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Le Giovani Interviste: Ilaria Crocchini

  • Immagine del redattore: Mario Saccomanno
    Mario Saccomanno
  • 13 feb
  • Tempo di lettura: 7 min

Prosegue con Ilaria Crocchini lo spazio "Le Giovani Interviste di Alma" dedicato alla messa a fuoco del pensiero e della poetica di giovani autrici e autori talentuosi.


Dallo scorso appuntamento e per i prossimi sei, saranno dedicate alle poetesse e ai poeti inclusi nel Diciassettesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2025).


Marcos y Marcos Alma Poesia XVII Quaderno

Nella sapiente Prefazione, Stefano Dal Bianco si sofferma su una «apparenza di razionalità logico-sintattica che si perde in faglie di non detto». Nel farlo, individua in questa tensione uno dei tratti distintivi della tua poetica. A tua volta, in uno dei versi centrali della raccolta, definisci il testo come «spoglio, minimo nei dettagli» quasi a voler delimitare la parola in una forma di sottrazione consapevole.

In che modo reputi che questa poetica del levare, che agisce per sottrazione di materia, incida sul tuo modo complessivo di intendere la poesia? In merito, si tratta di una sorta di difesa dal mondo oppure di un elemento ben più ampio, una presenza più profonda, un grado di verità più alto?

 

Innanzitutto la sottrazione risponde a un criterio estetico, a una questione di semplice gusto personale; poi rispecchia una scelta di opposizione a un mondo in cui la logosfera mi sembra già satura: non vorrei intasarla inutilmente. Tendenzialmente se ho da dire qualcosa, ho da dire qualcosa di molto preciso che l’eccesso rischierebbe solo di sfocare (e per sfocare mi servo di altro che non sono parole). Mi verrebbe da dire che la sottrazione risponde a un criterio di focalizzazione. Come una messa a fuoco cinematografica che stabilisce delle gerarchie e offusca quello che è secondario (e questo potrebbe essere il non-detto di cui parla Dal Bianco). Non mi sento di dire che è una difesa, è forse più che altro la trasposizione di un tentativo verosimilmente sghembo di occupare uno spazio che più a me si addica.

Mi preme aggiungere una cosa: il testo è spoglio (spogliato) anche perché vorrebbe essere vestito da chi legge. La poesia che hai citato (Due persone sono sedute su un divano), senza troppi spoiler, riflette metapoeticamente proprio su questo o qualcosa del genere.

 

Un altro elemento che conforma le tue poesie è la casa, da intendere non soltanto come un mero luogo domestico, ma come una vera e propria «camera oscura», uno spazio percettivo e conoscitivo che filtra e riflette il reale. Anche la stessa Epigrafe di Francesco Pecoraro richiama la «dialettica spaziale esterno-interno» che va a percorrere tutti i versi della sezione. Dunque, quanto ti chiedo è se per te scrivere poesia vuol dire anche abitare il confine tra quello che protegge e quello che espone, fra la chiusura e l’apertura. In questo senso, la “misura d’aria” del titolo può leggersi come una sorta di unità vitale anche fragile, sempre in bilico?

 

Partirei dalla premessa. La casa è uno spazio, è una grande camera e una grande stanza (sempre alla Pecoraro), ovvero ciò che contiene e ciò che è contenuto, il vino e il suo stesso bicchiere, quindi, tanto ciò che rende abitabile ciò che delimita (e allo stesso tempo, è importante, “limita”), quanto l’aria e tutto quello che in una casa come spazio domestico trova luogo (dal letto, alla spazzatura). Oltre la datità e l’aspetto più reale, la casa è metapoeticamente una stanza letteraria, sia in senso esteso – e quindi la casa coincide con Misura d’aria integralmente –, sia in senso microscopico per cui ogni poesia sarà una casa. Quindi, più propriamente, la casa è un dispositivo metaletterario da abitare e che vorrei fosse abitato con minore sforzo possibile. Mi verrebbe da dire senza scarpe per non fare troppo rumore. In quanto testo, quindi fondamentalmente poesia, è una camera oscura in senso pieno perché, e qui c’è il paradosso, attraverso una scatola chiusa che permette solo un ingresso minimo di luce, traduce la luminosità degli oggetti ripresi in un’ulteriore e diversa, perché filtrata e prodotta, luminosità. In conclusione, la casa è il luogo del controllo, del controllo dello spazio e della lingua.

Quindi fatto questo preambolo che spero non abbia complicato le cose, sì, scrivere poesia significa stare in equilibrio tra il dire e il non-dire, controllare quello che si può ed è giusto concedere e cosa no (come mi sembra si possa intuire nel testo di chiusura, Una poesia ha sempre almeno due movimenti, «ha troppo da dare, troppo da perdere»). La poesia si colloca insomma in una zona liminale e se tende verso uno dei due declivi del piano, direi proprio che tende verso l’esposizione perché ogni presa di parola, ogni atto di enunciazione, è sempre un’esposizione. Non so bene quale sia la relazione tra il titolo e questo discorso: la misura d’aria è lo spazio che si interpone tra due cose, persone, animali, dove l’aria oltre ad essere ciò che più ci circonda è anche strumento di misurazione di ciò che dal resto ci separa (cfr. Ci sono un uomo e una donna). In linea col senso che proponi, sì, anche se più che “fragile” o “in bilico”, direi continuamente variabile, qualcosa di minimo e contemporaneamente massimo. Cioè l’aria non si fa neanche toccare praticamente.

