteva guarire,

decisa nel suo assolo, come quello del chucao,

oltre la terra, e la solitudine,

il buio e le nottole, oltre la resina dei sensi, attorti ai cuori di coloro che non sognavano più.


L’ultimo colore delle cose (11/09/2001)

“Risorgete, risorgete,

non più torri, ma steli,

gigli di preghiera”


È un martedì di settembre,

le strade bevute dalla stagione,

il naso a bucare l’aria, quasi a ricercare

quell’odore, d’immenso e liquido amniotico, del dormiveglia accanto,

i pensieri di traverso sul cuore,

l’ansia, e i marciapiedi ad esalare il silenzio del viavai,

gli spazi veloci, quasi inconsistenti, dei passi,

i sogni annodati al nodo della notte,

quella che mi ero ripromesso essere l’ultima sigaretta,

i rumori, e il loro sovrastare la solitudine della città,

il mio sentirmi estraneo

quando sopravvivere è un atto d’amore.

La morte è un madre improvvisa, che cammina scalza, a capo chino,

che risveglia da ogni poro il nostro nome

e la sua storia, ne spoglia il corpo,

ricolma bocche che hanno perso la forma,

zittisce il canto del tempo, annulla quel tic-tac evanescente

che satura anche la pioggia,

inventa chimere d’insonnia, lontane da qui,

e inganna il ricordo, e nega la terra

quando il domani è uno scarabocchio d’attesa.

Parleranno di noi, quando l’alba avrà morso la vendemmia di fiamme,

dopo che il dolore avrà saziato

e l’ultima preghiera raggiunto il poi

parleranno di noi, quando l’azzurro avrà raccolto le nostre membra,

dopo che il sangue avrà lavato il giorno

e le macerie salvato l’ultimo colore delle cose.

Come baci fioriremo dietro l’infinito, tra il vento e la parola,

dove la bellezza non ha fretta.

Era un martedì di settembre, ovvero lentamente e impercettibilmente fu.


Aristotele e i segreti dell’universo (I)


“Girare le pagine, con pazienza

in cerca di significati”


Mi chiamo Aristotele, come il filosofo,

ho ereditato il nome da mio nonno,

un uomo saggio e sereno, con una straordinaria urgenza di vivere

e godersi la vita che gli esplodeva dagli occhi,

accesi come le stelle nel deserto di notte, e dalle guance,

così sode e floride, così vere

come pronte per rotolare via, a mordere il mondo.


Non potevamo essere più diversi, il nonno ed io:

la stessa radice, e lo stesso nome,

ma io amo la solitudine, la pioggia quando la colma

e insieme colma me, sentire il silenzio scivolarmi dentro

e affacciarsi poi come sogni e pensieri,

allacciarsi alle paure e fare di me

un uomo che aspetta: cosa di preciso ancora non l’ho capito.


Ho un solo amico: si chiama Dante, proprio come quel Dante lì:

con la solitudine cucita addosso,

inquieto come il vento, cerca le parole, ovunque si trovino,

anche nel cielo; ingenuo e ineccepibile, come solo un fiore sa essere,

ti spoglia dei giorni, e impollina con te

la terra, ancora molle, di un equinozio d’amore

che tende all’infinito, a Dio.


Insieme andiamo alla scoperta dei grandi segreti,

quelli che trapuntano l’universo e tengono sveglia la nostra solitudine


quelli che ci rendono piccoli grandi ecotoni del cuore.


Come il poeta e il filosofo: a renderci speciali.


Giurista e criminologo, Davide Rocco Colacrai partecipa da dodici anni ai Premi Letterari e nel frattempo ha ricevuto numerosi riconoscimenti, molti internazionali ed europei. Tra gli ultimi: il Premio “Città di Tollo”, il Premio della Giuria al Premio Biennale “Ugo Carreca”, il Premio Letterario Europeo “Massa, città fiabesca di mare e marmo” (aggiudicato per il secondo anno non consecutivo) e la Medaglia di Bronzo per Meriti Letterari al Premio Internazionale “Medusa Aurea” organizzato dall’A.I.A.M. (dopo due medaglie d’oro consecutive). È autore di otto libri di poesia, che ama presentare con spettacoli di “poesia in teatro”. Per le sue performance poetiche ha ricevuto il Premio “Affabula – L’arte di raccontare storie”. Nel tempo libero, è autore radiofonico per whiteradio.it, colleziona 45 giri da tutto il mondo (ne possiede duemila), ama leggere, praticare sport all’aria aperta con il suo cane Mitty e viaggiare.

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