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  • Alessandra Corbetta

I Ponti di Alma: Eduardo Lizalde

Proponiamo l'introduzione, a cura di Mario Bojórquez, all'opera Il miglior aureo sogno dell’argento (El mejor áureo sueño de la plata), (2020), di Eduardo Lizalde e una selezione di testi in lingua originale e traduzione, quest'ultima realizzata da Emilio Coco.


Il volume fa parte della sezione poesia ispano-americana della collana Labirinti della casa editrice La vita felice. Tale sezione è curata da Mario Meléndez e Cinzia Marulli con il patrocinio della Fondazione Vicente Huidobro.



Quando leggiamo una poesia stiamo leggendo tutta la poesia universale. Questo lavoro in collaborazione coinvolge la lingua e l’esperienza vitale dell’uomo sulla terra. Quando leggiamo un poeta, leggiamo anche quegli altri che hanno dato testimonianza della loro vita e, inoltre, le poesie che non sono state ancora scritte da autori che non sono ancora nati.

Nella poesia di Eduardo Lizalde troviamo tracce inequivocabili dell’opera del poeta messicano Ramón López Velarde. Quest’influenza è stata analizzata e commentata dalla critica a partire dalla pubblicazione di El tigre en la casa, che ora compie cinquant’anni dalla sua pubblicazione presso l’Università di Guanajuato nel 1970, e che è stata confermata successivamente da Caza Mayor, La zorra enferma, Otros tigres, A la caza del tigre e da altri titoli.

Si è detto che la figura della tigre è arrivata a Borges da William Blake e a Lizalde da Rubén Darío. Di Borges conosciamo il suo gusto per la trocaica tigre che è “ardente e luminosa / nella foresta della notte” e di Lizalde ricordiamo il dialogo con Darío in “le fiere si accarezzano, Rubén, / sotto le vaste selve primitive” che ci riportano alla poesia “Estival”. Tuttavia crediamo che è dal testo Obra maestra di Ramón López Velarde che discende la sua filiazione finale. Vicente Quirarte ha annotato agli inizi degli anni novanta: “Il tigre è il grande mendicante cosmico, lo scapolone lopezvelardeano, quello di inaudita bellezza che attrae e che ripugna” e in un altro momento Ramón Xirau si riferisce così a El tigre en la casa: “Nasce, adesso vicina a López Velarde ‒ nuovamente punto di partenza ‒ ‘l’amata’, ma sorge nel ‘risentimento’. Si tratta di un ri-sentimento, un nuovo sentire?”. Sì, ci sembra che si tratti di un nuovo sentire, pensiamo che la poesia di Eduardo Lizalde abbia rinnovato il discorso amoroso nella poesia spagnola contemporanea, sia riuscita ad iniettarle quella ferocia che viene da Obra maestra, quella disperazione che nella vertigine s’inabissa, quel girare sul segno dell’infinito. Disperato, furioso, collerico, conoscitore della potenza che la natura ha messo nel suo seme, ma contrariato nello stesso tempo per non aver raggiunto la perfezione, l’indigenza spirituale che in grappoli d’ira lacera le pareti dell’anima, innesta grinfie di amaro e dorato odio. Se in El tigre en la casa la cagna enorme ha dato all’alano fedele prole di scrofa, in Caza Mayor la tigre distruggerà la cucciolata e condividerà con il tigre reale, il padrone, il sole, il solo, il celibe, le tenere carni dell’infanticidio. In López Velarde leggiamo: “Il tigre misurerà un metro. La sua gabbia avrà qualcosa in più di un metro quadrato. La fiera non si concede un attimo di riposo. Ebreo errante su sé stesso, descrive il segno dell’infinito con una tale meccanica fatalità che la sua coda, a furia di batterla contro le sbarre, sanguina da una sola parte. Il celibe è il tigre che scrive gli otto sul pavimento della solitudine”. Ed ecco come viene descritta la ferocia del tigre di Eduardo Lizalde, la sua cruda furia che distrugge perché la pietà non è un attributo della bellezza, ecco la sua meccanica fatalità, i suoi ingrassati ingranaggi di odio e di piacere rancoroso, ecco il ritratto del tigre-celibe: “Il tigre in calore / è come un pozzo di seme, / come un braccio di fiume; / più di cinquanta volte in un sol giorno / copula scaricandosi a lungo sulla femmina, / come un cielo infiammato in estasi perpetua, / una tempesta di erezioni.”

Un poeta romantico messicano quasi sconosciuto dalle nuove generazioni, un autore che possiamo definire di culto, è forse una delle fonti del linguaggio ingiurioso nella poesia messicana. Molti nostri poeti hanno stabilito una sorta di dialogo con l’opera di Antonio Plaza, ma sarà senz’altro il poeta Eduardo Lizalde che meglio rifletterà quest’influenza letteraria. Il suo libro El tigre en casa conserva tratti ben definiti della scrittura di A una ramera, il tema dell’amata come l’essere più vile e vizioso: in Plaza, la prostituta, in Lizalde, la cagna: “La cagna più immonda / è un nobile giglio al suo confronto. / Si venderebbe per pochi spiccioli / a un furbone. / È prostituta vile, / scaltra troia, / e a quattro anni aveva / l’anima già marcia. / Ma ecco qual è il suo peggior difetto: / sono per lei l’ultimo / degli uomini”.

Mentre in Antonio Plaza riconosciamo la devozione amorosa per un essere macchiato dal disprezzo sociale, in Eduardo Lizalde questa visione si è ammodernata, incide sul destino di un uomo che ha dovuto affinare il suo amoroso abbandono per qualcuno verso il quale egli stesso sente quel disprezzo: “Amami anche tu! Sarò il tuo schiavo, / il tuo povero cane che ovunque ti seguirà. / Sarò felice se col mio sangue lavo / la tua impronta, anche se nel seguirti mi perseguita ridicolo e mi disonora; alla fine, alla fine, / non m’importa niente quel che il mondo dirà. / Non m’importa niente la tua macchiata storia / se attraverso i tuoi occhi vedo la gloria.”

Nelle poesie “Lamento per una cagna” e “La città ha perso la sua Beatrice”, Eduardo Lizalde va ben oltre l’uso violento del linguaggio, con espressioni che causano stupore nel lettore sorpreso: “Anche la povera puttana sogna. / La più infame e sporca, / e rozza, e stolta e goffa, / gonfia, zoppa e sorda puttana, / sogna.” Con espressioni di amara e acida disillusione snocciola il repertorio di ingiurie: “spregevole cagna”, “fogna ambulante”, “cagna ignobile”, “cagna senza limiti”, “cagna impune” e persino le prostitute al confronto di questa cagna sono viste come decorose signorine: “Grandi etere, / quanto piccole siete al suo confronto! / quanto spregevoli, / quanto pure”. Al contrario di Lizalde, Antonio Plaza ottiene un miscuglio agrodolce di ingiurie e devozione malata, evidenziato nell’uso del contrasto. Così come in Petrarca, riconosciamo il tema dei contrari nell’amore nella sua “Pace non trovo”, dove a ogni proposizione positiva nel discorso corrisponde una proposizione negativa nei suoi valori più eminentemente morali: “Donna preziosa per il bene nata, / Donna preziosa da me mal trovata, / Perla dal soglio del Signor caduta / E in una fogna immonda seppellita; / Candida rosa nell’Eden cresciuta / viene sfogliata dalle mani infami, / Cigno dal dolce collo alabastrino / cantando in indecente baccanale.”

Una delle figure plastiche più impressionanti nell’opera di Eduardo Lizalde è la mutilazione e la lacerazione, come nella poesia 3 del “Ritratto parlato della fiera”, dove dice “che l’amore era una fiera lentissima: / mordeva con le zanne zuccherate / e addolciva il moncone nello staccare il braccio.”, o nella poesia “Bellissima” di La zorra enferma dove afferma: “Se fosse solo un poco meno bella, / se avesse solo un piccolo difetto, / un dito mutilato ed evidente”. E più avanti insiste: “e mi dispero volendo capire / che anche se mutilata sarebbe ancor più bella / come certe statue”.

Il riferimento messicano a quest’uso poetico in cui si uniscono bellezza e mutilazione lo possiamo trovare in una bella poesia, “Delicta carnis”, di Amado Nervo, dove il poeta di Nayarit si duole pregando per la sua anima che si perde fra i tormenti della passione carnale, respinge l’Afrodite impura per raggiungere la calma dei giusti, ma nei suoi sogni spaventosi, la Venere di Milo lo insegue: “E non trovo speranza, né rifugio né asilo, / e nelle mie notti, piene di febbrili chimere, / mi insegue l’immagine della Venere di Milo, / con i suoi lattei monconi, col suo volto tranquillo / e le curve trionfali dei suoi ampi fianchi.”

La poesia di Eduardo Lizalde ha tracciato una linea di estrema bellezza e orrore nella poesia iberoamericana, dal suo primo libro La mala hora del 1956 fino a Algaida del 2004. La sua opera è stata raccolta in volumi singolarissimi come le prose del Manual de flora fantástica del 1997 o l’elegia Tercera Tenochtitlan del 1983. Questi libri e altre poesie sparse sono state poi riunite in Nueva Memoria del Tigre del 2005.

Quando leggiamo una poesia, leggiamo anche di nuovo l’uomo nella sua semplicità, nella modesta convenzionalità non eroica dei suoi infiniti atti, leggiamo in quel verso la stessa pulsione che ha governato il battito dell’aedo, e leggiamo il poeta futuro, quello che ritornerà a cantare con nuovi accenti le melodie antiche. Quando ci avviciniamo all’opera di un poeta vero, come Eduardo Lizalde, ci avviciniamo alla storia dell’anima umana.