 

Un altro elemento rilevante riguarda gli oggetti, che sembrano essere sempre dotati di voce propria e quasi di volontà. Per esempio, c’è l’orecchino che rifiuta di farsi indossare, c’è la luce che chiede di essere spenta, c’è la casa che si sente «sotto le suole». Sono tutti aspetti che denotano una profonda attenzione per le cose minime, domestiche, che colorano riempiono quella casa di cui si diceva in precedenza. Non solo, sembrano si voglia cogliere in questo modo una oscillazione nascosta della materia. Che importanza riveste nella tua scrittura l’idea che le cose possano in qualche modo conservare e custodire una determinata forma di conoscenza? Sempre in merito, fino a che punto il linguaggio delle cose può essere un mezzo per parlare dell’io, per cogliere le sue peculiarità e i suoi limiti?

 

Quello che credo sia rilevante non sono tanto le cose su cui agisce una sorta di animismo/che hanno coscienza, quanto il fatto che oltre le cose mi sembra ci sia ben poco. Riformulo: le cose sono importanti perché nascondono una mancanza. E sono attori di o attivi in dinamiche che hanno a che vedere con un'umanità che non può in altro modo estroflettersi. Mi sembra insomma che abbiano a che vedere con la figura della litote, ma inversa (per rimanere in ambito "letterario"), o ancora con quello che si chiamerebbe uno spostamento, su un fronte psicanalitico/psicologico. In qualunque modo si vogliano intendere, hanno un significato che li oltrepassa. Quello che spesso è importante nei testi è quello su cui si sorvola o che passa negli interstizi. Fino a che punto questa operazione sia fattibile? Non ne ho idea.

 

Nella raccolta sembrano alternarsi controllo e perdita d’equilibrio. Quella misura richiamata dal titolo e da numerosi versi, si articola fra corpo, spazio e voce: «Il respiro della vita interna a questo muro / mi può avvolgere in una nuvola di ossigeno caldo». In un certo senso, Misura d’aria si potrebbe anche leggere come una specie di autoritratto tramite il ritmo e la misura del respiro, un’autobiografia poetica che non si lascia afferrare direttamente, ma tramite intuizioni date dai rapporti fra corpo e ambiente. In che modo per te la dimensione corporea riesce a diventare uno strumento di conoscenza e di scrittura?

 

Il corpo sente, patisce e agisce, è uno strumento conoscitivo, individuale, sovraindividuale e relazionale che porta il segno dei rapporti interni e esterni che l'io tesse. Ancora mutuando dalla psicanalisi/psicologia, il corpo è colui su cui si può dislocare e semantizzare un disturbo, segno/ significante di un significato profondo. In poesia, il rapporto col corpo è il rapporto con lo spazio. Il tentativo di conquista spaziale spesso agito in termini geometrici è equivalente al tentativo dell'io di controllare un corpo che continua ad avere un'esistenza percepita quasi come autonoma, governata da leggi che si sottraggono a una logica razionale.  Se non si fosse capito, non c'è soluzione di continuità tra corpo e poesia.

 

Il tuo linguaggio poetico è rigoroso, agisce anche per sottrazione (come si diceva in precedenza), ma riesce a essere attraversato anche da elementi filosofici. Si può cogliere l’aspetto fenomenologico e il tema della percezione, così come echi novecenteschi di precisione, ma anche, come detto, di sottrazione (che riportano alla mente Raboni o Caproni, giusto per fare due esempi). Da questo punto di vista, ti chiedo in che rapporto ti senti con la poetica contemporanea e come ti poni dinanzi ai rischi dell’autobiografismo, da un lato, e dall’enfasi emotiva, dall’altro, a cui la parola cede con sempre più insistenza?

 

Questa è la domanda più difficile. Per gli echi, starei più sulla generazione degli anni Sessanta e credo basti dire Scarto minimo. Premesso questo, lo scenario poetico mi sembra molto sfrangiato e variegato, non so bene quale sia il mio posto, forse vicino a scritture “lineari”, attente a questioni formali e alla ricezione del testo poetico.

 


Ilaria Crocchini Alma Poesia

Ilaria Crocchini (Siena 1999) è dottoranda in "Linguistica Storica, Linguistica Educativa e Italianistica" presso l'Università per Stranieri di Siena con un progetto dal titolo "«Sovrimpressioni» (2001) di Andrea Zanzotto: edizione commentata" sotto la supervisione del professore Pietro Cataldi (UniStraSi) e del professore Stefano Dal Bianco (UniSi). Si è formata presso l'Università degli Studi di Siena dove ha conseguito, col massimo dei voti, la laurea triennale in "Studi letterari e filosofici" (curriculum Lettere classiche) con una tesi dal titolo "Il classicismo di Iosif Brodskij: la metamorfosi dell'esilio" (relatore: prof. Alessandro Fo). Nel 2024, presso lo stesso ateneo, ha ottenuto la laurea magistrale in Lettere moderne (LM-14) con una votazione di 110 e lode, presentando una tesi intitolata "«Madrigale e cairn»: una proposta di commento ai «Supplementi» di Cesare Greppi" (relatore: prof. Stefano Dal Bianco; correlatore prof. Marco Villa). Partecipa alle commissioni di esame di Storia del cinema della professoressa Stefania Carpiceci in qualità di cultrice della materia (L-ART/06). Tra i suoi interessi di ricerca: la poesia italiana del Novecento e della contemporaneità, la stilistica e la metrica italiana.

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