Facebook Cover Photo.png
  • Andrea Conti

Nota di lettura a "Equinozio" di Stefano Carrai

Composita e stratificata, la raccolta Equinozio di Stefano Carrai (Industria & Letteratura, 2021), ma anche attentamente bilanciata. Come scrive Clelia Martignoni nella sua prefazione, infatti, «tracce, residui, [...] frammenti incisivi di vita sociale del secolo, sono raccolti ed espressi con sistematica e inventiva sicurezza», così che «fatti e dettagli inesauribili di una storia italiana» siano «portati a galla», montati in un quadro d’insieme che sa di scavo generazionale (p. 13). A una rapida scorsa, le sezioni interne confermano una dialettica tra frammentismo e struttura, tra dissipazione di particolari minimi e necessità di un’architettura solida ma non rigida, anzi cangiante come i mille rivoli in cui la ricerca di Carrai si divide.

Così, alla lunga sezione Dopo l’estate, dolente ouverture in cui i vent’anni del poeta rivivono sul filo delle passioni politiche e della minaccia strisciante dell’eroina («Due anni dopo era morta di overdose. / I suoi sedici anni / mi restano nella fotografia», p. 26), ne seguono cinque più brevi, oscillanti tra un confronto personale e disilluso con la Storia («Oggi il mondo è un bambino / [...] / domani si risveglierà aguzzino», sezione La casa di Anna Frank, p. 60), e un’autoanalisi egualmente distaccata, l’io poetico fragilissimo e sul punto di dissolversi («mi sono costruito una coscienza / con materiali spuri / [...] / un po’ da trovarobe», sezione Emblemi, p. 65). Eppure, all’attraversamento dei residui del Novecento più tragico (la Shoah, la Seconda guerra mondiale...), fa da controcanto una quotidianità tutt’altro che pacificata, anzi abitata da uomini e donne che di altre guerre e altre tragedie, molto più vicine a noi, sono a loro volta scarti, residui («il Cristo ancora a braccia / larghe che ostende in spiaggia una tovaglia / e dice / molto bella poco caro», sezione Adagio di lamentazione, p. 79). Allo stesso modo, le sezioni Stefanofora e Carte d’imbarco sviluppano la linea dell’io verso una maturità problematica, a sua volta dialettizzata dal confronto-scontro con il passato e con figure chiave sia del mondo familiare (la madre), sia di quello letterario e accademico (Valduga, Bandini, Dionisotti...).

È insomma un grumo di tensioni, questo libro. Grumo che nemmeno la linearità temporale (dalla giovinezza alla vita adulta) riesce a disbrogliare. Perché la conquista della maturità non avviene su un’assimilazione del passato; perché il passato torna in forme ironiche e indecifrabili (Dionisotti in sogno che suona il sax, pp. 96-97), o tracimando come l’Arno durante la piena del ’66, al cui ricordo la vecchia madre «spossata» non può che opporre un flebile, sibillino «sì» (pp. 86-87). Oppure, semplicemente, perché una vera conquista non c’è, se in fondo anche l’ultima poesia, Professori di Trento, più che concludere, riapre un confronto doloroso con un momento apparentemente felice («Siamo in cinque una sera / [...] / che stiamo per andare in trattoria»), al quale, però, il destino ha già impresso una curvatura tragica («fra due di noi sta nascendo una storia / [...] / uno morirà prematuramente / ma nessuno potrebbe immaginarlo», p. 104). E allora, questo scavo nella Storia e nelle storie di sessant’anni di vita non può che fermarsi al di qua di ogni sentimentalismo, sulla constatazione che la poesia è, sì, «testimonianza di vita», ma anche, dialetticamente e tremendamente, «certificato / di morte».



Una ragazza di Milano bruna

minuta

innamorata di Picasso

mi portò lei a Punta bianca

lei

sulle Apuane a fare

il bagno nelle pozze d’acqua dolce.


Due anni dopo era morta di overdose.

I suoi sedici anni

mi restano nella fotografia

in bianco e nero in cui ha i pantaloni

a zampa d’elefante

le scarpe da ginnastica

una maglietta rossa

con in nero il viso di Che Guevara.

Sul retro c’è la dedica


con tanto amore

Sara.


*


Viva Marx viva Lenin all’unisono

ma si era letto al più il Manifesto

l’abregé del Capitale

e qualcuno

il libretto di Mao

e di Lenin Che fare?

o Estremismo malattia infantile


mitologia del mio sovversivismo

vestito di camicie

e giacche militari

e dopo solo

tanti piccoli ossari.


*


Oche

germani

folaghe

tordi

starne

beccacce

altri uccelli di passo


si abbattono sull’acqua

oppure gli s’impigliano

le penne nella rete


e allora te li trovi

al semaforo che

con l’ala rotta

ti bussano sul vetro.


*


Professori di Trento

in ricordo di Saverio Bellomo


Siamo in cinque una sera

di primavera al Passo del Cimirlo

che stiamo per andare in trattoria

prima della diaspora


fra due di noi sta nascendo una storia

d’amore però gli altri non lo sanno

uno morirà prematuramente

ma nessuno potrebbe immaginarlo.


Paradosso della fotografia

essere testimonianza di vita

e anche certificato

di morte

lo stesso della poesia.


Stefano Carrai (1955) vive a Firenze. Dopo Il tempo che non muore (Interlinea 2021 - Premio Pisa per la Poesia 2013 e Premio Contini Bonacossi 2014) e La traversata del Gobi (Aragno 2017 - Premio Viareggio-Rèpaci per la Poesia 2017) questo è il suo terzo libro di poesia. Insegna Letteratura Italiana alla Scuola Normale di Pisa.


39 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti