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  • Alessandra Corbetta

Gli inediti di Marco Zamora

In questi testi inediti, Marco Zamora riesce efficacemente a coniugare la dimensione del singolo all’interno di uno spazio intimo-privato a quella del soggetto-parte-del-mondo. Attraverso un lessico che ingloba termini generici e parole specifiche e che si muove dal quotidiano all’aulico, Zamora vuole ricreare, anche attraverso il linguaggio, qual movimento ondivago che sente proprio dell’esistenza e, al contempo, della scrittura che è luce e vento, buio e immobilità. Il vuoto, altro protagonista e spesso menzionato o evocato dall’autore, è mancanza e assenza, quello che resta quando le cose scompaiono, è un dopo fatto di nulla: siamo destinati a scomparire, sembra dirci Zamora e, forse, solo la parola potrà raccontare qualcosa di quello che è stato.


Mi buca il sonno la pietra delle stagioni.

Segrete infiorescenze limano gli occhi in subcoscienza.


Vita, corpo trapiantato nel corpo d’un logos senza semenza, luce che invera in una febbre di case, parola vertebrale dell’aria. La prosodia della sostanza al rammendo invisibile che empie le vive spoglie.

Roventi scaglie mi trafiggono in mezzo all’immemore paese dinanzi agli ospedali. Il solo orrore è il clima in rovina dell’opera umana che perde la matrice ambientale.


E emerge dal fondo del crogiolo della specie che brucia il discorso che spezza la bocca. Ecco il mattino del mondo: muta nota che schiude la lucida sembianza.


*


Senti negli orti un murmure che ti distrae salendo il corso che ti commuove nella tua parte ove segreti importa


Nessuno dirà che è chiaro il sistro libera l'aria per miracolo se il morbo chiude


Dai fondamenti riappare la vena sepolta dall’acqua il gesto che annulla la stagione crudele


E i sensi e tutto inghiotte muove verso il nome la lingua d’un’onda prossima ove tutto arse l’ora

*


In giro strepita il vuoto


Essere come di nessuno nel vasto abbandono a seguire la pista infinita della divorazione


Marzo e aprile paiono una guancia sbrinata di luce


E nell’interno è pura giacenza di versi e chiavi che riproducono la sagoma incerta delle fontane


*


S’alzano al vento i giardini in un fuoco scuro che ghiaccia fra il paese e le colline


Il cerchio dell’ombra che schiude dove le figure più non sono è velo di polvere


E la trama di questo volo di sguardi interrotti delirio della specie


*


Trascorriamo nei nostri pensieri tutte le ore del giorno tutto il sentirsi del nulla


Andiamo in giro nascosti nella nostra stessa natura senza più traccia


Abbiamo un profilo di copie per un lieto necrologio stampato in faccia


Marco Zamora (classe 1986) è laureato con lode in Filologia moderna presso l’Università di Foggia. Ha discusso la tesi sulla poesia profetica di William Blake. Insegna nella scuola secondaria di I grado. È specializzato in Didattica dell’italiano come L2 e nel Sostegno agli alunni con disabilità. Figlio di madre pugliese e di padre sudamericano, vive in un piccolo comune garganico dove coltiva l’amore per la terra e le sue tradizioni secolari. Sue poesie sono apparse su varie riviste letterarie nazionali, fra cui Il Convivio (Il Convivio Editore) e Riflessi (Pagine Editore).

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