Le Antichità di Alma" (appuntamento n°13)
- Martina Toppi

- 1 giorno fa
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Intermezzi di seduzione: apprendere l'Ars amatoria per le strade di Dublino
Il desiderio non è un fatto privato, ma un fenomeno sociale e performativo. E l’amore è un’arte d’apprendere, non un istinto naturale per i due autori che sono al centro di "Le Antichità di Alma" per questo primo appuntamento della stagione.
Il desiderio è un gioco di ruoli, dove la strategia guida il gesto, e l’interazione nasce perlopiù da un trucco: un messaggio inviato e poi cancellato, un sospiro al momento giusto senza mai verbalizzare l’origine della nostalgia che si fa suono, una richiesta inespressa a parole ma incanalata nello sguardo, il rumore di passi fuori da una porta che anticipano un incontro ancora sospeso nel tempo. La coreografia del desiderio richiede danzatori e anche un pubblico.
L’amore invece, è arte appunto, un’abilità umana basata sull’ingegno e sulla creatività.
Se fra il popolo qualcuno non conosce l’arte di amare,
saggio diventi leggendo i miei versi, e ami così.
L’arte muove le navi veloci a vela e a remi,
l’arte gli agili cocchi: l’arte diriga Amore.
Automedonte reggeva le docili briglie dei carri,
Tifi guidava l’emonia nave: invece a me,
scelto da Venere, tocca insegnare il tenero Amore;
mi chiameranno il Tifi e l’Automedonte d’Amore. (Ars Amatoria, I, 1-17)
Lo racconta Ovidio nell’Ars Amatoria, opera in tre libri che costituisce un manuale provocatorio perché nato con l’intenzione di sovvertire il programma morale propagandato dall’imperatore Augusto tramite alcune forme di poesia “didattica” che Ovidio richiama e ribalta nei suoi versi. Quello di Augusto era un programma politico finalizzato a moralizzare i comportamenti dei romani e contrastare la denatalità crescente nel periodo augusteo, tra il 27 a.C. e il 14 d.C. Un’operazione a cui l’imperatore teneva moltissimo, tanto da arrivare a punire il celibato e penalizzare le unioni coniugali senza figli, oltre all’adulterio, soprattutto se praticato dalle donne: l’unico amore socialmente accettabile durante l’epoca passata alla storia come pax romana era quello coniugale e l’unica idea di donna divulgabile coincideva con quella di moglie. In tutto questo ogni cosa che potesse dare voce alla passione amorosa travolgente e sregolata veniva messa a tacere.

Tutto il contrario di quello di cui invece parlano i versi di Ovidio, poeta dell’amore giocoso e della seduzione come arte essenziale a una vita felice. E infatti l’Ars Amatoria nell’8 d.C. costò a Ovidio, accusato di immoralità, l’esilio a Tomi, l’attuale città di Costanza in Romania, sul Mar Nero, da dove il poeta scrisse la sua ultima e nostalgica opera in versi, i Tristia, e dove rimase fino alla morte.
Tutto nell’Ars Amatoria parla di desiderio erotico: dai semplici suggerimenti rivolti agli uomini, nei primi due libri, e alle donne, nel terzo, del calibro di “togli la polvere dall’abito della donna che desideri”, “ricordati del suo compleanno”, “nelle lettere promettile la luna”, alla raffigurazione di Roma stessa, descritta come città dove ogni luogo offre la possibilità di un incontro amoroso. Tanto che Stella Sacchini in Femminile plurale: Ovidio oltre il genere parla di questa raffigurazione del centro nevralgico dell’impero romano come di una “mappa erotica di Roma [...] che si allarga a dismisura, inglobando quasi l’intera città e coinvolgendo, con un gesto provocatorio da parte dell’autore, i monumenti che ricordano le glorie militari e le grandi vittorie del principato”. Ogni cosa, per Ovidio, può essere ricondotta al nucleo centrale della sua opera, l’abilità di suscitare desiderio e coltivare l’amore come gioco: una materia che, secondo il poeta, il suo pubblico, ovvero i cittadini romani, ignorano e sulla quale invece egli intende istruirli.
E se l’amore per Ovidio è gioco, va detto anche che si tratta di un gioco che non sospende la vita, ma che anzi viene giocato proprio mentre la vita scorre, tra la folla e per le strade di Roma. Come quando ai versi 139-156 del primo libro dell’Ars Amatoria il poeta insegna a un giovane uomo in cerca d’amore come conquistare lo sguardo di una donna al Circo. Consigli pratici (“siedile vicino”, “sistemale il cuscino su cui è seduta”, “sfiorala appena puoi”):
Gesticolare non serve per dire cose segrete
né ottenere risposte dai cenni della mano.
