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  • Alessandra Corbetta

Intervista a Donatella Bisutti

Questa è l'intervista che Alessandra Corbetta ha fatto a Donatella Bisutti, a partire dalla sua ultima pubblicazione in versi, fino all'idea di male, all'evoluzione del linguaggio, alla sua visione su poesia & Rete e molto altro.


L'intervista si chiude con un inedito che Bisutti regala ad Alma e a tutti i suoi lettori.


Donatella Bisutti

Sciamano (Delta 3 Edizioni 2021) raccoglie parte della sua produzione poetica dal 1985 al 1999 e, con essa, testi inediti scritti tra il 2015 e il 2020. Prima di entrare nel vivo di questo lavoro, le vorrei chiedere come è cambiato il contesto poetico con il quale si è dovuta confrontare.

Cosa significava scrivere poesia negli anni Ottanta del secolo scorso e cosa vuol dire scriverla oggi? Sono più le rotture o i punti di continuità? Ci vuole raccontare anche, all’interno di questo mutamento generale, come è cambiata nello specifico la sua poesia e il suo modo di accostarsi a quest’arte, in riferimento anche a quella metafora del Silenzio così centrale nel suo scrivere?


Penso che il contesto in cui scrivere e pubblicare poesia sia profondamente cambiato soprattutto in questi ultimissimi anni, i primi, un po’ infausti, del nuovo secolo che avrebbe dovuto essere “L’era dell’Acquario”.

Ma ciò che oggi appare vistoso, si era andato, come sempre, preparando a poco a poco.

È comunque difficile sempre dar conto con un minimo di obiettività di una situazione che si sta vivendo e ancor più non sovrapporvi troppo il proprio caso personale, da una prospettiva che rischia di essere unilaterale. D’altra parte l’argomento è anche così complesso che non può essere esaurito in una risposta di poche righe.

Cercherò comunque di sintetizzare e al contempo di essere minimamente esaustiva.

Prima di tutto negli anni Ottanta, quando ho cominciato a pubblicare, si poteva avere la sensazione e la fondata fiducia – almeno io l’avevo – che esistesse una critica autorevole e super partes riconosciuta che avrebbe potuto dare il suo giudizio e, se questo fosse stato favorevole, si sarebbe potuto ambire a ottenere un posto nel panorama letterario. Esisteva ancora una netta separazione fra il “mestiere” di critico letterario e quello di poeta. Io ebbi la fortuna di ricevere giudizi positivi per esempio da Valentino Bompiani, Pier Vincenzo Mengaldo, Marco Forti, Giacinto Spagnoletti, Niva Lorenzini. C’erano anche poeti che avevano mansioni editoriali, come Vittorio Sereni e Antonio Porta, ma il loro prestigio e la loro integrità era tale che non potevano essere sospettati di connivenze. Così ebbi anche l’apprezzamento di poeti come Giorgio Caproni, Luisa Spaziani, Attilio Bertolucci e di scrittori come Giorgio Bassani e Natalia Ginzburg. Oggi la figura del critico indipendente di prestigio e autorità tale da poter costituire un riferimento valido è andata via via scomparendo, non solo per raggiunti limiti di età. Oggi tendenzialmente i poeti di uno stesso livello si recensiscono, si pubblicano e si premiano fra loro, così prevalgono i clan di appartenenza, nonché le amicizie e purtroppo anche gli scambi di favori. Il panorama non è affatto limpido e alcuni poeti di valore rimangono in disparte perché non partecipano a questi giochi, mentre altri che non ne avrebbero diritto, acquistano grande visibilità. Al contempo, benché la poesia conti ormai poco o nulla, si assiste all’assalto irresistibile di una folla di aspiranti che pubblicano a pagamento. Sembra che tutti, o quasi, vogliano essere qualificati poeti, anche se a dir la verità non me ne spiego la ragione, dal momento che poi non li legge nessuno e del resto la poesia è la cenerentola dell’editoria. A mio parere questa smania è paradossale. Il livello generale della poesia, come risultato di tutto questo, si è abbassato. Si leggono versi di fattura senz’altro più dignitosa di quelli dei dilettanti di cinquant’anni fa, ma tutti spaventosamente uguali e se posso dirlo spaventosamente inutili, che per lo più riflettono un individualismo narcisistico esasperato e una visione scialba della vita.

