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  • Sara Vergari

Le Giovani Interviste di Alma: Simone Burratti

Continuiamo con Simone Burratti il nuovo spazio "Le Giovani Interviste di Alma", dedicato alla messa a fuoco del pensiero e della poetica di giovani autrici e autori talentuosi.


I primi sette appuntamenti saranno dedicati alle poetesse e ai poeti inclusi nel Quindicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos 2021).



La tua raccolta, Nuovi modi per uscirne, contenuta nel “Quindicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea” (Marcos y Marcos 2021), si apre con una dichiarazione che lascia spiazzato il lettore rispetto alla possibilità a cui il titolo teneva appesi («Volevo scrivere un libro che finisse bene, / un libro-risalita, o un libro luce», «Non volevo scrivere un libro così»). Invece no, non ci saranno soluzioni o modi per uscirne, ma uno spazio tra pensiero e linguaggio dove dire il vero senza filtri. Un vero che raschia fino in fondo e denuda l’Io del superfluo senza paura di ridurlo al pavido verme che si torce indietro, come dice il Faust di Goethe. Affidi alla poesia un ruolo ancora più alto, quello di farsi l’unico luogo libero dal dover essere (una maschera della società, un modello da rispettare, un riflesso delle aspettative di sé e degli altri). Eppure, lo spazio che hai costruito riesce a far sentire una voce anarchica e fuori dagli schemi dentro una forma metrica, sintattica e linguistica perfettamente pensata e strutturata. Come ti sono venuti incontro questi tre aspetti o, al contrario, quali ostacoli hanno causato nella realizzazione del tuo discorso poetico?


Il testo in apertura alla raccolta è molto vecchio, di 9-10 anni fa. Doveva essere l’incipit del mio primo libro, Progetto per S. (NEM 2017), ma l’ho cassato molto presto quasi per scaramanzia, con la speranza di chiudere il lavoro con una direzione di apertura che alla fine non c’è stata. Si prestava dunque meglio al gruppo di testi messo insieme per il Quaderno, che raccoglie editi e inediti: sapevo già che non avrebbero potuto tracciare una benché minima possibilità di fuga.

Sono contento che il contrasto tra pulsione anarchica e rigore formale si noti, perché è qualcosa che ha a che fare più con la mia vita che con la mia poetica. Essendo tendenzialmente autodistruttivo ho bisogno di confini precisi entro cui limitare i danni dei miei comportamenti: spazi chiusi, orari, zone franche al riparo dagli esseri umani. Lo stesso atteggiamento si ripete quando scrivo, nel tentativo di evitare la totale dispersione, di far capire quello che voglio dire. Letteralmente è un limite, ma non escludo che possa essere anche uno stile.


In questo processo di “autopsia” che si compie sul soggetto, come lo definisce bene nella prefazione Guido Mazzoni, è importante focalizzarsi sulla scelta della postura data all’Io, che non è solo S. (un ipotetico alter-ego) e non è uno spersonalizzato Io qualunque ma, al massimo, siamo tutti. Mazzoni parla di una «terza via meno garantita e più difficile: costruire un modello di io e dizione credibili, adeguati al Ventunesimo secolo, e continuare a rischiare personalmente, a metterci la faccia». Qual è la postura che, secondo te, sia in grado di raccontare l’Io di oggi, immerso in una realtà che sempre più spinge o a disunirlo da se stesso o a sovraesporlo?


La questione del soggetto (ben connessa a quella dell’assertività), a cui io stesso ho contribuito con i miei interventi, ha intasato il dibattito poetico per parecchi anni, e forse è giunto il momento di superarla. Non intendo dire che sia una questione secondaria o risolta, anzi; rischia però di stonare di fronte alla poesia che ci viene propinata in questo periodo, quasi sempre priva di contenuti pregnanti. Non ha senso ragionare tanto su chi parla nel testo se non si sa nemmeno cosa dirà, o quale interrogazione vorrà porsi; non ha senso nemmeno costruire un soggetto credibile e poi scrivere con una lingua marcescente.

