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  • Martina Toppi

«Il tuo nulla non ha niente di personale»: recensione a "Autopsia (reiterata)" di Dario Talarico

Leggendo Autopsia (reiterata) (Puntoacapo Editrice, 2022) di Dario Talarico mi sono chiesta se le coincidenze esistano: una domanda che assilla buona parte della nostra esistenza e torna a fare ciclicamente capolino quando i tasselli del puzzle per qualche momento o strano motivo combaciano. Me lo sono chiesta perché nell’ultimo periodo mi è capitato di trovarmi ad avere a che fare col fenomeno dell’eco. Se questo non fosse accaduto, mi viene difficile pensare che sarei riuscita a scrivere una nota di lettura per questa raccolta che è un “poema logico-filosofico”, come lo definisce il suo stesso sottotitolo.

C’è, in quest’espressione, un’eco del Tractatus di Ludwig Wittgenstein, come ricorda Alessandro Pertosa nella postfazione, utilissima a penetrare la leggibilità non sempre trasparente di versi che si spandono come inchiostro tra il regno della poesia e quello della filosofia. “Poema”, dunque perché raccolta unitaria di versi, ma anche “logico-filosofico” perché come un acrobata si sporge dal filo della poesia verso altri e nuovi abissi, che la filosofia schiude.

L’eco dunque è in primis escamotage letterario, uno strumento intertestuale che sussurra, restando innocuo per il lettore che non voglia addentrarsi in questi rimbalzi di suono, ma capace di farsi sentire da chi interroghi le tante voci che si sovrappongono a formare la poesia di Talarico. Il suo è un debito contratto con tanta filosofia, da Parmenide e Lucrezio, passando per Heidegger, Nietzsche, Pascal, Cioran, ma anche il Libro dei Proverbi, i maestri vedici e molta altra mole filosofica che Pertosa si accerta di indicare nella sua postfazione.

In che senso allora eco? Facciamo un passo indietro e ricordiamoci di cosa parliamo quando parliamo di eco. L’eco è un fenomeno fisico, acustico, per cui un suono, una volta emesso, se si riflette contro un ostacolo ripercorre a ritroso il proprio tragitto facendosi udire nuovamente nel luogo stesso in cui è stato emesso. Ma l’eco non è solo un fenomeno casualmente dato per la conformazione dell’ambiente in cui il suono viaggia: può anche essere azione intenzionale di chi ripeta un suono già sentito, modulando la voce per creare quell’effetto di rimbalzo che sospende il tempo in una ripetizione imitante, a tratti giocosa, a tratti terribilmente o tragicamente seria.


xxxv.


Non cercare la verità di qualcun altro; batti un’altra strada: questo affannarsi di falene sui lampioni non rende luna una lampada.


xliv.


Non arriverai mai dove non eri. Ogni nuovo passo

è l’antenato del primo. Lo sa la storia, lo sa il mondo: non c’è eternità ― che non finisca in un secondo.



L’eco di Talarico è allora in prima istanza meta-letterario nella misura in cui i suoi versi echeggiano, dopo averlo sapientemente saccheggiato, un bacino filosofico profondo quanto il tempo. Talarico lo rifrange in versi scarni, costruiti di parole levigate come quei piccoli ciottoli che i ragazzi lanciano dalla riva verso la piatta superficie lacustre. E se il polso è allenato e lo sguardo centrato sul punto esatto, allora il sasso rimbalza più e più volte, lasciandosi dietro, a ogni tocco, nuovi cerchi concentrici che si allargano e moltiplicano fino a sparire, riassorbiti dalla liquida massa silenziosa. Così le parole di Talarico si ripetono, con un ritmo mai banale, e si richiamano da una pagina all’altra, non per caso, ma con l’intenzione di chi urla tra le montagne o lancia un sasso, che poi affonda in muti abissi di senso o si perde nell’aria rarefatta.


lix.


