Nota di lettura a "Mani" di Rossella Renzi
- Alessandro Pertosa

- 23 dic
- Tempo di lettura: 5 min
Alcuni libri non si leggono soltanto: si toccano. Si attraversano come una superficie viva, un tessuto che pulsa sotto le dita e la parola diventa pelle, solco, respiro. Mani, l’ultima raccolta poetica di Rossella Renzi (peQuod, 2025) è proprio questo: un libro che non si lascia soltanto abitare dagli occhi, ma che pretende una carezza, una presa di forza, un contatto. Perché le mani qui, sono insieme materia e simbolo, gesto e memoria, corpo che crea e corpo che trattiene, segno di vita e ombra di morte che danno corpo a un fragile splendore.
Sin dalla citazione iniziale di Agostino - i Mani come spiriti sospesi tra la luce e il buio, tra l’umano e il divino - siamo condotti in un territorio liminale, dove la parola poetica non descrive ma evoca, non spiega ma plasma. È un libro che vibra di dicotomie: la terra e il mare, il giorno e la penombra, la fiamma e l’acqua, la carezza e la ferita. Renzi scrive come chi semina meraviglia, e ogni testo è un solco che aspetta germinazione.
Le sezioni si succedono come stagioni dell’anima. In Bisanzio risplende la voce di Teodora, imperatrice e archetipo, figura che intreccia potere e intimità, splendore e fragilità. È un Oriente di mosaici e mattini, di vino e miele, che si svela attraverso l’arte sottile del dettaglio. Poi il ritmo cambia e la raccolta scivola verso In piena luce, dove il bagliore espone la vita, dove la luce non è redenzione ma abbaglio che ferisce, che costringe gli occhi a confrontarsi con l’eccesso della visione.
C’è una musica che percorre ogni verso: un ritmo spezzato quasi percussivo, fatto di enjambement e sospensioni, come se il respiro stesso si frantumasse per aderire alla materia incandescente delle immagini. Ogni componimento è una camera d’eco: il mare che ritorna e si ritira, la neve che cade lenta, le libellule che sfiorano l’infanzia, i rami che si spezzano sul vetro dell’inverno. È un lessico naturale, terrestre, ma mai idillico: la natura non è consolazione bensì specchio e tormento, è la misura del tempo che scorre e che ferisce.
Penombra segna un passaggio: qui la voce si fa più intima, sospesa tra la sensualità di un nome sussurrato e la vertigine di un silenzio che pesa come un abisso. La poesia diventa un dialogo fitto con l’assenza, con il desiderio, con la morte che appare e scompare come un’ombra sul vetro.
Poi arriva Il lato oscuro, e il ritmo si fa più grave, più urgente. La pioggia di novembre, l’autunno che riverbera come musica, la terra che brucia. È la parte del libro in cui la contemporaneità entra con passo deciso: le guerre, i boati, i corpi spezzati, i nomi che si fanno memoria e ferita. Ma anche qui la voce di Renzi non scivola mai nel clamore: rimane raccolta, intessuta di pudore, capace di far vibrare il dolore senza urlarlo.
L’ultima sezione, La terra, la guerra, una questione, è forse la più alta e potente: qui la poesia si fa resistenza, gesto politico e insieme intimo, perché la terra da difendere è quella esterna e quella interiore. Il poemetto in sei tempi, con il suo ritmo di litania e confessione, mette in scena una soggettività che è fragile e resistente, tremante e visionaria. I morti parlano, i figli immaginari camminano accanto, i profeti sono giovani poeti in esilio.
Ciò che resta alla fine, è un gesto: le mani del pianista nude, capaci di trasformare il buio in suono. È la cifra di un libro che fa del toccare la sua chiave di lettura e di scrittura: toccare la vita, il dolore, l’amore, l’ombra, la memoria. Toccare il soffio, il vento che dà sapore e colore all’esistenza.
Renzi costruisce una poesia che è insieme verticale e terrena, alta e quotidiana, fatta di richiami filosofici e di immagini domestiche, di visioni metafisiche e di tazze da tè. Una scrittura che non teme la contraddizione, anzi la abita, la fa risuonare. È un canto che si muove tra luce e penombra, che attraversa la storia e la intesse al corpo, che non offre risposte ma aperture, talvolta persino dolorose.
Mani è, in definitiva, un libro che chiede al lettore di essere presente con tutto se stesso: occhi, cuore, pelle. È un’opera che non si consuma nella lettura, ma che continua a vibrare, a inquietare, a sussurrare anche quando la pagina è chiusa. E che, come le mani stesse, sa stringere e lasciare andare, custodire e donare, trattenere e consegnare al futuro il suo lascito di ombra e di luce.
E quando si chiude il libro dopo l’ultima pagina, resta il bisogno di allungare le proprie mani verso qualcun altro, come se la poesia avesse aperto una ferita che è anche un varco: un invito a non dimenticare che siamo vivi soltanto quando ci tocchiamo, quando ci passiamo il respiro, quando nelle mani dell’altro riconosciamo il fragile, infinito splendore del nostro essere umani.

