Nota di lettura a "2040" di Jorie Graham
- Sara Vergari

- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 2 min
2040 di Jorie Graham, massimo esponente della poesia statunitense, è un libro che, tra il distopico e l’apocalittico, mira in realtà a svegliare le coscienze qui ed ora, in un presente che è già futuro e si fonda sull’importanza della memoria. La protagonista del racconto in versi è una speaker radiofonica che, solitaria, si aggira in uno spazio-mondo appeso tra la fine e l’eterno. Questo potrebbe essere un luogo post-apocalittico, o meglio una proiezione della coscienza, certamente una zona di transizione che, come tale, contiene più dimensioni. Mentre si muove, la narratrice pronuncia parole definitive che servono per riflettere sul male, per denunciare le malvagie azioni umane, per farci rendere conto di come ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno. Centrale in tal senso è il potere immaginifico della memoria, la risorsa preziosa che ci permette di conservare, creare, sentire, o più semplicemente di essere umani; questo è ora costantemente minacciato dalle intelligenze artificiali e dall’ipertecnologia. Il titolo, 2040, non è solo una data nel futuro, ma richiama quel termine fissato durante l’Accordo di Parigi del 2015 per ridurre le emissioni dei gas serra: è questo il viaggio che ci aspetta di qui a quella scadenza. La protagonista ci conduce allora in un percorso di presa di coscienza e sensibilizzazione attraverso la parola poetica, facendoci riscoprire il suo più alto valore civile e confermandoci ancora una volta che sì, la poesia potrà cambiare il mondo.

L’ULTIMO GIORNO
lasciai la protezione
del mio piano & del mio
pensiero. Mi lasciai
andare. È speranza questa?
La luce fuggì.
Abbiamo un mondo
da perdere, pensai.
Fuggì l’estate.
S’alzarono le acque.
Come organizzarmi
ora. Dove trovo
l’ignoranza
necessaria. Come
non riassumere
ogni cosa? È mistero questo?
Questa complessa
assenza di disegno.
Nessuna somma per cui lottare.
Nessuna verità generale. Nessuna.
Come procedo senza
certezze. Come procedo
senza attività.
Nessun nord o
sud. Cosa dovrò
sovvertire. Dove
trovare il limite. Il
raro ineffabile
limite. Sotto
i numeri. Tramite e dietro
alfabeti e il loro brulicante alveare – qui,
in queste lettere.
Mi sporgo avanti
in cerca dell’aneddoto
che mi avvicini al
nulla. Non mi
mancano idee.
Riesco a vedere
come si ricompongono
i frammenti.
Riesco a essere
compagna umana
dell’umano. Non
sono scettica.
Cerco di entrare nell’in-
visibile. Dove i rami
dei salici
si piegano al mio
passo. Hanno un
sogno, penso. Hanno
desiderio. Così in alto
da terra vedo
troppo. Devo
scendere, devo
uscire dal raggio
dell’orizzonte. Sono
tracce di questa
estate o di quanti anni
fa? Queste erbe
rispuntate ora,
sono nuove? Questo
viene ricordato. Anche
mentre si cancella non
cancella la cosa
che era. E che ci diede.
Nessuno può dire intera la storia.





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