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  • Emanuele Andrea Spano

Nota di lettura a "Subcultura" di Valerio Succi

Un libro di poesia o un libro sulla poesia? Questo il primo interrogativo che mi sorge spontaneo non appena conclusa la lettura di Subcultura di Valerio Succi, un denso e corposo volume uscito nel 2021 per Terra d’ulivi. Fermo restando, ovviamente, che le due cose possono coesistere, a patto che l’una non sconfini nella sfera dell’altra e non la invada, mi sono chiesto che cosa fosse quell’oggetto che mi trovavo davanti, tanto era stato profondo e destabilizzante l’impatto con quel libro capace di riaccendere una tale quantità di interrogativi, di addensare una cortina così spessa di nebbia su tante piccole certezze che, da persona che frequenta la scrittura da un po’ di tempo, credevo di essermi conquistato. Un romanzo, o almeno l’involucro del romanzo svuotato e ricostruito dall’interno sotto una chiave squisitamente, e non meramente, filosofica; un saggio, scivolato nella tentazione di fare della letteratura, abdicando la sua funzione sterilmente didascalica; un pastiche di prose liriche, abilmente cucite fino a tessere un qualche filo narrativo?

Forse, o forse tutte queste cose insieme, senza la necessità di rientrare in un contenitore esatto. Una fascinazione, quella di questo libro, per tanti versi disturbante nella sua ambiguità, che credo di aver avuto solo davanti al Rilke dei Quaderni di Malte Laurids Brigge o al Leopardi delle Operette Morali. Lì, per tante ragioni, non ho avuto alcun dubbio di avere davanti della poesia, come qui avverto la tensione della poesia percorrere queste pagine, più in superficie o sotterraneamente, a seconda del passo dell’autore. Una poesia che lavora prepotentemente sotto la parola e che alimenta quella parola, una poesia con i suoi costrutti, la sua grammatica, che sa trascinare l’intonazione fino al limite della cantabilità più ossessiva – con il suo gioco di allitterazioni, di assonanze, di false rime – o elevarla fino alle porte del tragico o del sublime. «Sono io dunque un poeta?» si domanda il protagonista – o narratore – nel suo monologo teso, che si apre al dialogo, alla dissertazione, al libero fluire del pensiero, a negare, o rilanciare, la netta asserzione corraziniana del «non sono un poeta». E ancora quasi si domanda se chiunque, possa esserlo, un poeta, se si possa fare della poesia solo mettendo in gioco la nostra di vita, spiaccicandola sulla pagina, espandendola fino a “raccontare” anche l’altro che sta fuori di noi. Questo si chiede in fondo il nostro personaggio, chiuso dentro la Biblio di Bagna – deformazione o compressione di quella Biblioteca di Bagnacavallo che ha un corrispettivo reale nel mondo vero – da solo come in una bolla accartocciata su se stessa, intento a ordinare, riordinare e archiviare un mondo che sfugge da tutti gli scaffali e si fa vita. Scaffali che raccolgono le vite degli altri che gli altri hanno forse cercato di lanciare oltre il confine terremotato del presente con la loro parola, archivi che strabordano della vita vera di quel paese, di quel luogo che si agita oltre le finestre impermeabili di quella biblioteca, sale vuote che le parole invadono e annegano. Già nel gesto dell’archivista c’è una potente metafora di ciò che la letteratura stessa spesso tenta di fare, pur ammettendolo raramente: di dare ordine al disordine, di archiviare, indicando uno scaffale che quelle cose possa accogliere e dar loro un senso. Ma c’è poi l’idea stessa di un confine, labile e tanto sfuggente, tra un dentro e un fuori, tra il nostro dentro e il fuori dell’altro, che da sempre è la risorsa e la dannazione di chi scrive. La riflessione, se è lecito definirla in questi termini, si spinge ben oltre però sul valore stesso della finzione in letteratura, sulla funzione della “fantasia”, sul rapporto costante tra vita e poesia, se è vero, come scrive, che «la scrittura chiama in causa la vita», sul fatto che si possa raccontare, definire in poesia qualcosa che realmente non abbiamo vissuto, che si possa fare della letteratura civile senza essere parte di quella civiltà cui vorremmo dar voce, senza che sulla nostra pelle sia passato quel mondo di cui ci illudiamo di conoscere gli ideali, le paure, i tormenti. Una ressa di interrogativi che non trovano una risposta vera, definitiva, che aprono a un’ironia amara, neppure troppo velata, verso l’edonismo dilagante di una certa scrittura, verso l’autoreferenzialità di troppa pseudo letteratura. E il nostro protagonista, che si districa tra i suoi fantasmi, il suo ruolo di archivista e i suoi dialoghi surreali, non ha la presunzione di essere poeta, di avere aggiunto qualcosa, ma sa che il suo gesto, per quanto insignificante nell’economia del tutto, ha una ragione d’essere. Se questo libro è dominata dall’ “oggi”, quell’oggi che campeggia spavaldo a ogni apertura di pagina, e che azzera l’ambizione più intrinseca della poesia, quella di sopravvivere a chi l’ha creata ed eternizzare, Succi riesce a portarci oltre i limiti del tempo umano e a farci comprendere che il gesto della scrittura, se pure non ci salva e non ci redime, è una segno tangibile del nostro essere uomini e, come tale, resta e sopravvive a noi.


Valerio Succi (1998) vive a Bagnacavallo ed è laureando in lettere moderne presso l'Alma Mater Studiorum – Universirtà di Bologna. È presente in diverse antologie poetiche: Novecento non più – verso il Realismo terminale, La Vita felice, 2016, Nessun dannato orologio, SensoInverso Edizioni, 2015, e I giorni alla finestra - Racconti da un tempo sospeso, ilSaggiatore, 2020. Suoi componimenti inediti sono stati pubblicati su alcune riviste online quali Atelier, di cui uno tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti, LimesLettere, almerighi - aMargine come sempre. La sua opera d’esordio in versi si intitola Primo, Terra D’ulivi edizioni, 2018. Co-dirige la rivista digitale artistico-poetica Spine Produzione (https://spineproduzione.com/)


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