Ad ogni modo, per quel che mi riguarda ultimamente sono interessato soprattutto a costruire un io che sappia porsi nel mezzo tra la sua percezione e quella che gli altri hanno dello stesso. Lo sfasamento che genera questo io “intermedio”, falsificato in quanto non univoco, vero proprio perché molteplice, incomprensibile solo per un deficit umano di astrazione, un po’ come quando proviamo a immaginare una quarta dimensione senza riuscirci, mi sembra in grado di produrre già di per sé delle riflessioni sui concetti di verità, narrazione e relazione tra gli individui.


La sezione Come un erasmus prende in considerazione la possibilità dell’altro, e lo fa come fosse un’invasione dello spazio chiuso in cui il soggetto vive, provando ad analizzarne le implicazioni e le conseguenze. Il passaggio di un Tu, come un tornado, ha lasciato dolore fisico e traumi psicologici, ferite e tentativi di ricostruzione e sopravvivenza uniti a ricordi e prese di coscienza. Nella tua poesia ricorrono in modo quasi ossessivo immagini che rimandano a perimetri ben delineati, stanze, spazi chiusi, simbolo dell’isolamento e dell’incapacità del soggetto di comunicare con l’esterno. In tal senso, riconosci invece alla poesia la capacità assertiva di un dire che fa breccia nell’altro e dunque trova uno spiraglio di comunicabilità?


Non credo che la sezione prenda realmente in considerazione la possibilità dell’altro. Quello avveniva più esplicitamente nella seconda sezione di Progetto per S., con un “sì” pronunciato nei confronti del mondo – che per forza di cose si disperdeva in quell’eterno ghostingche è la vita. Nel caso di “Come un erasmus” il discorso è a posteriori: un’ammissione di fallimento che è accostata a una malattia fisica, qualcosa che, a livello di testo, si pone a metà tra una frattura e un’amputazione (nella vita vera i due avvenimenti, rottura di una relazione e del trochite destro, sono avvenuti pressoché in simultanea).

In “Come un erasmus” c’è semmai la scoperta dell’importanza dell’altro a prescindere dall’attributo (positivo o negativo) che si dà alla relazione e ai sentimenti. Per farla breve: anche attraverso l’odio, anche attraverso il risentimento si può instaurare un significato che ci accomuna; anche grazie alla scoperta del proprio essere meschini si può arrivare al riconoscimento.

Dei perimetri e degli spazi chiusi ho già detto sopra; per un’osservazione più puntuale rimando a quanto ho scritto qui: https://www.mediumpoesia.com/simone-burratti-testi-editi-inediti/.


Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti.

Qual è la tua posizione a riguardo? Come vedi il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?


Ci sono due modi accettabili di considerare la tecnologia: il primo la vede come uno strumento neutro, il cui effetto positivo o negativo sulla società dipende dalla sua applicazione; il secondo considera la tecnologia il bastone magico degli oppressori per tenere a bada con più efficacia gli oppressi, migliorando le condizioni di vita in modo sempre più sbilanciato. Considerati gli ultimi due anni, comincio a propendere per la seconda idea. Questo non vuol dire che la tecnologia, in questo caso internet, non abbia una sua utilità; dico semplicemente che il bilancio costi/benefici non è per niente chiaro. La rete ha permesso a chiunque scrivesse poesia di farsi leggere con più facilità; ha anche reso più efficienti gli scambi di idee e le relazioni tra gli autori; al tempo stesso, ha contribuito a creare quella melma derisa dal mercato e dal sistema culturale a causa della quale nessun autore meritevole conta più nulla. Nella sua naturale inclinazione a mostrare tutto, il web ha fatto diventare la poesia invisibile.


Siamo nel 2021, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurito: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e pure nel panorama poetico contemporaneo.

Alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court e in riferimento anche alla conta che sempre viene fatta di autori uomini e autrici donne presenti in lavori corali come quello di cui il tuo Nuovi modi per uscirne fa parte, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Per diverso tempo ho pensato che quello dell’identità di genere, e più estesamente dell’identità, fosse il nuovo paradigma delle società occidentali. E forse così era, ma con l’arrivo del virus questo si è trasformato (spostandosi di lato, quasi ritorcendosi contro se stesso) nel paradigma del mero corpo biologico, della sua sopravvivenza. Forse ci aspettano anni in cui il tema dell’identità (e della parità) di genere, anziché essere affrontato con la serietà di cui è degno, verrà usato come brand/scudo per coprire la criminalità dei governi sul fronte dei diritti umani. Spero che questo non accada, ma spero soprattutto che questo non vada a intaccare il giudizio riconoscente che i movimenti femministi e LGBT meritano.

Ciò detto, nella poesia italiana il problema della disparità di genere esiste e non può essere ignorato. Ci vorrebbe però un’analisi più lucida delle cause: se in Italia le autrici sono numericamente inferiori agli autori è certamente perché una donna viene presa meno sul serio, a prescindere dalla qualità dei suoi testi, ma questo non esaurisce la questione; bisognerebbe anche chiedersi perché le donne statisticamente partecipano di meno ai concorsi, pubblicano meno degli uomini, si gettano nell’agone con più incertezza, con minore prepotenza. La risposta a questa domanda la sappiamo già ma, appunto, forse bisognerebbe lavorare sull’appianare questo gap fin dalle sue fondamenta, e cioè l’educazione patriarcale, anziché correggere la disparità con iniziative simboliche.

Per chiudere con una nota positiva direi che, pur lentamente, il quadro sta cambiando – anche in Italia: se si confrontano il numero e la qualità delle autrici da una generazione all’altra non c’è paragone, e la direzione è quella giusta.


Ti chiedo di scegliere da Nuovi modi per uscirne tre testi e di riportarli qui per le lettrici e i lettori di Alma.


VAULT


La camera può essere bianca oppure gialla. Non può mai essere blu. L'immaginazione, scienza o economia, è un'altra forma del confinamento.


Nel tuo caso: non puoi avere tutto. Eppure: puoi perdere altrettanto. Da qui il terrore, il vuoto d'aria se apri la finestra, le mille variabili a cui si spalancherebbe la narrazione.


Fuori da ogni confine controllabile, dal quadrilatero del letto e della scrivania. Fuori dalla patologia, da ogni profezia che si consuma, da un sistema blindato dall'interno.


La lampada è l'orologio della chiesa è la luna. O viceversa. Soltanto una declinazione della luce.


Come le punte del tappetino mysa possono farti sentire dolore, se non sono abbastanza sottili da trapassarti. Come le parole scandite nella memoria, scadute da qualsiasi applicazione sul reale, potrebbero ancora farti sentire dolore.


Liberaci dal male include l'estirpare il bene. Togliere l'aria per aumentare la conservazione.


Fai un respiro che contenga tutta la vegetazione accumulata, tutto il corpo ristretto in mancanza di spazio. Ripensa alla luce confusa nella sala del parto.


Il vento non è mai sembrato così respirabile. Adesso puoi uscire.


COME UN EPILOGO


Non esistono modi positivi di chiudere una relazione. Non esistono abbracci, pianti, non esistono happy ending. Ogni crepa è un fallimento del vasaio. Ogni tabula rasa incide più a fondo nella cera.


Le notti passate insieme come respiro a cui ho rinunciato felicemente. L'anidride carbonica che aumenta, inesorabile, fino a farti scappare dalla stanza. Col senno di poi.


Mi piace l'idea che le farfalle della mia dispensa muoiano. Che seguano la loro evoluzione, mangino tutto il mio cibo e infine muoiano, perché tutto il mio cibo non è mai abbastanza.


Farina, cereali, frutta secca; bruco, pupa, farfalla; carne, attenzioni, tempo investito. Il deperimento è osservabile attraverso la dilatazione dei momenti di stanchezza, dal rallentamento del volo.


Ho sempre sonno e sto sempre sdraiato. Eppure, qualsiasi distrazione mi riporta a te. L'odio come un monile oscuro che ti fa stare ancora un poco qui, nemica e vicina, fermando il tempo quando sei già altrove.


Le farfalle della mia dispensa muoiono. Hanno finito il cibo andato a male. Il tuo tè, lasciato lì come più o meno tutto, è salvo.


Simone Burratti (Dunwich, 1990) vive a Padova. È stato fondatore del sito formavera. Sue poesie e racconti sono apparsi sui principali blog e riviste, oltre che nelle antologie Poeti per l'infinito (DiFelice, 2019), Abitare la parola (Ladolfi, 2019) e Planetaria (Taut, 2020). Con Progetto per S. (NEM, 2017, prefazione di Stefano Dal Bianco) ha vinto il Premio Castello di Villalta Giovani e il Premio Camaiore Proposta.


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