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Le Giovani Interviste: Stefano Bottero

  • Immagine del redattore: Sara Vergari
    Sara Vergari
  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Prosegue con Stefano Bottero lo spazio "Le Giovani Interviste di Alma" dedicato alla messa a fuoco del pensiero e della poetica di giovani autrici e autori talentuosi.


I prossimi sette appuntamenti saranno infatti dedicati alle poetesse e ai poeti inclusi nel Diciassettesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2025).


Diciassettesimo quaderno Marcos y Marcos Alma Poesia Copertina

Kisa, contenuto nell’ultimo volume dei Quaderni di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2025) riprende una storia Buddhista, quella di Kisa Gotami, ed è un racconto di perdita e di dolore. L’andamento poematico, il verso lungo e una lingua oracolare, alla ricerca progressiva e incalzante di un senso più ampio, scardinano il lirismo in favore di una natura più filosofica. Il lettore procede dunque in una mappa di luoghi non-luoghi tra scene dall’alta carica simbolica e che, allo stesso tempo, delineano un immaginario di costante tensione. La tua poesia sembra avere molteplici influenze che hai saputo far confluire in una scrittura stratificata, di non immediata esegesi e che in definitiva ha la natura dei testi sapienziali, quella di condurre attraverso un percorso di consapevolezza in cui il lettore è parte attiva. Ti chiedo di entrare nel merito del processo di concepimento e scrittura del tuo testo: quali sono le “fonti” e quale il “fine” di una poesia che tende a un discorso infinito, inafferrabile, trascendente?

 

[dopo]

Non c’è nessuna fonte, ma uno scolo. Un’equivalenza tra la parabola di Kisa Gotami, che chiede i semi introvabili per la resurrezione del figlio, e il nuoto di Thalequah - orca che nel 2023 tiene per diciassette giorni il corpo morto del suo bambino. Non sono gesti ‘tragici’ ma manifestazione del nero - stato negativo fuori dalla dualità, dalle possibilità di riscatto. Scrive Eliot, come quando «under ether, the mind is conscious but conscious of nothing –». Kisa porta in forma verbale il gesto irredimibile di Thalequah - una transessualità della parola. Il punto in cui, facendosi altra dalla carne, ma nella carne, la illumina. La verifica. Mostra la natura bucata del corpo e cola.


[prima]

La circolarità di Stefano Pilia, i buchi di Cornelia Parker, il nero di Nicola Samorì - sono relazioni che non confermano ma destabilizzano il testo. Precario, il testo mima la perdita che è già nel corpo. Usando le parole che Federico Ferrari ha dedicato ad Adone Brandalise, «se si dà una identità» nella parola «è nella differenza»: «il discorso della lingua vivente […] ha semplicemente una conclusione, ma non una fine e nemmeno un fine». Kisa non significa niente.

 

Le molteplici immagini attraverso cui la poesia parla, se pur in modo oracolare, sono spesso favolistiche, dal sapore mitico, tra metamorfosi e una solenne danza macabra che sembra segnare ogni testo, ogni passaggio. Il corpo, inoltre, è il principale dispositivo che vive lo squarcio, il dolore, la lacerazione di questo processo poetico. Che valore assume il corpo nella tua poesia?

 

La parola cola dalla crepa nel corpo ma non è del corpo - recipiente che nega la propria sostanza. «Contenitori che perdono acqua noi siamo. Nuotiamo, e ogni tanto affoghiamo». Entrambi, la parola e il corpo, sono un episodio temporaneo - non resta la carne così come quello che scrivo. È una prospettiva già di Samorì: l’opera non è diversa dal miracolo di San Gennaro. Dopo la liquidità torna a seccarsi. Non è muto di nuovo il sangue ma da sempre - la parola poetica è afona, afasica, per lo stesso motivo. Come il corpo la parola è una condizione, non un significato.

 

Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia”, oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzatrice di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti. Qual è la tua posizione a riguardo? Come vedi il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?

