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  • Alessandra Corbetta

Le Giovani Interviste di Alma: Emanuele Franceschetti

Inauguriamo, con questo dialogo insieme a Emanuele Franceschetti, il nuovo spazio "Le Giovani Interviste di Alma", dedicato alla messa a fuoco del pensiero e della poetica di giovani autrici e autori talentuosi.

I primi sette appuntamenti saranno dedicati alle poetesse e ai poeti inclusi nel Quindicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos 2021).



Il termine “testimone”, come suggerisce anche la sua etimologia, rimanda al compito che grava su colui che è chiamato a dire la parola dalla quale diparte il processo dell’inverare: il testimone è, in effetti, «chi assistendo, avendo assistito, o essendo comunque direttamente a conoscenza di un fatto, può attestarlo, cioè farne fede, affermarne pubblicamente la veridicità, o dichiarare come esso realmente si è svolto[1]». Testimoni è il titolo della tua raccolta, contenuta nel “Quindicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea” (Marcos y Marcos 2021), che proprio intorno alla parola e al suo potere fattuale e attuativo si costruisce, rivendicando la necessità di una verità che sembra non potere prescindere dalla memoria.

Ti chiedo, allora, che ruolo giocano i tre elementi appena menzionati – parola-verità-memoria – in questo tuo lavoro e chi sono i “testimoni” che gli danno titolo?


Il termine ‘Testimoni’ è suggestivo, funzionale e – potenzialmente – polivalente. Oltre a quanto da te giustamente sottolineato, su cui non serve che io mi soffermi ulteriormente, mi piace ricordare che un ‘testimone’ è anche (in filologia) la ‘fotografia’ di un preciso momento dell’esistenza di un testo (spero che i filologi siano clementi nei riguardi di questa definizione tutt’altro che esaustiva e convincente). Ma il testimone è anche un oggetto che transita di mano in mano, e quindi – nella lettura che qui stiamo proponendo – di storia in storia, di memoria in memoria (imprescindibile, a tal proposito, quanto scrive Gezzi sulla ‘questione’ dell’ Eingedenken). Credo che, seppur in maniera sintetica, io ti abbia già suggerito il modo in cui posso immaginare che le tre parole da te proposte pertengano al titolo da me scelto.


Massimo Gezzi, prefatore di Testimoni, mette in relazione il tuo essere musicista e studioso di musica e teatro con la struttura di questa tua raccolta, che si presenta «come una sorta di rappresentazione, di messinscena di figure […] organizzata in tre sezioni comprese tra un introitus e un exeunt, […] attraversata da alcuni Leitmotive che rintoccano da una pagina e da una sezione all’altra».

Vuoi raccontarci il percorso, dal primo all’ultimo verso e dall’originaria fino alla definitiva stesura che ha portato l’opera al suo compimento, mostrandoci quanto, effettivamente, il tuo percorso di ricerca e la tua attitudine alla musica abbiano influito sulla sua realizzazione?


La struttura del libro, con le sue sezioni e i testi ivi ‘rinchiusi’, si è chiarita man mano, scrivendo e riscrivendo, e non proviene da una decisione preliminare. Mi era chiaro fin da subito che avrei lavorato secondo una ‘visione’ che prevedesse una ‘dialettica’ tra la dimensione del canto (non in senso ‘banalmente’ lirico e/o musicale: ma canto come espressione individuale ed extra-individuale, costretta al limite delle sue ‘forme’) e quella della memoria (una memoria che è ri-significazione del già avvenuto, collettivo e privato). È un libro in cui la dimensione autobiografica e quella liberamente contemplativa sono ridotte (non all’osso: ma, in ogni caso, ridotte): ho prediletto la dimensione teatrale, per l’appunto. Ma non in senso gestual-performativo, ma secondo l’idea di un accadimento molteplice, non di rado intersoggettivo, posto all’attenzione di chi guarda (legge? ascolta?) per farsi anch’esso testimone.


C’è un nome che non puoi dimenticare:

i vivi e i morti restano indivisi

nell’equivoco nel tempo lineare.

La vita si contamina, persiste.


Sono gli ultimi quattro versi di Introitus, poesia che apre Testimoni e che, come una sorta di araldo fendente, molto annuncia di quelli che saranno i temi-guida dell’opera: il tempo, oscillante tra un futuro sospeso e una memoria gravosa; la morte, possibilità sempre contemplabile oltre che unica certezza dell’uomo e che con la vita condivide il terreno dell’esistenza; la voce, strumento attraverso il quale possiamo dare nome alle cose, chiamarle.

In questa triade, che sembra costruire uno spazio parallelo a quello del reale e che diviene punto di osservazione del reale stesso, qual è o quale dovrebbe essere il compito poesia? È un compito statico o dinamico e, soprattutto, è in grado di mutare il senso degli eventi?


Credo che tu abbia già colto il senso della quartina che proponi: la (terrificante, talvolta) continuità tra mondo e individuo, tra esserci e non-esserci-più, tra memoria e oblio. Attraverso un ‘istinto’ tenace e irrefrenabile, tipico dell’esistenza, a contaminarsi, ad essere porosa, ad essere multidirezionale. Non so quale sia il compito della poesia: se avesse un ‘compito’ si chiamerebbe giurisprudenza, architettura, archeologia. Né credo che la poesia possa cambiare il corso della storia. Può, al limite, creare relazioni, minuscoli sommovimenti, tensioni, desideri, favorire la proliferazione di immagini, provocare inquietudine, dare ossigeno alla lingua, nutrire una ‘domanda di senso’. Può, insomma, creare le condizioni per la sua stessa esistenza e sopravvivenza.


Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti.

Qual è la tua posizione a riguardo? Come vedi il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?


La rete è un mercato gigantesco, ricco di ogni immaginabile mercanzia, accessibile a tutti, scarsamente discriminante ed incredibilmente generoso. Come ogni ‘manifestazione del reale’ non è privo di rischi e di possibili tranelli. La poesia, da questo punto di vista, è un ‘oggetto’ particolarmente vulnerabile e – mi si passi il termine – discutibile. Oltre ad esserne ‘testimoni’ (per restare in tema) è molto facile diventarne, seppur transitoriamente, protagonisti. Da un punto di vista strettamente evenemenziale, la poesia (errata corrige: la scrittura di testi poeticamente ‘intenzionati’) non richiede chissà quali requisiti d’ingresso, comprovate doti tecniche o specifici titoli accademici. Questo non dovrebbe spaventare, né irritare, né – e questo è un po’ più difficile – entusiasmare eccessivamente. Dovrebbe, semmai, responsabilizzarci. Invitarci a dotarci di strumenti critico-interpretativi adeguati, anzitutto: invogliarci a costruire, via via, una visione capace di cogliere il ‘micro’ e il ‘macro’, di ragionare in termini diacronici e sincronici, di accettare la sfida dell’analisi e del confronto. Il futuro della poesia non è legato al Web: il futuro della poesia è – perdonami la tautologia – la poesia stessa. Un futuro che non può prescindere, com’è ovvio, dal ‘discorso’ sulla poesia. Un po’ di severità, in tal senso, non guasterebbe: se è vero che chiunque, grazie anche alla rete, ha il pieno diritto di misurarsi col fare poesia, è altrettanto vero che convincerci che tutto sia poesia (ancor peggio: che tutto sia ‘buona poesia’) è un errore da non sottovalutare.


Siamo nel 2021, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurito: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e pure nel panorama poetico contemporaneo.

Alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court e in riferimento anche alla conta che sempre viene fatta di autori uomini e autrici donne presenti in lavori corali come quello di cui il tuo Testimoni fa parte, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Spero tu possa accogliere la mia sincerità sfacciata: non sono abituato a prendere parola riguardo a questioni in merito alle quali non ho una visione chiara e netta; e, soprattutto, riguardo a questioni che a mio avviso non sono decisive, definitive, ‘ultime’. Questa di contare percentuali di maschi e femmine, secondo me, non lo è. Diverso sarebbe indagare nel profondo in modo in cui la sessualità (palesata? frustrata? ereditata? immaginata? rifiutata?) possa influenzare l’opera effettiva e la vicenda di un autore del passato e del presente. Ma mi sembra che in tal senso la bibliografia specifica e gli studi non siano certo manchevoli. Leggiamo e godiamo lavori eccellenti di poeti e poetesse e continuiamo a farlo (i tre verbi che ho usato in questa frase possono essere letti sia all’indicativo che all’imperativo: sia come dato di fatto che come esortazione). Ciò che importa, e per cui vale la pena lottare, è che chiunque possa sentirsi sempre in condizione di utilizzare al meglio i propri strumenti intellettuali, culturali e – passami il termine – spirituali, senza che la propria sessualità possa esercitare in tal senso un discrimine. Lascio approfondimenti più centrati a chi possiede strumenti interpretativi più corretti e ‘legittimi’ dei miei.


Ti chiedo di scegliere da Testimoni tre testi e di riportarli qui per le lettrici e i lettori di Alma.


È una donna. Parla a voce alta,

forse seduta di fronte al dispositivo

che le rimanda una figura intera e conosciuta.

Parla con voce del sud e in certi passaggi quasi grida,

non sai se per gioco per una rabbia improvvisa

nostalgia o terrore.


Oltre la parete sottile forse si chiede se la ascolti,

se esisti, quali frammenti ricomponi.

Cosa vedi, cosa hai perduto.

Anche tu figura, immagine sonora,

testimone.


*


L’aria nascosta nell’intercapedine – immagini – è una voce che guarda e dice e chiede. Il soffitto ti separa da un’altra esistenza, qualcuno che senz’altro ti assomiglia nelle cose elementari (pelle morta mescolata a pelle morta, piatti sporchi, altre rovine) Qualcuno che ti sente camminare, battere chiodi alle pareti, fare a pezzi il telefono. Forse ti riconosce, consolandosi al pensiero che neanche tu possiedi i tuoi segreti.


*


Ti ricordi che i vivi se ne vanno: i muri fatti a pezzi, le cose, i sedimenti, la polvere inchiodata al suo silenzio. Eppure un segno insiste, risale a filo d’acqua, indovina uno spazio che non c’era: la pagina riaperta, una postilla vecchia di quasi un secolo, un pensiero che ancora sopravvive come in un negativo, come un fossile.

[1] La definizione di “testimone” qui riportata è ripresa dal vocabolario Treccani.


Emanuele Franceschetti (1990) è marchigiano e vive a Roma. Si dedica ad attività di ricerca, didattica e divulgazione in ambito musicologico e letterario. Dottore di ricerca in Musicologia, le sue ricerche e i suoi interessi sono rivolti soprattutto al teatro musicale nel Novecento italiano, al rapporto poesia – musica, alle teorie e pratiche dell’ascolto musicale. In ambito letterario, ha pubblicato il libro di poesia Terre aperte (Italic Pequod, 2015, prefazione di Filippo Davoli). Con la raccolta Testimoni (2020) ha vinto il premio Subiaco per la poesia inedita ed è stato incluso nel XV quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2021, con prefazione di Massimo Gezzi).

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