Un malinteso senso della democrazia fa dire a molti che la poesia deve essere di tutti, così come l’arte deve essere di tutti. D’accordo, ma prima bisogna impararla, studiarla. Come per ogni altra cosa. Sarebbe come dire che uno può improvvisarsi cuoco elettricista idraulico senza apprendere nessuna tecnica, nessuna nozione, perché tutti hanno diritto a diventare tali se lo vogliono. Questa non è democrazia, è solo imbecillità. Abbiamo tutti uguali diritti civili, o almeno dovremmo averli, ma non siamo tutti uguali: siamo tutti diversi e per ogni arte come per ogni lavoro ci vuole anche una giusta predisposizione.

In ogni caso la poesia, anche la migliore, viene raramente letta e c’è un pubblico che frequenta gli “incontri con l’Autore” solo per vedere l’autore senza avere la minima intenzione di acquistare il libro. Al limite, preferisce di gran lunga cenare con l’autore piuttosto di sobbarcarsi il gravoso compito di sfogliarne le pagine. Una volta, qualche decennio fa, il pubblico dei lettori era comunque limitato ma esisteva ed era attento e fedele.

Tutto questo ha fatto sì che alcuni degli stessi poeti più noti, per esempio Cesare Viviani, abbiano scritto libelli in cui dichiarano morta la poesia. E la sua non è una voce isolata. Io tuttavia non penso che la poesia sia morta, né che possa morire. In qualunque momento potrebbe nascere un grande poeta. L’essenza della poesia è connaturata all’uomo. A meno che l’uomo non si disumanizzi totalmente - e oggi, è vero, questo pericolo c’è.

Il tipo di società attuale, frutto malato del neocapitalismo liberista, certo non favorisce la poesia. È più facile che la poesia – quella vera – nasca nei boschi piuttosto che in metropolitana. Che nasca da esseri sanguigni e non da esseri esangui. Da uomini che credono all’infinito piuttosto che da uomini che non credono a niente, se non al successo e al denaro. Da uomini liberi piuttosto che da uomini manipolati.

C’è poi l’impatto dei social, sui quali un poeta mediocre può ottenere l’adesione di un pubblico indifferenziato forzatamente sprovvisto degli strumenti culturali adatti. Lo farà soprattutto presentandosi come un “personaggio”, giocando più sull’immagine e la performance che su un testo e amministrando con perizia una sorta di “qualunquismo poetico”. Se raccoglierà intorno a sé un consistente numero di fans questo potrà convincere un editore anche importante, in cerca di un riscontro di vendita, a pubblicarlo a scapito di altri che invece lo meriterebbero sul piano della qualità, ma che “personaggi” non sono né vogliono esserlo. Tutto questo rischia di annientare qualsiasi nozione di valore reale di un testo, sostituendo anche in tal caso il business a quella che è sempre stata la preziosa “inutilità” della poesia.

Stiamo andando in ogni caso verso un futuro più che di poeti di performers, bloggers, slammers, rappers - non a caso tutti questi termini ci vengono dall’America. Come per quanto riguarda l’arte sembra che il futuro sarà sempre più della street art.

È chiaro che io mi sento sempre più isolata, e anche infelice in questo contesto. Tuttavia tengo molto a un poema per ora inedito cui ho lavorato dal 2015 e che è un grande affresco mitico e sociale. Lo considero un po’ il mio testamento poetico perché forse sarà l’ultimo testo che scriverò in poesia in quanto mi sembra con questo testo di aver detto tutto quello che potevo dire. Da questo testo è tratto l’inedito per Alma. Il mio interesse, infatti, dopo aver esplorato a lungo, attraverso la mia interiorità, una dimensione cosmica (e di questo dà atto la raccolta Sciamano) in questi ultimi anni si è molto spostato verso il sociale, come dimostra anche il cambiamento di titolo della mia rivista da Poesia e Spiritualità a Poesia e Conoscenza.


Come lei stessa afferma nella bellissima nota introduttiva che apre quest’opera, il titolo Sciamano riprende «quello di una delle poesie, in cui mi rivolgo a colui che sa rischiare la vita “per cercare da uomo la fonte / della sua divinità ferina”. Questa stessa qualità sciamanica è evocata in Egli viene: “Egli viene ora / e dietro alle sue spalle / c’è l’angelo con le ali di tempesta”». “Sciamano” è quindi colui che sa farsi tramite tra la dimensione umana del singolo e quella collettiva del cosmo, mosso da un continuo spirito di ricerca e di scoperta, teso all’oltre e volto a preservare quella «connessione ultima» capace di restituirci la misura del nostro essere esseri umani.