Siediti accanto alla donna: nessuno te lo impedisce;
ogni minuto che passa accostati sempre di più.
Vuoi o non vuoi, te l’impone la linea di divisione:
segui la legge del posto, sfrutta la prossimità,
tocca la donna che hai accanto. Devi attaccare bottone,
cerca un pretesto, parla del più e del meno, dài:
chiedi di chi è quel cavallo, mostrati attento, svelto!,
scegli il suo favorito – fai il tifo con lei!
Alla comparsa del lungo corteo di dèi eburnei,
devi applaudire però Venere che è tua padrona;
e se per caso, come spesso succede, le cadrà in grembo
qualche granello di polvere, tu toglilo con la mano;
se poi di polvere non c’è neanche l’ombra, togli quell’ombra:
ogni pretesto sia buono per la tua cavalleria;
se il mantello scivola fino a toccare il suolo,
svelto, tiralo su, ché non si sporchi di terra:
tosto per premio al tuo zelo potrai vedere se vuoi,
con il favore di lei, sotto il manto le gambe.
Bada inoltre che lo spettatore seduto dietro
con il ginocchio non prema contro la schiena di lei.
Piccoli gesti conquistano gli animi superficiali:
basta talora offrirle con mano pronta un cuscino;
dà buoni frutti usare la tavoletta a mo’ di ventaglio,
o anche porre sotto i piedini uno sgabello. (Ars Amatoria, I, 137-162)
Sono azioni minime, studiate e calibrate per essere messe in scena al momento giusto. Interludi tra una conversazione e l’altra, gli stessi che popolano l’ultimo romanzo dell’autrice irlandese Sally Rooney Intermezzo. Anche in Intermezzo l’amore è una lunga sequenza di azioni minime: lo “sta scrivendo” che compare su Whatsapp sotto il nome dell’amante, un gesto esitante ritratto all’ultimo, una frase che cambia direzione a metà strada, mentre la voce si affievolisce, un caffè preparato la mattina nel silenzio, una notte trascorsa senza sesso fermi uno accanto all’altra.
L’inestimabile piacere del conversare con lei. Anche solo passeggiare dicendosi qualcosa, qualunque cosa, anche solo l’atto in sé, camminare insieme allo stesso passo, e parlare, puramente per il piacere di divertirsi a vicenda, di farsi ridere a vicenda con qualche battuta stupida, senza scopo ulteriore, senza nient’altro in vista, lasciare che le parole si levino e disperdano per sempre nell’aria umida e salmastra. (Intermezzo, traduzione di Norman Gobetti, Einaudi 2024).

Leggendo Intermezzo sembra di ritrovare in Rooney la logica con cui Ovidio scrisse l’Ars amatoria, quella per cui l’amore non è un sentimento spontaneo ma un’arte da apprendere, un gioco di ruoli, una strategia sociale. Rooney però aggiorna l’antico manuale di seduzione del poeta latino trasformandolo in una grammatica emotiva contemporanea, fatta di codici digitali, moltissima autoanalisi e una vulnerabilità impensabile a cavallo tra I secolo a.C. e I d.C. Ma il principio è lo stesso: nessuno ama da solo, e nessuno ama senza mettersi in scena.
