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  • Martina Toppi

Le Giovani Interviste di Alma: Linda Del Sarto

Continuiamo con Linda Del Sarto, dopo il dialogo insieme a Emanuele Franceschetti, il nuovo spazio "Le Giovani Interviste di Alma", dedicato alla messa a fuoco del pensiero e della poetica di giovani autrici e autori talentuosi.

I primi sette appuntamenti saranno dedicati alle poetesse e ai poeti inclusi nel Quindicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos 2021).



In Questi che siamo la poesia si fa panno che passa sul vetro opaco e chiarifica la visione di ciò che sta al di là. È l’amore il sentimento centrale della tua raccolta, contenuta nel “Quindicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea” (Marcos y Marcos 2021), e in quanto personaggio assoluto e assolutizzante l’amore agisce con tutte le forme che abbiamo imparato a conoscere non solo dalla nostra esperienza individuale, ma anche dalla nostra memoria di specie: l’ossessione, l’ebetudine, la follia, il senso di non essere un sé completo senza l’altro. Tramite la parola poetica però c’è nei tuoi versi la volontà di tornare a definire chiaramente chi si è e chi si era con l’altro e, soprattutto, chi si è una volta che l’altro non c’è. Un percorso a tre fasi, scandite dalle sezioni della tua raccolta (Questi che siamo – Questi che eravamo – Queste che siamo) e narratrici di una tensione costante a staccarsi da “Questi che siamo stati” per provare a sbirciare con curiosità a “queste che potremmo essere”. Mantengo non casualmente il plurale del pronome dimostrativo: come emerge con forza dalla tua raccolta, c’è infatti una realtà troppo complessa fuori dalla pagina, dietro alla finestra, per essere catturata in un ambiguo singolare. Il percorso che fai quanto può essere riportato e personalizzato sull’esperienza individuale di chi legge? E quindi, ha per te senso dar ragione a una legge generale, per quanto banale, della poesia secondo cui il verso, quando è ben scritto come il tuo, parla non più solo dell’autore al lettore, ma anche del lettore a sé stesso?


Credo che la poesia debba sempre e soprattutto parlare al lettore di se stesso: deve prenderlo per mano e invitarlo ad ascoltarsi. Ogni testo ha il compito di scavare, riportare alla memoria, includere e aiutare. Perché è una sferzata di vento, uno schiaffo: bisogna che sia forte. La scrittura più nobile penso sia proprio quella che parte dal sé per arrivare chiara agli altri: il verso allora diventa un dono che serve al lettore per conoscersi meglio e per non aver paura delle proprie emozioni. Ha lo scopo benefico di far sentire meno soli.

Quello che ho scritto in Questi che siamo ha molto di autobiografico, ma vorrebbe certamente parlare a tutti. Tanto più che il tema al centro della mia raccolta è tra i più abusati della storia della letteratura e della storia delle nostre vite.


Franca Mancinelli con acuta intuizione nella prefazione alla tua raccolta sottolinea una “tensione verso una forma di presenza ampliata, verso un soggetto che potremmo definire duale” presente nella tua poesia e riconoscibile in alcuni versi specifici (S’io m’intuassi come tu t’inmii; Che come mi pretendi io / ti sono; Torniamo a noi, / torniamoci). È questa una tensione che ho notato soprattutto nella prima sezione della tua raccolta – Questi che siamo – e che tende a sbiadire mano a mano che ci si avvicina alla chiusura finale, che poi è un’apertura (c’è tanta aria / e non vi aprite, mai / come porte al vento), in una climax dal noi, passando per l’io senza te, fino ad arrivare all’io tra gli altri. C’è da parte della tua lingua poetica – peraltro estremamente attuale a quotidiana, quasi orale - un tentativo di inquadrare la complessa instabilità del rapporto del sé con l’altro prima e con sé stesso poi? E se sì, credi che la lingua poetica possa effettivamente fare chiarezza e aiutarci a dare un senso ai rapporti che stringiamo nel corso della nostra vita?


La risposta alla prima domanda è certamente sì. La mia raccolta parla di una specie di ossessione amorosa, magnifica e totalizzante, che come dicevi va a dissolversi nel corso delle sezioni. Ho cercato di procedere secondo una cronologia: dal momento in cui una coppia si allontana e si lascia, passando attraverso il periodo del ricordo, fino al focus finale su se stessi. L’amore di sé è importante, ma il punto è che lo lasciamo troppo spesso in secondo piano; c’è addirittura chi lo ignora per tutta la vita. Invece ognuno di noi è duale, molteplice e cangiante, perciò è necessario curarci in tutte le nostre sfaccettature.

Per quanto io abbia provato a inquadrare e a descrivere il rapporto con sé e con l’altro, credo che la lingua poetica abbia prima di tutto una funzione catartica. Non serve tanto a fare chiarezza, per quanto possa provarci, ma a stare meglio e a liberare. Perché il risultato, sulla carta, spesso è più caotico di quanto chi scrive aveva in testa: certe volte l’autore non è nemmeno in grado di spiegare il perché di certe sequenze, immagini o parole. Alla fine la lingua poetica deve solo essere sincera. E dire sempre senza fronzoli, rimanendo fedele a se stessa.