Alla luce anche della recente realtà pandemica, quanto può essere importante che ognuno di noi si faccia oggi “sciamano”? E la poesia come può intervenire in questo processo di riaggregazione tra l’uno, gli altri e l’universo?


Come ho scritto appunto nel saggio introduttivo di Sciamano, in cui ho cercato di fare una sintesi del mio lavoro poetico e del mio pensiero sulla poesia e come ho scritto anche nel mio Manifesto per una nuova poesia umanista, per me la qualità sciamanica è essenziale alla poesia che credo fermamente debba essere un tramite fra il Sé profondo dell’uomo e una Natura cosmica che è quella che ci ha generato e che un grande poeta come Yeats chiamava Anima mundi, mentre Baudelaire parlava delle “corrispondenze”. Se la poesia non punta a questo livello alto, a essere anche esoterica e profetica, non può essere grande poesia. Il fatto che oggi l’uomo si stia allontanando sempre più vertiginosamente da questa dimensione ancestrale si riflette anche nello scadimento della più parte della poesia di oggi rispetto ai grandi modelli del passato. Quello che la poesia “sciamanica” potrebbe fare per l’uomo d’oggi ho cercato di riassumerlo appunto nel mio Manifesto, poiché l’aspetto non solo letterario ma anche sociale della poesia è diventato, come ho già detto, sempre più importante per me in questi ultimi anni, tuttavia sono piuttosto scettica sul fatto che molti vogliano farsi oggi sciamani. Anche se forse la situazione drammatica e assurda che stiamo vivendo potrebbe spingere alcuni a modificare la loro visione della vita e magari a cambiare rotta. Un diffuso cambiamento individuale sarebbe per me l’unica speranza del mondo. Altrimenti si rischia di dover accettare in futuro un mondo disumanizzato, privo di anima.


Incistato nel corpo, nel cuore,

un insetto orrendo,

cresciuto a dismisura.

Il male che mi assedia

non è fuori.


Questi versi, della poesia Il male, cos’è, appartenenti alla sezione Un mostruoso miracolo, collocano le ombre che ci accompagnano nel percorso esistenziale in uno spazio che non è esterno a noi ma che, al contrario, ci abita, ci occupa dal di dentro.

Cosa include lei nell’iperonimo “male” e cosa intende con questo sostantivo? La poesia, nella convivenza che con il male siamo chiamati ad avere, quale ruolo gioca?


Credo che il male debba essere uno dei temi portanti della poesia, che non può limitarsi a essere “poesia del bello e del buono” a rischio di diventare melensa e falsa. Su questo concetto si apre il mio fortunato saggio La poesia salva la vita, che polemizza con una “poesia della primavera” che almeno fino a tempi recenti si usava coltivare nelle scuole (oggi le insegnanti sono diventate un po’ più realistiche). C’è una poesia della mia plaquette Penetrali che ho voluto recuperare e inserire in Sciamano e di cui vorrei riportare qui i versi finali. È intitolata il Il giglio, fiore emblematico, divenuto addirittura sinonimo di assoluta purezza.


Eppure

come in fondo a ogni purezza anche nel giglio

c’è

lo zolfo giallo de polline che aspetta


Anche nel mio libro di filastrocche per bambini, Storie che finiscono male, uscito tre anni fa da Einaudi Ragazzi, ce n’è una intitolata La farfalla blu, che finisce così:


“Da dove credi che nascano i fiori

con i loro stupendi colori?

Senza la cacca senza il letame

non avremmo neppure il pane:

ci vuol la cacca che si trasforma

nella bellezza che il mondo adorna”.


La poesia deve affrontare il tema del male, della perdita, della morte.

La poesia coniuga bene e male, positivo e negativo, bello e brutto, buono e cattivo, senza voler risolvere la contraddizione, perché essa stessa è un grande ossimoro che contiene ogni opposto: questa è la sua superiorità sul linguaggio “logico”, denotativo, che usiamo tutti i giorni. Il linguaggio logico separa, il linguaggio poetico unisce.