Nessuno, quando viene respinto, crede davvero che sia per motivi estrinseci. E in effetti non è quasi mai per motivi estrinseci, perché l’attrazione reciproca – che fra l’altro svolge una funzione anche dal punto di vista evolutivo – è semplicemente la ragione piú forte per fare qualunque cosa, e ha la meglio su qualsivoglia questione di principio, facendola svanire nel nulla. (Intermezzo, traduzione di Norman Gobetti, Einaudi 2024)
In Intermezzo seguiamo le vicende di due fratelli, Peter e Ivan: dieci anni di differenza intercorrono tra l’uno e l’altro e al momento dell’incontro con il lettore, che avviene appena dopo la morte del padre dopo una lunghissima e difficile malattia, i due non potrebbero apparire più diversi. Peter è un avvocato, lavora a Dublino, non ha difficoltà a conquistare donne bellissime, sexy e provocanti. Ivan, di contro, è un tipo solitario che ha fatto per lungo tempo degli scacchi la sua vita, salvo poi abbandonarne la pratica. I toni dei loro monologhi interiori, che si alternano con opposti punti di vista per tutta la durata del romanzo, per molti versi mostrano però una profonda somiglianza nella difficoltà sia a comprendere in che modo il dolore per la morte del padre stia colpendo l’altro sia a mettersi a disposizione di una relazione sentimentale sincera. Ma il desiderio di avere l’altro vicino, sia fisicamente che emotivamente, in un periodo di solitudine e dolore profondissimi domina tutta la narrazione e mostra l’essenziale dipendenza dei protagonisti dalle altre persone. Nel caso di Peter c’è una donna a lungo amata ma con un complesso problema fisico che le impedisce di vivere il sesso senza soffrire, Sylvia, e un’altra giovanissima donna, Naomi, dieci anni meno di lui, che vive in un condominio occupato e vende proprie foto per mantenersi. Per Ivan invece c’è, Margaret, di molti anni più grande, separata da un marito geloso e invadente, sola ma capace di cogliere la delicatezza inespressa che Ivan si trascina dietro da sempre come un handicap. Nel turbinio di relazioni che spesso si mostrano fragili, complesse, perlopiù fallimentari o sospese in un sottile equilibrio tra la felicità e la distruzione reciproca, i due fratelli si scoprono non autonomi, né l’uno nei confronti dell’altro né entrambi nei confronti degli altri.
Ma è una consapevolezza che si costruisce nel lento addestrarsi a riconoscere, suscitare e alimentare il desiderio. In una recensione di Alexandra Harris pubblicata sul Guardian, Intermezzo by Sally Rooney review surprise moves in love, loss and chess, Harris scrive che ognuno dei romanzi di Rooney coreografa i propri protagonisti in configurazioni che cambiano, con un ritmo di attenzione che si muove tra coppie legate l’una all’altra. Un intreccio che ha molto a che fare anche con il giudizio morale che viene dato oggi ad alcune forme che il desiderio assume. In Intermezzo, Ivan e Margaret nascondono la loro relazione per la paura di lei di essere giudicata dagli abitanti del piccolo paese irlandese in cui vive. Ma anche Peter vive nell’angoscia costante del giudizio che gli altri potrebbero dare della differenza di età tra lui e Naomi così come del poliamore che coinvolge anche Sylvia.
A causa dei suoi amici, del suo ex marito, dei suoi famigliari, colleghi, concittadini, lei non è del tutto libera di vivere quella vita spontanea e priva di vincoli che aveva immaginato. Ma d'altro canto, a causa di Ivan, a causa di quel che c'è fra loro, non è neanche del tutto libera di tornare alla sua esistenza precedente. (Intermezzo, traduzione di Norman Gobetti, Einaudi 2024)
Il sesso diventa così uno strumento segreto di espressione dei personaggi, un atto nascosto agli occhi degli altri del romanzo, ma non a quelli del lettore, a cui ogni scena di intimità viene mostrata quasi con insistenza per evidenziare l’ineludibilità del desiderio come campo di apprendimento dello stare in relazione con l’altro. Scrive Debora Lambruschini su Critica Letteraria: «Intermezzo è anche una storia di corpi – tutti piuttosto belli, quantomeno negli occhi di chi li osserva con sentimento – e del rapporto con il proprio. Ed è pure attraverso i corpi, dunque, che il rapporto tra Peter e Ivan, centro nevralgico di questa storia, si compie: mediante la distanza fisica, mediante i gesti minimi, mediante il tocco, perfino attraverso l’esplosione violenta».
Il sesso in Rooney è l’esito privato di un gioco della seduzione che avviene però in pubblico - che va in scena nei bar, per le strade, durante una partita di scacchi - ovvero lì dove lo sguardo altrui dà forma e direzione alle azioni, alcune proibite e quindi archiviate nei reconditi della mente, altre comunque proibite ma azzardate platealmente e lo stesso vale per Ovidio. Nell’Ars Amatoria il gioco della seduzione si svolge al circo, al teatro, alle feste religiose, nelle passeggiate in città, all’interno cioè di un sistema di aspettative che non riguardano solo la coppia, ma l’intera società. Il sesso, invece, è un atto privato ma non isolato: di quella rete di norme non scritte, sguardi, strategie e regole sociali è l’esito più intimo.
Ecco che il letto, unico complice, ha accolto i due amanti:
fermati, o Musa, fuori della porta chiusa dell’alcova.
Soli, senza di te, le parole si faranno assai fitte,
né la mano sinistra nel letto inattiva resterà;
sotto le lenzuola le dita troveranno qualcosa da fare,
là dove Amore bagna segretamente le frecce.
