Nota di lettura a "Allusione alla flora" di Paolo Artale
- Alessandro Pertosa

- 5 ore fa
- Tempo di lettura: 3 min
Con Allusione alla flora, ventunesimo titolo della collana «Nuova Limina» (Anterem Edizioni 2025), Paolo Artale consegna al lettore un libro di poesia che si muove con passo misurato e insieme audace, lungo il crinale sottile fra percezione e pensiero, natura e linguaggio, abitare e viandare. È un’opera che non si concede alla facilità dell’immagine ornamentale né alla pura rarefazione lirica, ma costruisce, testo dopo testo, una geografia interiore dove la flora non è mai semplice repertorio botanico, è figura epistemica, dispositivo di conoscenza, luogo di resistenza della bellezza.
Il titolo dichiara fin da subito una poetica della deviazione: «allusione» implica uno scarto, un dire di lato, un avvicinarsi alle cose senza mai pretendere di possederle. La flora evocata da Artale non è mai descrittiva, non si lascia catturare in un erbario stabile; piuttosto affiora come traccia, come residuo luminoso dentro una lingua che sembra continuamente interrogarsi sui propri limiti. In questo senso, il libro si inscrive con coerenza nella tradizione più alta della poesia di ricerca italiana, dialogando tanto con l’eredità dell’orfismo quanto con una linea più recente di scrittura meditativa e franta, attenta alla soglia tra dicibile e silenzio.
La casa, la luce, il vento, le acque, i fiori: sono nuclei ricorrenti che strutturano l’intero libro, ma non secondo una logica tematica lineare. Essi agiscono come poli magnetici attorno ai quali il verso si avvolge, si interrompe, riparte. La casa, soprattutto, non è mai mero spazio domestico: è organismo esposto, fragile, attraversato dagli eventi atmosferici e dal tempo. È un luogo che «cede», che entra nel buio, che deve essere continuamente riabituato alla luce. In questa oscillazione si gioca una delle tensioni più profonde del libro: l’abitare come forma precaria di relazione con il mondo.
La lingua di Artale è scabra e insieme finemente cesellata. Il verso breve, spesso spezzato, lavora per sottrazione più che per accumulo. Le immagini non cercano l’effetto, ma si depositano lentamente, come sedimenti. Colpisce la capacità dell’autore di tenere insieme un lessico concreto – petunie, giunchiglie, calendule, muschi – e un pensiero astratto, quasi metafisico, che interroga la luce, la perdita, la misura del dolore. Ne nasce una poesia che non oppone natura e coscienza, ma le fa coesistere in uno stesso campo di tensione.
La bellezza, dichiarata esplicitamente come parola-chiave, non viene mai celebrata in modo ingenuo. Al contrario, appare come qualcosa che va archiviato, custodito, talvolta persino difeso. È una bellezza che non coincide con l’armonia, ma con la persistenza: resiste nelle «terre incolte», nei margini, nei «dintorni». In questo senso, Allusione alla flora è anche un libro etico, che interroga il nostro modo di stare nel mondo e di prenderci cura di ciò che è vulnerabile.
Notevole è anche il lavoro sul tempo: stagioni, migrazioni, ritorni, attese scandiscono il ritmo interno del libro, senza mai cristallizzarsi in una narrazione. Il tempo è percepito come flusso che modifica, erode, ma anche come possibilità di riemersione. La poesia diventa allora uno spazio in cui ciò che è caduto – foglie, gesti, parole – può essere nuovamente visto, seppure in forma diversa.
Allusione alla flora non è un libro che si lascia attraversare distrattamente, chiede attenzione, lentezza, disponibilità all’ascolto. Ma ripaga il lettore con un’esperienza di lettura intensa, capace di aprire varchi di senso là dove il linguaggio comune si arresta.
Siamo di fronte a un’opera che non tematizza semplicemente la natura, ma la assume come modello di pensiero: una poesia che cresce per germinazioni, che accetta la fragilità come condizione, e che affida alla luce – mai data, sempre da preparare – il compito più alto della parola poetica.

e venne uno a misurare la distanza fra le stelle e
la posizione esatta del dolore ma
questo era possibile solamente dopo il buio – così
accanto al buio sostavano le domeniche
*
- mirabili comunque i tentativi degli
uccelli di educarsi alla terra -
ma io non ho voluto insistere perché
in questi luoghi gli abitanti piumati erigono
fortezze per i venti incisori e conducono sogni
oggi contraddice tutto ciò che si illumina e
compone foglie aderenti alla terra
saprà inoltrarsi nella luce deviata non
aspettata capacità di separare i
cieli in un unico sguardo
lontano svolgono compiti di persuasione
davanti a moltitudini di fiori così
da una luce all’altra conosce la casa

Paolo Artale, nato a Busto Arsizio nel 1966, vive a Cantello (VA). Ha fatto parte di diversi gruppi poetici e ha partecipato a numerose letture pubbliche. Suoi testi sono apparsi, tra l’altro, su «L’Ulisse», rivista on-line per la quale ha intervistato Antonella Anedda; sulle riviste «Resine», «Atelier», «La clessidra»; su «poeticodiario» e nel volume Le vie della letteratura (puntoacapo Editrice, 2016). Dal 2010 al 2012 ha tenuto, in co-conduzione, un laboratorio di poesia per conto di un’associazione culturale. Dal 2015 collabora con la casa editrice Puntoacapo.




Commenti