Mario Bojórquez


Que tanto y tanto amor se pudra, oh dioses;

que se pierda

tanto increíble amor.

Que nada quede, amigos,

de esos mares de amor,

de estas verduras pobres de las eras

que las vacas devoran

lamiendo el otro lado del césped,

lanzando a nuestros pastos

las manadas de hidras y langostas

de sus lenguas calientes.


Como si el verde pasto celestial,

el mismo océano, salado como arenque,

hirvieran.

Que tanto y tanto amor

y tanto vuelo entre unos cuerpos

al abordaje apenas de su lecho, se desplome.


Que una sola munición de estaño luminoso,

una bala pequeña,

un perdigón inocuo para un pato,

derrumbe al mismo tiempo todas las bandadas

y desgarre el cielo con sus plumas.


Que el oro mismo estalle sin motivo.

Que un amor capaz de convertir al sapo en rosa

se destroce.


Que tanto y tanto, una vez más, y tanto,

tanto imposible amor inexpresable,

nos vuelva tontos, monos sin sentido.


Que tanto amor queme sus naves

antes de llegar a tierra.


Es esto, dioses, poderosos amigos, perros,

niños, animales domésticos, señores,

lo que duele.


(De El tigre en la casa, 1970)


Marcisca tanto e tanto amore, oh dei;

si perda

tanto incredibile amore.

Non resti niente, amici,

di quei mari d’amore,

delle verdure povere delle aie

che le vacche divorano

leccando l’altra parte dov’è il prato,

lanciando ai nostri pascoli

i nugoli di idre e cavallette,

le loro lingue calde.


Come se il verde pascolo celeste,

l’oceano, salato come aringa,

bollissero.

Tanto e tanto amore,

tanto volo fra i corpi all’arrembaggio

di un loro letto appena, crolli a terra.


La sola munizione di stagno luminoso,

un piccolo proiettile,

un pallettone innocuo per un’anatra,

tutti gli stormi abbatta d’un sol colpo

e squarci il cielo con le loro penne.


Senza motivo esploda l’oro stesso.

E un amore capace di trasformare il rospo in una rosa

s’infranga.


Tanto e tanto, ancora una volta, e tanto

impossibile amore inesprimibile,

ci renda sciocchi, scimmie senza senso.


Incendi tanto amore le sue navi

prima di toccar terra.


È questo, dei, potenti amici, cani,

bambini, animali domestici, signori

ciò che duole.


(Da El tigre en la casa, 1970)


XIV


¡Murió la perra, oh Dios!

Su muerte ha sido la más sucia trampa;

late en redor, atmósfera de púas,

se cierra sobre mí.

Su muerte ajena,

su muerte a propias garras y colmillos,

frustró mi mano,

congeló estos odios hambrientos para siempre,

condenó esta daga a la inocencia.


Murió la perra impune y nadie

la habrá de rescatar del césped blanco

en que hoy retoza,

y no despertará del sueño sin raíces

que ata su fronda infame al cuerpo.


(De El tigre en la casa, 1970)


XIV


La cagna è morta, oh Dio!

La morte è stata la più sporca trappola;

palpita intorno, atmosfera di spine,

si chiude su di me.

La sua morte estranea,

la sua morte coi propri artigli e zanne,

mi ha frustrato la mano,

ha congelato gli odi affamati per sempre,

dannando questa daga all‘innocenza.


La cagna impune è morta e ormai nessuno

riscattarla potrà dal bianco prato

su cui oggi si rotola,

e non si sveglierà dal sogno sradicato

che al corpo lega la sua fronda infame.


(Da El tigre en la casa, 1970)


Eduardo Lizalde (Ph. Pascual Borzelli Iglesias )

Eduardo Lizalde (Città del Messico, 1929) è considerato uno dei grandi poeti messicani del XX secolo. Attualmente dirige la Biblioteca Nazionale del Messico. Fra i suoi libri, ricordiamo: La mala hora (1956), Cada cosa es Babel (1966), El tigre en la casa (1970), La zorra enferma (1974), Caza mayor (1979), Tabernarios y eróticos (1989), Rosas (1994) e Otros tigres (1995). Ha riunito la sua opera poetica in Nueva memoria del tigre. Poesía 1949-2000 (Fondo de Cultura Económica, Città del Messico, 2005). Nel 1984 gli è stata concessa la borsa di studio della Fondazione John Simon Guggenheim. La sua opera ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, come il Premio Xavier Villaurrutia nel 1969, il Premio Nazionale di Poesia Aguascalientes nel 1974, il Premio Nazionale di Linguistica e Letteratura nel 1988, il Premio Iberoamericano di Poesia Ramón López Velarde nel 2002, la Medaglia d’Oro di Bellas Artes nel 2009 e il Premio di Poesia Federico García Lorca nel 2013.





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