«Così la vita, meravigliosamente»: recensione a "La gioia elementare" di Ivan Fedeli
- Alessandra Corbetta

- 2 giorni fa
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Riesce semplice pensare alla stratificazione del dolore, ai vari gradi con i quali si presenta nella vita; più difficile, almeno per chi scrive questo articolo, è immaginare di fare corrispondere una medesima suddivisione alla gioia, perché la gioia quando arriva sembra sempre totale, grande, intera.
Eppure nella sua ultima opera in versi, Ivan Fedeli la qualifica come "elementare", ovvero semplice, basilare, ipotizza esistere per essa un grado zero, equivalente al sapere apprezzare le cose, piccole e grandi di tutti i giorni, e alla capacità di resistere ai passaggi che costellano l'esistenza, in positivo e in negativo. Non è un caso, quindi, se La gioia elementare, (Luigi Pellegrini Editore, 2025) dopo un testo fuori sezione, si apre con un gruppo di poesie riunite sotto il titolo "L'arte del trasloco", che si fa paradigma di tutta la raccolta, sia sul fronte formale sia su quello del contenuto.
Fedeli, in perfetta linea di continuità con la sua poetica, ci consegna immagini mutuate dalla vita di tutti i giorni, fotogrammate qui però in un momento di transizione, quando si sta per lasciare ciò che ci è sempre appartenuto e che ha contribuito a determinare la nostra identità e i nostri legami, per volgere verso un altrove nel quale molto deve essere ricostruito, a partire dalle tanto amate e odiate abitudini.
Nel microcosmo descritto da Fedeli, attraverso soprattutto l'uso della monostrofa come sottolinea anche Cristina Daglio nella prefazione, Gozzano convive con dei calzini spaiati, la Dickinson con il Lambro, dal momento che il vivere ingloba tutto, non procede per tassonomie e non tiene sottomano né cartine né orologi. Così gli spazi si dilatano e si restringono, le ore passano lente e poi veloci e ad avvolgere tutto è un persistente senso di nostalgia, divampante in tutta la sua forza nello «scotch rosso quello / che sigilla bene che dura una vita».
Ed è proprio questa necessità di tenere insieme il cuore pulsante di tutta l'opera e che, a partire da questa prima sezione, si snoda anche in tutte le altre sette ["Il silenzio del Lambro", "Gli inadatti", "Felicità abusive", "Acque docili", "Novecento", "Senza", "(Auspicia)"]; per Fedeli il senso di ciò che è qui e ora, di ciò che è stato e di ciò che potrebbe essere, si concretizza solo nel momento in cui ne viene tenuta traccia, quando qualcuno si assume la responsabilità della memoria, attraverso la scrittura, la lettura, i gesti, l'amore, attraverso qualsiasi cosa ci rassicuri sul fatto che «Non dimenticheremo nulla vero?».

Ma la felicità? La insegnano forse
i gerani appesi al sole la loro
pazienza domestica di aprirsi
ai colori nei balconi a settembre
o forse appartiene alle cose e non sai
di lei se non per istinto difetto
proprio quando ti sfugge in silenzio
nel cappotto stile anni Ottanta
o in qualche disegno di tuo figlio
bambino dove hai solo mani e capelli
e c’è un cuore sotto a dirti ecco sei
tu. Giorni da trasloco questi giorni
che separi le camicie dai giochi
i silenzi e i luoghi a destra la vista
dei tetti altrove le rondini in fuga.
Così felici abbastanza non troppo
noi come un bacio al ginnasio dato
di fretta dimenticato per sempre
poi prima di finire nel buio
in una scatola messa da parte
da chiudere con lo scotch rosso quello
che sigilla bene che dura una vita.
*
Sa di città la ragazza con gli occhiali
mentre conta margherite e petali
in attesa di sole. Scrive lettere
d’amore in silenzio e ha un’aria pulita
come una domenica al lago. Fa
la rivoluzione così leggendo
Heidegger al cane e sorride quasi
nel sorriso avvolgesse lei e noi.
La chiamano poi da lontano e s’alza
nella camicia bianca con la grazia
delle nuvole. Appartiene all’età
di chi sogna e tu pensi alle idee
che cercano il cielo senza fermarsi
mai. Cose care queste alla vita
e tremende raccontano i poeti
di qui e Milano scivola via dopo
il Lambro e le panchine zoppe al parco,
quella loro poesia di baci
corsari e pioppi uno via l’altro
sospesi fino a perdersi felici.
*
È cosa della vita l’insistenza
del ginepro di darsi qua e là al cielo
ignaro degli ulivi quella luce
di latte dei terrazzi di Ivrea
dove le donne cercano al risveglio
il sole dopo una carezza. O altrove
il parlare randagio di chi passa
sognando del mare i gatti che fanno
a zampe svicolando nell’innocenza
dell’aria. Così il canto d’amore
del Ricotta tra sterpaglie e rifiuti
spazzando i resti di una stagione
alla fine dopo i canneti all’alba
come talvolta tu pensi in Pavese.

Ivan Fedeli (1964) insegna lettere e si occupa di didattica della scrittura. Ha pubblicato diversi percorsi poetici, tra cui “Dialoghi a distanza” in “Sette poeti del Premio Montale” (Crocetti), “Virus” (ed.Dot.Com.Pres.), “A margine” (Ladolfi editore) e, per i tipi di puntoacapo editrice: “Campo lungo” (2014, Premio “Casentino”), “Gli occhiali di Sartre” (2016, Premio San Domenichino, Premio “Vent’anni di Atelier”), “La meraviglia” (2018, finalista Premio “Caput Gauri”), La buona educazione (2020), Cose di provincia (2022).




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