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Nota di lettura a “Epiloghi” di Evaristo Seghetta Andreoli

  • Immagine del redattore: Alessia Bettin
    Alessia Bettin
  • 6 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Sembrano configurarsi come “meditazioni” le poesie che compongono l’opera Epiloghi di Evaristo Seghetta Andreoli, edita da Interno Poesia nel 2025: soste contemplative sulle conclusioni, quei momenti in cui la quotidianità, i tempi della natura e della vita, le relazioni, si fanno più rarefatti, sospesi, pur continuando a risplendere di significati, bellezza e lezioni da accogliere. Epiloghi si distingue per lo sguardo sul paesaggio, sulle piante e gli animali che lo abitano, e si sofferma sugli oggetti, i luoghi, gli incontri che scandiscono le giornate. In particolare la campagna umbra, custode di gesti e saperi antichi, come la potatura e la raccolta delle ghiande, che diventa interlocutrice e compagna con cui riflettere sul tempo, il limite, la persistenza: «Oggi fa brutto e non si può potare / si può osservare solo la forma / trasformata e rifletterci su, / sullo stato dell’arte, così, in disparte, / al riparo dal vento maestrale.». Gli ulivi, protagonisti di diverse poesie, sono «sintassi della natura e gioia del momento», parlano la lingua degli elementi naturali, permangono nello scorrere del tempo, indifferenti alle «sfiorite esistenze» degli uomini, insegnano la permanenza, l’attesa, e allo stesso tempo rappresentano tutto ciò che resta all’autore, sospeso nell’incertezza del proprio stare al mondo. Sotto il melo da innestare invece si sta con un amico, seduti, parlando degli accadimenti, scavando nelle memorie, «dei troppi, infiniti perché» in cui si perde la mente. «Oltre l’abside della vecchia chiesa / c’è l’orto della signora Lillì/ dove matura l’uvaspina, i vaghi / trasparenti di verde screziato, / occhi di gatto nel labirinto di spine», versi iniziali vividi, in cui la natura è ancora una volta protagonista di una poesia che nella chiusura ritrova una nostalgia, diffusa in tutta l’opera, per lo scorrere del tempo, e ritorna anche nella chiusa di “Tuscia”: «che sciocchi siamo stati, ignoravamo purtroppo di non essere eterni». Una nostalgia, quella di Seghetta, che nasce non solo dal trascorrere del tempo, ma da una precisa stagione della vita: quando, giunti «all’indice del libro», il vissuto si stratifica e non resta che abitare con lucidità gli epiloghi, riconoscendo ciò che in essi resiste e consola.


Evaristo Seghetta Andreoli Alma Poesia Copertina Epiloghi

Sentieri

 

Ora seguo le tracce degli animali selvatici

sul sentiero che sale a perdifiato,

facili quelle dei cinghiali

dei caprioli o delle lepri,

le volpi sono canidi e le loro

si confondono.

 

Da parte mia lascio impronte

di suole indocinesi

oltre alla punta del bastone

su cui poggio il peso e la speranza

di scuotere il cuore della terra.

 

Consigli

 

Dicono di innaffiare l’alloro

spargendo ferro liquido, estremo

tentativo per ridare vita alla

pianta a cui sono cadute tutte

le foglie. Non so se ce la farà.

 

Nella sua unicità dentro la siepe

mostra il tronco nero, un vuoto di verde,

un grido di dolore nello spazio

ora aperto dal varco oltre il confine.

 

Da lì entreranno donnole e faine,

un ingresso inaspettato per volpi

e roditori. Ma il gatto, con gli occhi

socchiusi, attende, osserva soddisfatto.

 

L’orto di Lillì

 

Oltre l’abside della vecchia chiesa

c’è l’orto della signora Lillì

dove matura l’uvaspina, i vaghi

trasparenti di verde screziato,

occhi di gatto nel labirinto di spine.

Nel viale, la fontana riflette

l’Orsa Maggiore e se poi il pallone

finisce oltre il muro, recuperarlo

è un atto dovuto. Superiamo

il confine tra lecito e peccato,

rischio impensato lo scoprire, nelle

ampolle aspre, lo scorrere delle ore.

 

Dall’eremo del buio

 

La verità ci piomba addosso tutta insieme

tutta d’un tratto, con il peso della notte

raggomitolati in posizione fetale

su lenzuola rosso pompeiano,

confusi dal gravame del giudizio

sul giorno già fuggito, sulla settimana

che racchiude in sé tutta la vita

scorsa come la lepre giù a Pian di Pantalone,

contrada ai margini in cui avanzano i lupi

e gli istrici con i loro aculei.


Evaristo Seghetta Andreoli Alma Poesia

Evaristo Seghetta Andreoli è nato in Umbria, a Montegabbione, dove attualmente vive. Studi classici e giuridici, già bancario di professione. Membro di varie associazioni culturali, collabora con riviste letterarie, ed è fra i giurati di alcuni premi di poesia tra cui il Città di Acqui Terme. Testi e recensioni delle sue opere sono comparse su quotidiani e riviste letterarie italiane e straniere, tra cui “La Lettura – Corriere della Sera”, “Treccani”, “I limoni”, “Gradiva”. Ha pubblicato le raccolte I semi del poeta (Polistampa, 2013); Inquietudine da imperfezione (Passigli, 2015; Premio Firenze Mario Conti Fiorino D’Oro, Premio Mario Luzi); Morfologia del dolore (Interlinea, 2015); Paradigma di esse (Passigli, 2017; Premio Città di Sassari); In tono minore (Passigli, 2020; Premio Cecco d’Ascoli); Il geranio sopra la cantina (Puntoacapo, 2023; Menzione Premio Camaiore).

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