Continuo a sognare la stagione
dove tutto resta immobile
sotto un velo ghiacciato. È Natale
il calore nel petto, una voce di donna
canta nelle mattine gelate
le arance appena raccolte e spremute.
Noi bambini a spaccare nocciole
seduti, eccitati per così poco
gli occhi spalancati davanti al fuoco.
*
Ecco s’è fatto giorno
e non so dire questo sentire
nessuna parola, non un canto
è il singulto dei morti
il soffio che spinge
allontana ogni cosa.
*
Sei la betulla, la casa piantata
nel tepore umido della terra
dove si inabissa ogni cosa.
Il ramo nodoso che ci tiene
il cavo di ombraluce per il seme
la pena per il tronco spaccato a metà
dove il tempo si annida in silenzio.
Palpita lento nel sangue, s’infiora
*
Scrivimi dell’acqua che sfiora il volto
della fiamma, del vortice del sonno
che danza, illumina a stento la stanza
la rugiada sulle tempie.
*
Ascolta l’eco della città deserta
qui vagano le anime di seta
in cerca dell’abito sfavillante
nuova vita al verbo della festa
un sussurro nel paesaggio di pietra.
Ma i petali ghiacciati della viola
si aprono al risveglio
e senti ancora la stagione
palpitare nella rosa fossile.

Rossella Renzi, insegnante, saggista, poetessa, ha pubblicato I giorni dell’acqua (L’arcolaio 2009), Il seme del giorno (L’arcolaio 2015), Dare il nome alle cose (Minerva 2018), Disadorna (peQuod 2022), Mani (peQuod 2025); il saggio Dire fare sbocciare. Laboratori di poesia a scuola (Pordenonelegge 2018). Da oltre vent’anni scrive di poesia per riviste, siti e blog di letteratura. È redattrice di «Argo» e di «Poesia del nostro tempo». Per la casa editrice Argolibri dirige la collana “Territori” per cui ha curato i volumi Immaginaria (2023), Sia manifesta la tua voce. Forme di resistenza nella poesia persiana (2024 e 2025), Poesia prima persona plurale (2025) con Lorenzo Mari e Gianluca Rizzo. Ha curato, con altri critici, L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila e numerosi Annuari di poesia. Ha condotto “Novissime, podcast mensile di poesia e letteratura” insieme a Lello Voce. Numerose sono le collaborazioni che ricercano il dialogo tra la poesia e le diverse forme espressive: col percussionista Mirco Mungari lavora al progetto Mousikè techne sulla contaminazione tra parola, percussioni e strumenti etnici; col polistrumentista Paolo Ravaglia lavora al progetto sperimentale ElettroPoesia (https://soundcloud.com/elettropoesia), che esplora le intersezioni tra musica elettronica, voce, suono. Ha tenuto corsi, seminari, incontri sulla poesia e laboratori di scrittura creativa. Si è laureata nel 2003 all’Alma Mater di Bologna col Prof. Alberto Bertoni, scrivendo una tesi su Eugenio Montale e la poesia del secondo Novecento.




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