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  • Valentina Demuro

Nota di lettura a "Giaciture" di Edoardo Scipioni

Giaciture di Edoardo Scipioni (Edizioni Ensemble, 2021) è una raccolta che coinvolge con un fiume di immagini, sorprendendo a ogni parola. Il ritmo preciso della voce aiuta a mettere in luce i sobbalzi delle emozioni e attiva una sorgente di riflessioni che apre continue porte nella mente del lettore. Il flusso immaginifico della poesia di Scipioni conduce a visioni amplificate, distorte, con punti d’osservazione mobili, ma non è sregolato, è invece scandito da una precisa scelta di termini. L’impressione che si ha è quella di una costruzione multiforme, con una minuziosa selezione di elementi compositivi. In questa poesia ci sono anche molte “quasi aperture”, porte di accesso (breccia, porta rotta, sorso, punto di rottura, sfocatura) a una dimensione di non immediata definizione e fruizione che sollecita la riflessione.

Un elemento, però, si staglia con certezza come un punto fermo: è l’atto stesso dello scrivere, «Piuttosto che tra cose vive, potessi scrivere», dice il poeta, quasi aggrappandosi all’unico saldo appiglio che permetta di definire qualcosa nell’immenso mondo delle idee, di cogliere da un altrove anche l’impalpabilità dell’inesistenza «Occorre un foglio, non il / possibile a quest’ora, ma un bianco / sussurrabile di quell’altrove / terra ove il mio mancare / possa mettere altrui radici. / Unico modo di non esistere / più chiaramente». L’autore abbraccia pienamente il proprio sentire e si tiene in ascolto, esprimendosi poi in un modo composito al fine avvicinarsi maggiormente al senso e non ad altro. Per certi versi, viene da pensare alle parole di Pessoa: «L’essenziale è / saper vedere / saper vedere/ senza stare a pensare / saper vedere / quando si vede / e né pensare / quando si vede / né vedere / quanto si pensa»

L’esplorazione lirica dell’amore implica un verso più denso, come se le idee nel loro vorticare acquisissero improvvisamente un peso maggiore, una riflessione più lenta dovuta forse all’interiorizzazione del sentimento che richiede comunque necessaria un’espressione, anche se dicotomica, ossimorica: «Un altro corpo per alzarmi, sei / l’unione sciolta / a cui incollarmi / per disfare i legami.»

Ogni elemento è dunque immanente nella realtà, ma cerca una forma, anche se ontologicamente contrastante. Della poetica dell’autore colpisce molto la ricerca inesauribile che chiama all’appello tutte le percezioni per esprimere ogni cosa che è in movimento perpetuo, ma non può fare a meno di sgorgare («Che sgorghi / come sangue in eccesso/ l’organatura/ surrettizia dell’identità, / che esondi la diga / del corpo ed evapori poi») per trovare una posa, una giacitura.



Io che sono non più labbra concluse


Io che sono non più labbra concluse nella propria forma, mendico l’effetto ipnotico di lineamenti disciplinati che alla lunga concedono abbandono alla saggiatura. L’anno scorrevole stropiccia nei risvegli che tralascio a seccare ma nemmeno da questa ricca panoramica agguanto il filo dorato, la misura nascosta nella calce eolica del cielo, e quindi resto a manovrare l’invisibile agonia soltanto poiché risponde anche senza timone. Resto la definizione, spaiata in solitudine, la congettura complicata dello scollamento.


La notte scavalca d’improvviso la corda


La notte scavalca d’improvviso la corda, sibila un’eccedenza di ieri nel saggiare possibili giungere in punta d’immaginazione. Sacrificati nelle proiezioni delle sagome i riflessi a carezzare i contorni della sfera snocciolano un continuum senza precedenti. La serratura è costellata di tentazioni e la noia tratteggia nei punti d’intervallo vincolandomi in un recinto di focolai. Orienta, questo nero in adagio di fronde, solo le tendenze delle sue pulsazioni. Nondimeno si coronano invisibili da qui, eoni di falcate luminose seminandomi sempre trascurato in smanie d’effusioni.


Sorgere e sgorgare


Che sgorghi come sangue in eccesso l’organatura surrettizia dell’identità, che esondi la diga del corpo ed evapori poi sulle sponde d’altra terra martoriata dal sole. Sole, fratello d’eterna possanza, che della volta più vergine e di noi scorgesti l’alba più funesta. Fosti anche tu sorpreso dal tuo inevitabile sorgere.


Edoardo Scipioni nasce a Busto Arsizio il 28 Dicembre del 1994. Ha pubblicato Giaciture (Ensemble, 2021). È membro della giuria nel premio Ragioni di una Poesia e vicepresidente dell’omonima associazione culturale. Alcuni suoi testi sono apparsi online su riviste e blog come Inverso Poesia, Charta Sporca e Poetarum Silva. Attualmente vive e lavora a Varese.


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