È importante esplorare il male prima di tutto dentro di noi, perché il male della società è la somma, l’interazione dei mali individuali. Non possiamo illuderci di essere solo buoni: non possiamo diventare essere completi se non affrontiamo i nostri mostri interiori. Spesso a questo fine si ricorre alla psicoanalisi, ma la poesia per me è stata meglio della psicoanalisi. Solo dalla scoperta in ciascun uomo di un male interiore profondo, ineludibile, può partire la “ricostruzione” e anche una poesia non favolistica, ma drammatica come è drammatica la nostra vita. La Bellezza della poesia non è ornamento ma confronto con la Verità. Che anch'essa non è mai univoca.

A proposito della Verità avevo scritto tempo fa: “La Verità è ossimorica e polisemica, come la Poesia. La Verità è ambigua, mutevole, in continuo divenire – e la nostra non può essere che una marcia di avvicinamento infinita, così come il cosmo è in progressione infinita.

La Verità deve contenere il Dubbio in sé per essere fertile, come il frutto deve contenere il nocciolo per moltiplicare l’albero, che l’ha generato.”

Cos’è il male dentro di noi? La sua radice è la paura. Da lì viene tutto: aggressività, sottomissione, odio, rancore, rimpianto, disprezzo di sè, narcisismo, sete di potere, avidità. La sete di potere per esempio è spesso una reazione all’angoscia della morte. In questo momento soprattutto stiamo facendo i conti con la paura. La paura può renderci deboli, o crudeli. Dobbiamo diventare consapevoli del nostro male interno, anche attraverso la poesia.


Come pure in Rosa alchemica (Crocetti 2011), anche in Sciamano lei sceglie di confrontarsi con diversi usi della metrica e del verso, arrivando anche alla prosa poetica per alcuni testi e sezioni che compongono quest’ultima raccolta.

Come coesistono in lei prosa e poesia e quali significati possiamo associare alla coesistenza, pur così calibrata, di scelte formali differenti?


La mia esperienza di scrittura mi dice che lo stile di un’opera letteraria non nasce dalla volontà dell’autore, ma direttamente e spontaneamente dall’intima necessità dell’opera. Almeno per me è cosi. Infatti se ho usato stili diversi sia in prosa sia in poesia non si è trattato di una scelta programmatica, ma è stato come se spontaneamente lo stile fiorisse sulla pagina secondo quello che era più giusto per significare quello che occorreva significare. Così nel mio romanzo Voglio avere gli occhi azzurri, edito da Bompiani nel 1997, le frasi sono tutte paratattiche perché mi sono calata nella visione del mondo di una bambina. Nei Canti atlantici che figurano In Rosa alchemica il verso è lunghissimo, una sorta di fluire del divenire, mentre in altre composizioni in qualche modo affini agli haiku è brevissimo, come la rapida “illuminazione” che vuole cogliere. Così la prosa poetica sottolinea uno svolgimento discorsivo più complesso soprattutto in Inganno ottico che aveva avuto il Premio Montale per l’Inedito e che, ormai introvabile, ho anch’esso recuperato qui. In Violenza, testo ripreso anch’esso in Sciamano, la sintassi è totalmente scardinata, i verbi sono all’infinito, in certi casi manca il soggetto: anche questo mi è venuto spontaneo, senza che consapevolmente mi proponessi la disintegrazione del linguaggio in quanto metafora della forza distruttrice della violenza. Troppa consapevolezza rischia di uccidere la poesia, rendendola schematica anziché intuitiva, artificiosamente letteraria. Occorre “restare sulla soglia”. Quindi per me è normale che coesistano forme stilistiche differenti, fermo restando che l’autore sono sempre io. È come se un pittore passasse dall’affresco all’acquarello, dall’olio alla tempera, dal disegno a inchiostro alla sanguigna. Credo che anche la coerenza della scrittura nasca dalla fedeltà alla propria voce interiore, non dai generi né dagli stili.


