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«E l’eterno ha perso»: recensione a "L'antologia ragionata" di Mario Santagostini

  • Immagine del redattore: Emanuele Andrea Spano
    Emanuele Andrea Spano
  • 21 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Nel titolo di questo libro, L'Antologia ragionata, uscito per la Gialla di Samuele Editore in questo 2025, c’è già tanto della personalità poetica e umana di Mario Santagostini: nessuna parola ad effetto, neppure una che potrebbe far pensare a un bilancio o a un ripensamento sulle proprie cose, solo una manciata di testi, così paiono a fronte di una produzione “enorme” almeno in termini qualitativi se non quantitativi, a raccontare trent’anni dei cinquanta di scrittura di Santagostini. Come a dire “ci ho ragionato”, e lo afferma pure il titolo, e ho scelto, come avverte nel Post-scriptum, quelle poesie che leggo «con maggiore adesione» (o con «minore imbarazzo») perché la riflessione sui testi non spetta a chi li ha scritti, ma semmai a chi li legge e li fa propri. Nessuna falsa modestia, si intenda, nessun arroccamento su posizione pseudo-intellettuali o simili, perché l’ “io” di Santagostini c’è, dove ci deve essere, e forse non è del tutto consapevole che chi legge queste “poche” poesie, non avendo mai, colpevolmente direi, incrociato la sua opera, sarà spinto istintivamente ad andarsi a leggere tutto il resto.

Mario Santagostini Copertina Alma Poesia

Ecco: l’io di Santagostini emerge almeno nello sguardo e nei luoghi che ha abitato e vissuto in qualche maniera, pochi e riconducibili a un microcosmo che dalle primissime periferie di Milano si allarga fino all’hinterland, e che dentro quei luoghi, di cui ci fornisce solo pochi sprazzi (i prati, i casermoni Gescal, la corriera azzurra, le discariche) e pochi toponimi scompaginati, ricerca una qualche origine, il senso di un’eredità familiare e personale, dalla figura del padre che emerge per lacerti soprattutto nelle prime raccolte fino agli antenati sconosciuti, e collettiva in quella storia che dagli echi tragici della Seconda Guerra Mondiale (L’Olimpiade del ’40 non a caso è il punto di partenza dell’antologia) si getta negli anni Sessanta e Settanta in cui il poeta ha vissuto la sua infanzia e giovinezza, ha costruito la sua consapevolezza verso il mondo, e il nostro paese ha ricostruito, pur fragilmente, una sua nuova identità.  Nessun passatismo, nessun rimpianto o giudizio, neppure quando quell’io cerca una retrodatazione per se stesso e si chiede, onestamente, cosa avrebbe fatto se ci fosse stato in quel ’44 o ’45, nessun ipertrofismo di quell’io che semmai ricaccia ogni vaga «ansia di protagonismo» nei vizi della pagina, nessuna sovrabbondanza di luoghi o rigurgito di fantasmi, solo qualche voce rauca che di tanto in tanto si affaccia per tornare nel buio e soprattutto nessuna certezza, nessuna verità da rivelare o tirar fuori. Esiste un paradiso, o forse è solo un «dormitorio di cemento» o «una spianata dove l’erba viene su a vanvera»? C’è una redenzione, una salvezza, o forse la stessa idea di salvezza è sovrastimata? Le strade hanno senso solo se non hanno fine e si spingono verso l’oltre o in quelle strade, in quei viali che si inabissano nella periferia e più in là nei campi c’è tutto il senso vero della vita? Sono solo alcuni degli interrogativi che emergono sommessamente nella poesia di Santagostini, una poesia che, neanche a dirlo, rifugge ogni artificio, e procede tagliente e chirurgica, senza mai mettere una parola di troppo, senza abusare del potere del linguaggio e delle sue estensioni («il mio dizionario era minimo» ci dice lui stesso) e che si fa più pregnante proprio quando si inceppa, itera, affastella. Così come quando scrive «Ma vincerà la chimica, / e con la chimica, la vita: nella moltiplica / delle moltipliche di se stessa», nel pensare al dopo e alla morte, o ancora pensando in qualche modo ai morti, «zoppicavano dentro una rissa becera / tra pochi anni e l’eterno. / E l’eterno ha perso».

Varrà la pena allora, in chiusura, proprio nel pensare e ripensare questo rapporto di Santagostini con la prospettiva dell’oltre e con il presente – se un presente esiste e ci appartiene davvero – e pure la sua capacità di distendere e ingolfare la scrittura, quando ingolfare è necessario, ricordare almeno un testo da Versi del malanimo.

«Forse ci rivedremo, o nessuno /vedrà più nessuno / o c’è un finale dove /l’eterno ha rottamato l’eterno, / vivi e morti parlano, /tutti vivi, ai morti». Così scrive, ricordandoci che in poesia, almeno, vivi e morti appartengono alla stessa pagina e alla stessa pagina ritornano e che i confini, le barriere tra quella vita e quella morte sono solo per chi da quella pagina rimane fuori, ancorato all’idea che per forza tutto vada categorizzato e definito.



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