 

Pensiamo alle chat sessuali. Toccarsi senza la pelle reciproca, nel digitale, non è diverso dall’ascoltarsi, dal leggersi (senza) in un gruppo o in un thread. La rete come spazio di relazione riscrive le possibilità del corpo - una declinazione dell’esser-ci che aumenta, si slabbra. E che, come scrive Policastro, rende «non più l’opera, ma l’autore a essere tecnicamente e serialmente riproducibile». Il questo senso mostra il disastro del corpo, della singolarità - mostra l’inconsistenza dell’identità come qualcosa di non più pres-ente.

Che questa esperienza cognitiva collettiva crei memoria o meno, è la domanda. Nel futuro non vedo niente.

 

Siamo nel 2025, eppure il dibattito intorno alla questione del gender in poesia sembra non essersi ancora esaurito: da una parte ci si continua a chiedere se, in effetti, la poesia possa averne uno o se, in quanto arte, prescinda da qualsiasi suddivisione a riguardo; dall’altra l’inevitabile constatazione della prevalenza di poeti uomini nelle antologie scolastiche e pure nel panorama poetico contemporaneo.

Alla luce della preponderanza che il tema del femminile sta assumendo nel dibattito odierno tout court e in riferimento anche alla conta che sempre viene fatta di autori uomini e autrici donne presenti in lavori corali come quello di cui il tuo Kisa fa parte, come inquadri l’argomento e qual è la tua opinione a riguardo? Soprattutto, prevedi un’evoluzione verso altre traiettorie per il futuro prossimo?

 

[dopo]

L’eteronormatività preme su ogni cosa, scelte antologiche incluse. Un fenomeno particolare dei nostri anni (strumentalizzato dalle destre) è il carattere normante che finiscono per assumere anche le posizioni nate come controculturali. Quando vengono sussunte dal capitale, trasformate in ‘vendibile’, queste si rovesciano. Diventano prescrittive a loro volta.

 

[prima]

Mi fermo sulla decrescita. Sulla decostruzione. La parola poetica è transessuale perché si fa altra nella carne, nella voce, e con essa il corpo. Liquido e aperto - mai concluso, come invece prevede la contemporanea «orgia delle categorie» di cui scrive Siti. Per questo il bisogno è quello di smettere di parlare di tragedia. Smettere di assecondare la fissità dialettica che sta alla base del tragico (da un lato il dolore, dall’altro il riscatto), e che mantiene l’illusione di un significato possibile. Quando invece non fa altro che produrre un continuo ripristino dell’ordine, uno spaccio del Senso come della merce.

 

[ultima]

Siamo nulla e andiamo al nulla. Non c’è significato nella perdita così come nell’identità. Non parlo del rifiuto dell’idea reazionaria delle identità binarie, ma di ogni ipotesi di senso. Di ogni identità. Il paradosso del sangue di San Gennaro che torna liquido, parola, non conferma che cenere eri e cenere tornerai ma che cenere sei - adesso, mentre leggi. Lo ripeterò di nuovo: non è un significato ma una condizione di nero. Il mio corpo non sono maschili né femminili, né eterosessuali.  

 

5 Ti chiedo di scegliere da Kisa tre testi e di riportarli qui per i lettori e le lettrici di Alma.


 

 



Stefano Bottero Alma Poesia

Stefano Bottero è nato a Roma nel 1994. Vive a Venezia, dove ha svolto un dottorato di ricerca. Ha pubblicato "Poesie di ieri" (Oèdipus, 2019, con prefazione di Biancamaria Frabotta, Premio Città di Como - opera prima) e "Notturno formale" (Industria & Letteratura, 2023, in dialogo con le opere dell'artista Nerina Toci). Una sua silloge è pubblicata nella rubrica di Milo De Angelis su «Poesia» (n. 14, 2022). Collabora come traduttore e critico con periodici tra cui «Nuovi Argomenti» (Officina poesia) e «Lingua italiana» di Treccani. È redattore di «Polisemie».

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