Con la sua Andromaca fece così il fortissimo Ettore,
valido sul campo di battaglia ma anche sul campo d’amore;
fece così anche il grande Achille con la schiava di Lirnesso
quando, stanco dei nemici, giacque sul letto con lei.
Dimmi, Briseide, come facevi a farti toccare
da quelle mani sempre imbrattate di sangue frigio?
Forse era questo che ti piaceva, o lasciva: sentirti
premere le carni da quelle mani vittoriose, è così?
Credimi: non bisogna affrettare il piacere d’amore
ma prolungarlo a poco a poco con lenti indugi.
Quando avrai individuato i punti che le danno piacere,
non ti impedisca il pudore di toccare proprio lì:
gli occhi allora le vedrai brillare di un tremulo fulgore,
come il riverbero del sole sullo specchio chiaro dell’acqua;
poi verranno i lamenti, verranno i teneri bisbigli,
dolci gemiti e parole adatte al gioco d’amore.
Bada però a non lasciare indietro la donna, spiegando
vele più ampie, né lei superi il tuo ritmo di marcia;
meglio arrivare concordi alla meta: pieno è il piacere
quando la donna e l’uomo, stremati, s’abbandonano insieme. (Ars Amatoria, II, 704-729)
In quanto praeceptor, colui cioè che si pone l’obiettivo di insegnare l’arte della seduzione, l’Ars amatoria appunto, ai suoi lettori, Ovidio è un osservatore che studia l’amore e le sue implicazioni dall’esterno, più che viverle sulla propria pelle. Scrive ancora Sacchini: «Muove i suoi allievi come pedine su una scacchiera, dando loro insegnamenti diversi a seconda dei sessi e del contesto, costruendo, tassello dopo tassello, questo gioco serissimo che è l’amore. [...] Ma attenzione: la vittoria, la posta in gioco, l’obiettivo della caccia non è l’amore, bensì il piacere sessuale scevro di implicazioni sentimentali».
In questo, però, si individua la sottile differenza tra il gioco di scacchi messo in scena da Ovidio e quello descritto da Rooney, i cui scritti così vicini nell’analisi del desiderio e della passione si scostano proprio sull’esito finale. Lo scopo narrativo dell’autrice irlandese supera infatti la dimensione sessuale fine a sé stessa per raggiungere quella esistenziale. I corpi di Peter, Ivan, Margaret, Naomi e Sylvia sono luoghi in cui si prova ad annullare una solitudine che è profondamente radicata. E la Dublino di Rooney è ben altra cosa dalla Roma di Ovidio. Entrambe le città sono fatte di spazi pubblici in cui la caccia passionale prende piede, ma tanto la città eterna dell’impero romano è affollata quanto la capitale irlandese e le vaste campagne verdi bagnate dalla pioggia che la circondano sono spazi colmi di vuoti. Poche le persone che camminano per le strade, tante le scene in cui i personaggi sono visti osservare il mondo e osservare sé stessi avvolti nel silenzio, penetrando l’oscurità della notte, talvolta rischiando anche di perdersi in quel buio. Come accade a Peter che nell’incapacità di accogliere fino in fondo la relazione con gli altri arriva a contemplare l’allettante idea del suicidio. Ed ecco che invece per Rooney è il rapporto con l’altro a salvarlo e a salvare anche noi lettori: corpo, mente e anima. Andando oltre le convenzioni sociali, superando i limiti che ci auto imponiamo, trovando nuove mosse per colmare gli intermezzi di vita in cui il tempo scorre anche se a noi sembra che nulla stia accadendo. È in quell’attesa che si ragiona la prossima mossa, quella con cui la partita dell’amore può davvero essere vinta. Talvolta anche solo aprendo una porta per far entrare davvero l’altro che si è a lungo cercato, cacciato, sedotto. Ma che alla fine del gioco serissimo della seduzione deve essere accolto per davvero, fino in fondo.
La vita non si è liberata dalla rete che la avviluppava. La vita non può liberarsene: è la vita stessa a essere la rete, a tenere al loro posto le persone, a dar senso alle cose. Non è possibile districarsi dalle costrizioni e condurre semplicemente un’esistenza priva di senso. Sono le persone, le altre persone, a renderlo impossibile. Ma senza le altre persone non ci sarebbe vita. Giudizio, biasimo, delusione, conflitto: sono questi i mezzi attraverso cui le persone restano legate fra loro. (Intermezzo, traduzione di Norman Gobetti, Einaudi 2024)




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