Nel suo Manifesto della Nuova Poesia Umanista, pubblicato sulla rivista «Poesia e Conoscenza» e che invito tutti a leggere, lei compie una disamina lucidissima delle dinamiche sociali contemporanee e, al loro interno, ricontestualizza la poesia, che non può essere solo una faccenda letteraria ma deve, al contrario, stare nel mondo, per aiutare a viverlo e per ricollocare il baricentro sulla conoscenza, la cultura, il mistero, nella convinzione che il razionalismo scientifico e la trasformazione in dato quantitativo di ogni elemento siano, da soli, una strada a fondo cieco. Scrive, tra i vari punti, che «la Poesia è una delle più alte possibilità concesse all’uomo di fare l’esperienza di una realtà che vada oltre la realtà quotidiana immediata, costituendo una chiave di conoscenza diversa e privilegiata, in grado di postulare l’esistenza di una dimensione psichica del mondo, quell’Anima del Mondo esplorata dal grande poeta irlandese Yeats».

Le chiedo: chi opera nell’ambiente poetico è pronto a sostenere questa apertura o c’è una forza interna che mira a tenere la poesia come materia accademica delle cattedre di filologia o letteratura e che relega la funzione sociale di quest’arte a qualche occasione/performance del momento? Esiste una comunità poetica compatta e lungimirante in grado di dare forma concreta a ciò che lei sostiene nel Manifesto?


Purtroppo il Manifesto non ha raccolto significative adesioni anche se è stato apprezzato da diverse persone. Forse io non sono stata capace, per varie vicende anche private, di promuoverlo sufficientemente e può darsi che in futuro riesca a farlo. Ma in ogni caso un’adesione spontanea non c’è stata, non si è formato un movimento o un gruppo. Mentre mi pare si sia formato intorno a un altro manifesto, quello del realismo terminale, che si muove in una direzione del tutto opposta alla mia e purtroppo forse più in sintonia con il sentire di molta gente oggi e infatti è piaciuto anche alla Cina ufficiale, interessata forse a ciò che tende a negare e distruggere qualsiasi forma di spiritualità.

Il mio Manifesto non credo possa interessare alle cattedre universitarie, che mi sembra diano la preminenza a una dimensione unicamente letteraria, se non filologica, della poesia, e costituiscano anche tendenzialmente un mondo autoreferenziale.

Mi pare risulti chiaro da quanto ho detto nella risposta alla prima domanda che non esiste oggi una comunità poetica degna di questo nome cui fare appello.

Tuttavia questo interessamento di Alma mi spinge a tentarne prossimamente un rilancio.


Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti.

Qual è la sua posizione a riguardo? Come vede il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?


La Rete dà una fantastica possibilità di raggiungere migliaia di persone, impensabile altrimenti attraverso il cartaceo. E questo è risultato ancora più chiaro durante la pandemia. Questa possibilità, pur con i suoi inconvenienti, non è da sottovalutare. Io stessa ho messo in rete la mia rivista Poesia e Conoscenza e avevo iniziato un blog che ho dovuto sospendere perché avevo necessità di un aiutante informatico con cui lavorare fianco a fianco, e questo non è più stato possibile. Lo riprenderò. Tuttavia personalmente preferisco sempre leggere la poesia sulle pagine di un libro che posso prendere fra le mani, posare e riprendere e con cui si instaura anche un rapporto tattile, concreto: la qualità della carta, la consistenza della rilegatura, i caratteri di stampa. Purtroppo penso che la facilità con cui si scrive online, e questo può riguardare anche me, induca alla frettolosità e il pensiero ha bisogno di tempi più lenti. Il linguaggio online tende a diventare sbadato e approssimativo, non parliamo delle sgrammaticature che si leggono sui social. Io la poesia per esempio la scrivo sempre a mano, a differenza di un articolo, di un saggio, anche di un racconto, che posso scrivere direttamente al computer. Avevo iniziato alcuni anni fa una collana di poesia per Archivi del ‘900 che si chiamava A mano libera, in cui chiedevo ad autori famosi di scrivere un testo a mano. Ritengo che la scrittura a mano sia qualcosa che unisce in qualche modo fisicamente il cervello alla mano alla carta: come creando un filo medianico che favorisce la creatività. Si può dire che quando la mia mano tocca con la penna la carta, si apre per me uno stato di coscienza altro.

Come ho già detto prima i social possono contribuire ad abbassare la qualità della poesia.


Siamo nel 2020, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurita: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e pure nel panorama poetico contemporaneo.