E qui torno a dire amami / da capo – poi rifiutami / da bravo: la risposta / nell’acqua, sottovoce, / quasi nervo di cotone. […]


Oppure


Era caldo era agosto / Non ti mettere a posto, / non ti mettere addosso / niente / che non sia io. […]


Ho scelto questi versi per provare a fare luce su un aspetto della tua poesia che emerge con particolare forza dalla pagina: il ritmo. Un ritmo che è oppositivo, in sintonia con il rapporto che cerca di dipingere: la tensione quasi indicibile di un chiodo che vuole muoversi, schiodandosi da sé stesso. Ma un ritmo che è anche frutto di un’essenzialità estremamente ricercata. La tua è infatti una poesia che parla col non detto, col suono, con l’eco delle parole che si rimbalzano tra i versi, con gli spazi bianchi tra un verso e l’altro. Ti chiedo allora di poter entrare nella tua officina poetica e di raccontarci quale sia, nella tua opinione, l’importanza della metrica nella costruzione del verso e in che modo possa anche essa possa convogliare al lettore un senso più preciso di ciò che viene scritto.


La dimensione ritmica e musicale per me è molto importante. Slegandomi forse dalla tendenza al verso lungo e quasi narrativo della maggior parte della poesia di oggi, credo di essere in questo senso più “classica” e di attribuire al metro (comunque nel mio caso quasi mai regolare) una funzione determinante, anche in termini di concisione e forza del dettato. Dare una veste ritmica delimitata e ben definita serve a comunicare in maniera più diretta e a eliminare il rischio di diluire. Credo in generale che la poesia breve, e perciò concentrata, possa paradossalmente dire di più, e meglio.


Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti. Qual è la tua posizione a riguardo? Come vedi il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?


Credo fermamente che poesia e web possano e debbano andare d’accordo. Uno strumento come Instagram potrebbe generare capolavori: si pensi solo alla possibilità di ibridare in maniera creativa il testo poetico con foto o illustrazioni. La comunicazione si sta spostando tutta in rete, perciò è giusto che la letteratura possa seguire questa scia e circolarci allo stesso modo: la poesia, poi, ha dalla sua il vantaggio della brevità, in un mondo così disattento e iperveloce. Ciò non significa che il verso debba per qualche ragione snaturarsi o impoverirsi. Deve solo trovare il canale giusto per diffondersi, parallelamente alla carta stampata, che garantisce un altro tipo di esperienza di lettura. L’importante è che non assuma toni troppo commerciali.


Siamo nel 2021, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurito: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e pure nel panorama poetico contemporaneo. Alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout-court e in riferimento anche alla conta che sempre viene fatta di autori uomini e autrici donne presenti in lavori corali come quello di cui il tuo Questi che siamo fa parte, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per un futuro prossimo?


Tralasciando il passato, quando la voce delle donne era sopita per ovvie ragioni, credo che adesso la situazione sia abbastanza diversa. Riuscire a emergere nel mondo poetico di oggi non è facile per nessuno, uomo o donna che sia, e penso anzi che molte donne stiano occupando una bella fetta della poesia contemporanea più valida e importante. Calandrone, Lamarque, Bre, Candiani, Biagini, Cavalli, Gualtieri, Mancinelli, fino alle più giovani Borio, Paganucci, Mazzotta, Righi, sono solo alcuni dei nomi che mi vengono in mente. Non ho l’impressione che manchi spazio o che ci sia una volontaria tendenza a escludere le donne.

Mi auguro comunque che in futuro emergano sempre più voci femminili, com’è giusto che sia, per una maggiore varietà del panorama letterario.


Ti chiedo di scegliere da Questi che siamo tre testi e di riportarli qui per le lettrici e i lettori di Alma.

Mi sono girata per parlare

ai fiori, ho detto piano

che era vero tutto:

che c’era in questa acqua almeno

un litro di salvezza, ma credo ancora

in una vita stanca, di fortuna.

Che mi rimetto a questo:

al canto - che aderisca

ad ogni corpo.


*


Mi riconosceranno

per il tuo andare lento

(che nello stesso corpo noi

rincasiamo a sera).

Diventi santo dentro al tuo

silenzio: precisissima rispondo

a tutto quello che non chiedi.


*


Anche oggi sfarsi in due,

aversi in due

esemplari - doppi amanti, doppie

vite; solo non avere

occhio. E allo specchio

riconoscersi

a metà.


Linda Del Sarto è nata a Lucca il 14 maggio 1994. Si è laureata in Lettere comparate a Pisa e in Lingua e cultura italiane per stranieri a Bologna, conseguendo successivamente il master in Editoria cartacea e digitale all’Università Cattolica di Milano. Segnalata al premio Rimini, finalista al Landi e al LILEC per la traduzione poetica, alcuni suoi inediti sono usciti su «Menti Sommerse» nella rubrica “I fiordalisi” curata da Alessandra Corbetta, all’interno della “Bottega di poesia” di Maurizio Cucchi su «Repubblica» di Milano, su «Poeti Oggi», «Atelier Poesia», «Lietocolle» e «Diario di passo» di Franca Mancinelli. È vincitrice del premio under 30 Vita alla Vita 2020. Attualmente vive a Milano, traduce dal polacco e lavora alla Garzanti.

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