L’incapacità di mondare la morte reclama gloria, reincarnazione e memoria. Tra i più grandi ― qui sono crollati. Ma riuscire a vedere la luce di una stella spenta, ti ricorda appena quanto sei distante da quella.


lxi.


Qualsiasi cima è soltanto metà strada.

Un buon pensatore non è quello in grado

di scalare una montagna, ma quello capace di ritornare a casa. Abbi cura ― della vetta più alta: l’abisso è un precipizio ―

solo se non ti resta aria per riaffiorare a galla.


I versi di Talarico sono poesia, certo, ma sono anche filosofia nella misura in cui destano quella stessa meraviglia dei ragazzi incantati dal tramonto riflesso e spezzato dalle loro pietruzze. E sono filosofia nella misura in cui, gettandosi a capofitto, interrogano il fondale distante. Ma la superficie dell’acqua distorce le immagini, così come l’eco trasforma i suoni: parole e pietre vibrano e diventano illusione di una voce che ritorna, di una forma spezzata che si immerge negli abissi. Per questo motivo la poesia di Talarico non è solo eco precisa, razionale, perfettamente costruita di filosofi sapienti, ma sa anche farsi voce oracolare, che porta con sé solo l’illusione di una risposta.


lxvi.


Anche la volta dell’oceano necessita di un fondale. E tu, senza un linguaggio ― come pensi di pensare?


lxx.


Alla giusta distanza puoi confinare l’orizzonte

fra pollice e indice. Basta chiudere un occhio.

Ma un’illusione può decifrare solo un altro gioco: non si comprende il mondo, accecandosi un poco.


Il suono di questi versi sincopati, come quello dei ciottoli quando sfiorano l’acqua, afflitti da una sospensione irrimediabilmente finita, che i tanti enjambements di queste pagine celebrano, è invito a immergersi lontani dal cielo, nelle acque fredde dove i significati stanno sospesi come grappoli di alghe tra cui farsi strada. Palombaro incuriosito e ragazzo divertito, oracolo ammiccante e anatomopatologo preciso: Talarico si giostra tra tante voci, in un esperimento letterario se non inedito, perlomeno raro come un tesoro nascosto sul fondale.


cvi.


Risuona lontano dalle pagine il canto della carta. È un’aria di fibre e di boschi, di piogge e di luce. Lo senti lo strazio? È il paradosso ― di chi scrive sapendo che non c’è libro che valga un albero.


cxiii.


È stato il bosco, dici, a insegnarti che il tuo nulla non ha niente di personale. ― Non c’è una colpa

o una ragione. Dove il tuo niente è più profondo vive tutto lo splendore ― di questo stare al mondo.


Dario Talarico nasce a Roma nel 1990. Suoi testi sono apparsi in volumi di poesia contemporanea quali Trifolium (Caravaggio, 2010), le antologie 2013 e 2014 del Premio Alda Merini e Il Segreto delle fragole (a cura di G. Oldani e M. Bignotti, LietoColle, 2015). È stato presentato in diversi programmi radiofonici e ha rilasciato interviste televisive per Se Scrivendo e 10 libri della piattaforma Sky. Nel 2013 ha tenuto a Trieste la relazione Artigianato artistico durante il Forum Mondiale «Right to Dialogue», e l’intervento è stato pubblicato nel volume bilingue Città / Globale - Global / City (a cura di G. Valera Gruber, Ibiskos, 2014). Ha collaborato con blog e riviste letterarie quali La poesia e lo spirito, L’EstroVerso e Monolith. Dopo aver ritirato i primi due libri dalle stampe, rimane in commercio La farfalla di piombo (LietoColle, 2013) e Il coraggio di non lasciare il segno (puntoacapo, 2019 – finalista Di Liegro XI edizione e Menzione Speciale Alda Merini V edizione). Ha vissuto in un bosco per circa quattro anni. Dirige, con Alessandra Corbetta e Valerio Massaroni, la collana "Controcorrente" per Puntoacapo Editrice.


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