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«Così la vita, meravigliosamente»: recensione a "La gioia elementare" di Ivan Fedeli

  • Immagine del redattore: Alessandra Corbetta
    Alessandra Corbetta
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Riesce semplice pensare alla stratificazione del dolore, ai vari gradi con i quali si presenta nella vita; più difficile, almeno per chi scrive questo articolo, è immaginare di fare corrispondere una medesima suddivisione alla gioia, perché la gioia quando arriva sembra sempre totale, grande, intera.

Eppure nella sua ultima opera in versi, Ivan Fedeli la qualifica come "elementare", ovvero semplice, basilare, ipotizza esistere per essa un grado zero, equivalente al sapere apprezzare le cose, piccole e grandi di tutti i giorni, e alla capacità di resistere ai passaggi che costellano l'esistenza, in positivo e in negativo. Non è un caso, quindi, se La gioia elementare, (Luigi Pellegrini Editore, 2025) dopo un testo fuori sezione, si apre con un gruppo di poesie riunite sotto il titolo "L'arte del trasloco", che si fa paradigma di tutta la raccolta, sia sul fronte formale sia su quello del contenuto.

Fedeli, in perfetta linea di continuità con la sua poetica, ci consegna immagini mutuate dalla vita di tutti i giorni, fotogrammate qui però in un momento di transizione, quando si sta per lasciare ciò che ci è sempre appartenuto e che ha contribuito a determinare la nostra identità e i nostri legami, per volgere verso un altrove nel quale molto deve essere ricostruito, a partire dalle tanto amate e odiate abitudini.

Nel microcosmo descritto da Fedeli, attraverso soprattutto l'uso della monostrofa come sottolinea anche Cristina Daglio nella prefazione, Gozzano convive con dei calzini spaiati, la Dickinson con il Lambro, dal momento che il vivere ingloba tutto, non procede per tassonomie e non tiene sottomano né cartine né orologi. Così gli spazi si dilatano e si restringono, le ore passano lente e poi veloci e ad avvolgere tutto è un persistente senso di nostalgia, divampante in tutta la sua forza nello «scotch rosso quello / che sigilla bene che dura una vita».

Ed è proprio questa necessità di tenere insieme il cuore pulsante di tutta l'opera e che, a partire da questa prima sezione, si snoda anche in tutte le altre sette ["Il silenzio del Lambro", "Gli inadatti", "Felicità abusive", "Acque docili", "Novecento", "Senza", "(Auspicia)"]; per Fedeli il senso di ciò che è qui e ora, di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere, si concretizza solo nel momento in cui ne viene tenuta traccia, quando qualcuno si assume la responsabilità della memoria, attraverso la scrittura, la lettura, i gesti, l'amore, attraverso qualsiasi cosa ci rassicuri sul fatto che «Non dimenticheremo nulla vero?».


Ivan Fedeli Copertina Alma Poesia La gioia elementare


Ma la felicità? La insegnano forse

i gerani appesi al sole la loro

pazienza domestica di aprirsi

ai colori nei balconi a settembre

o forse appartiene alle cose e non sai

di lei se non per istinto difetto

proprio quando ti sfugge in silenzio

nel cappotto stile anni Ottanta

o in qualche disegno di tuo figlio

bambino dove hai solo mani e capelli

e c’è un cuore sotto a dirti ecco sei

tu. Giorni da trasloco questi giorni

che separi le camicie dai giochi

i silenzi e i luoghi a destra la vista

dei tetti altrove le rondini in fuga.

Così felici abbastanza non troppo

noi come un bacio al ginnasio dato

di fretta dimenticato per sempre

poi prima di finire nel buio

in una scatola messa da parte

da chiudere con lo scotch rosso quello

che sigilla bene che dura una vita.


*


Sa di città la ragazza con gli occhiali

mentre conta margherite e petali

in attesa di sole. Scrive lettere

d’amore in silenzio e ha un’aria pulita

come una domenica al lago. Fa

la rivoluzione così leggendo

Heidegger al cane e sorride quasi

nel sorriso avvolgesse lei e noi.

La chiamano poi da lontano e s’alza

nella camicia bianca con la grazia

delle nuvole. Appartiene all’età

di chi sogna e tu pensi alle idee

che cercano il cielo senza fermarsi

mai. Cose care queste alla vita

e tremende raccontano i poeti

di qui e Milano scivola via dopo

il Lambro e le panchine zoppe al parco,

quella loro poesia di baci

corsari e pioppi uno via l’altro

sospesi fino a perdersi felici.


*


È cosa della vita l’insistenza

del ginepro di darsi qua e là al cielo

ignaro degli ulivi quella luce

di latte dei terrazzi di Ivrea

dove le donne cercano al risveglio

il sole dopo una carezza. O altrove

il parlare randagio di chi passa

sognando del mare i gatti che fanno

a zampe svicolando nell’innocenza

dell’aria. Così il canto d’amore

del Ricotta tra sterpaglie e rifiuti

spazzando i resti di una stagione

alla fine dopo i canneti all’alba

come talvolta tu pensi in Pavese.


Ivan Fedeli Alma Poesia

Ivan Fedeli (1964) insegna lettere e si occupa di didattica della scrittura. Ha pubblicato diversi percorsi poetici, tra cui “Dialoghi a distanza” in “Sette poeti del Premio Montale” (Crocetti), “Virus” (ed.Dot.Com.Pres.), “A margine” (Ladolfi editore) e, per i tipi di puntoacapo editrice: “Campo lungo” (2014, Premio “Casentino”), “Gli occhiali di Sartre” (2016, Premio San Domenichino, Premio “Vent’anni di Atelier”), “La meraviglia” (2018, finalista Premio “Caput Gauri”), La buona educazione (2020), Cose di provincia (2022).

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