Anche alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court, come inquadra l’argomento e qual è la sua opinione a riguardo? Soprattutto, prevede un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Purtroppo il maschilismo letterario nel complesso non è stato scalfito, anzi forse salta più agli occhi perché esiste una “concorrenza” femminile sempre più agguerrita e quindi che non è male passare sotto silenzio il più possibile. Almeno là dove può esercitare un potere la gestione della poesia mi pare quindi saldamente ancora in mani maschili. Questo non dà evidenza al fatto (o lo evidenzia indirettamente, proprio per voluta omissione?) che la poesia scritta da donne è oggi quasi sempre più viva e coinvolgente di quella dei poeti maschi, che, fatte salve come sempre le poche eccezioni, appare per lo più lambiccata, arida, intellettualistica e incapace di trasmettere emozioni, cioè tutto il contrario di quello che la poesia dovrebbe essere. Mentre le donne conservano, e anzi forse per la prima volta possono completamente manifestare, quella capacità di comunicazione con il Sé profondo che è essenziale alla poesia, in quanto le sue radici affondano nell’inconscio e nelle emozioni viscerali del corpo prima che nell’intelletto. Il “pensiero” nella poesia si fa, deve farsi, fisicità. Altrimenti è meglio scrivere un trattato in prosa. E infatti non è un caso se i poeti (non le poetesse - non amo il termine sgrammaticato “poete”, che denota solo mancanza di sicurezza di sé) stanno sempre più abbandonando la forma poetica per quella narrativa prosastica, stanno sempre più, paradossalmente, loro che si vogliono poeti, denigrando la poesia.

Per il futuro, almeno nell’immediato, non vedo purtroppo nessun segno che possa far pensare a un cambiamento. Mi auguro solo che le donne non perdano la loro energia primigenia: sarebbe davvero un brutto momento per l’umanità.


La consuetudine delle interviste di Alma è quella di andare a frugare nei cassetti di ogni autore per scovare un inedito.

Nei suoi ne ha uno da condividere con noi? Gliene saremmo molto grati.


Edipo e la Sfinge


Dall’alto implacabili

colpivano invisibili a causa della fitta caligine

che impedisce da tempo di vedere le stelle.

Nessuno del resto può immaginare la traiettoria di un drone.


Ed ecco si palesa ancora una volta

giacendo sulla roccia dove più non cresce la vita

ma solo si depositano pietrisco e sabbia

l’essere deforme dal volto umano e dagli artigli di tigre

che pone sempre la stessa domanda

che cosa sia l’uomo

un re e un mostro in un solo corpo

se essere alato capace di librarsi

in sconosciute regioni celesti

o creatura deforme precipitata negli inferi

e da questi riemersa

per portare distruzione e morte.


Che cosa sia la Sfinge si domanda a Edipo

se essa sia un riflesso dell’uomo indeciso

fra essere santo o essere abietto

mentre la Sfinge fissa Edipo negli occhi

e all’esitare di Edipo

gli balza addosso ponendogli le zampe dal folto pelame

sul petto

e pone le sue umane labbra su quelle di lui

suggendo il suo umore vitale

finché di Edipo non rimane che un involucro svuotato

di psiche


Che cos’è l’uomo incalza Edipo la sfinge

ma Edipo ormai privo di forze non sa

non conosce risposta

l’uomo è per lui più sconosciuto

di questo mostro alato che lo sovrasta

e nel quale non riesce a riconoscersi.

Ecco la terribile Sfinge dalle ali di avorio

con le labbra laccate di rosso

e i capelli di corda attorcigliata

con questa fune lega Edipo a una quercia

perché questo è l’albero del diritto discernimento

sui cui rami indugiano i corvi del vaticinio

lo lega a testa in giù

il camino fatale da cui tutto ebbe inizio

e con un colpo della sua ala tagliente

gli stacca la testa

un fiotto di sangue di un oscuro purpureo

sbocca e inonda le zampe possenti


Edipo non ha saputo risolvere l’inaudito quesito

Edipo ha fallito

millenni di storia l’hanno condotto a questo.

I sapienti che si consumarono gli occhi a studiare le stelle

I forzati che si sono consumati il respiro

scavando le viscere della terra

I santi che si sono perforati le mani

nella preghiera

I miserabili che si sono nutriti di cibo avariato

tutti questi sforzi non bastarono perché Edipo

potesse rispondere al quesito del mostro

prima di scendere nella città di Dite.


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