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Intervista ad Antonio Lillo (Pietre Vive Editore)

  • Immagine del redattore: Alessia Bronico
    Alessia Bronico
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Per il tredicesimo appuntamento con "Le Case di Alma" c'è Antonio Lillo, ovvero Pietre Vive Editore, intervistata da Alessia Bronico.


Pietre Vive Editore Logo Alma Poesia


Quando, Pietre Vive Editore, inizia la propria storia e come? Quali sono le motivazioni che vi hanno portato ad avventurarvi nel mondo della poesia e chi è un editore?

 

L’odierna Pietre Vive comincia la sua storia nel 2013, ma esisteva già come editore di un mensile di informazione comprensoriale di cui sono stato direttore responsabile. Quando il mensile ha chiuso ho rilevato il progetto con un amico e l’abbiamo trasformata in una casa editrice, ideandone insieme la linea grafica ed editoriale. Ci occupiamo di poesia perché già la scrivevo, quindi sono stato io a insistere per quella collana pur sapendo che dal punto di vista economico sarebbe stata difficile da gestire, eppure, senza fare grossi numeri, ce la caviamo.

Chi è un editore di preciso non lo so. Io di certo, non avendo nessun senso imprenditoriale, non mi considero tale, ma mi piace dire che, sotto diversi punti di vista, un editore è una buona spalla per l’autore. 


Sul sito della casa editrice si legge: «Pietra viva è il nome comune che viene dato a un genere di pianta grassa, Lithops, che cresce nelle zone semidesertiche dell’Africa del sud e che, nonostante le condizioni ambientali avverse, produce un fiore molto bello di colore giallo o bianco». Esistono condizioni avverse per la poesia in Italia?

 

Direi di sì, a cominciare dall’irrilevanza nel mondo editoriale per cui se scrivi versi sei sempre considerato un autore di serie B rispetto a un qualsiasi romanziere medio. Vero è che a fronte dei tanti che non la leggono, sono centinaia quelli che la scrivono, il che non è segno di scarsa salute del genere, quanto piuttosto di un cortocircuito per cui non si riesce a sviluppare un gusto estetico tale da permettere, in chi la pratica, di godere nel leggere il lavoro d’altri. Si fa sempre l’esempio di chi suona e quindi ascolta musica, ma anche chi crea un fumetto, per dire, ha piacere a confrontarsi col lavoro grafico di altri fumettisti. Per la poesia questo non succede quasi mai, ma non per pigrizia o ignoranza, credo, quanto per una cattiva scolarizzazione a cui si aggiunge una tradizione ingombrante. Del resto, rompere con la tradizione senza perderla è la grande sfida di chi pratica ogni forma d’arte.

 

Dove sta andando la poesia, secondo lei, e dove si orienta la vostra casa editrice?


Per ciò che vedo le strade sono diverse e tendono a estremizzare la forma. Da una parte, si tende a eliminare del tutto il verso considerato obsoleto, quindi andando verso la poesia in prosa, come la chiamano. Dall’altra, ci si oppone al verso libero per qualcosa di più solido e costruito secondo i canoni della tradizione, quindi recupero della terzina, dell’ottava, del poemetto, del sonetto ecc. dove ovviamente ci si può confrontare col proprio virtuosismo tecnico. Infine c’è una tendenza a superare la parola scritta attraverso la voce, la performance, l’uso del corpo, lo slam, che a me personalmente piacciono quando non eccedono nel cabaret. Anche i contenuti variano, ma per la maggior parte mi pare ci sia una sempre maggiore deresponsabilizzazione nei confronti della realtà. In altre parole, conosco molti poeti che denunciano in vari modi i mali del mondo ma questo non riescono a farlo nei loro versi, perché ci si sentono stretti, e se lo fanno non riescono in maniera convincente, spesso suonano artefatti. C’è come uno stacco fra arte, pensiero e vita che andrebbe credo ricucito.

Per quanto riguarda Pietre Vive, quello che ci interessa è soprattutto un discorso sul linguaggio poetico che non ci costringa necessariamente a una regola. Abbiamo pubblicato nei diversi ambiti sopra descritti, spaziando sia per scelte formali (dai poemetti in ottava rima alla produzione di audiolibri, dalla poesia a fumetti a quella più astratta, sperimentale e decostruita, addirittura inserita nei diagrammi di flusso), sia per tematiche (dai mondi del lavoro alla crisi ambientale, dall’emigrazione all’antispecismo, dalla parità di genere alla poesia per l’infanzia, e senza mai dimenticare i fondamentali “nascita, copula e morte”). Per questo, abbiamo scelto di non avere un formato fisso per i nostri libri, ma lo scegliamo in base al tipo di versificazione dei testi. La forma della singola opera, insomma, viene prima dell’identità della collana. L’opera, per noi, va intesa come qualcosa di più che una “raccolta di versi”, quanto piuttosto come progetto. Poiché questo progetto diventa un lavoro collettivo che coinvolge la creatività di più maestranze, a cominciare dall’artista che fa la copertina, l’opera, per noi, sta un gradino più in alto dell’autore stesso. Nella nostra collana di poesia non mettiamo il nome dell’autore in copertina. E questo può creare un certo fastidio all’inizio, ma è una buona palestra per l’autore, per confrontarsi con sé stesso e con le proprie ambizioni. Tu pubblicheresti mai un tuo libro, un libro in cui credi fortemente, senza il tuo nome in copertina? 


Pietre Vive Editore e la comunicazione, la sua gestione: quanto e in che modo la promozione ricade sull’autore oggi mentre in passato, in assenza di supporti digitali, era demandata interamente alla casa editrice?


Questa domanda sollecita una serie di riflessioni che temo non siano in grado di esaurire la risposta.

Mi ricorderò sempre una volta, molti anni fa, che contattai una importante rivista di Roma per chiedere se per un progetto editoriale mi davano una mezza pagina sulla loro rivista e mi chiesero 500 euro per una comparsata, 400 se ne programmavo più di una. Mi sono chiesto quanto deve essere ricca una casa editrice per comprarsi 3 o 4 comparsate sui giornali giusti per lanciare un libro durante i primi due mesi di vita. In questo devo dire che i social, con tutto il male che se ne può dire, sono stati utilissimi.

Detto ciò va preso atto del fatto che gli stessi social hanno favorito una rivoluzione socio-culturale per cui se una volta era il marchio editoriale a nobilitare il libro, a imprimergli un bollino di qualità, oggi ciò che lo spinge principalmente è il prestigio, vero o presunto, dell’autore stesso, la sua visibilità, in altre parole al pubblico non interessa tanto il libro, ma chi lo racconta e come lo fa. Mi capita sempre più spesso di assistere a presentazioni dove il pubblico si lamenta se l’autore non è abbastanza social, se non è all’altezza delle aspettative in simpatia, splendore e “sintomatico mistero”, se non fa spettacolo, se non li intrattiene come farebbe un perfetto personaggio televisivo. Ma un autore il più delle volte non è un personaggio dello spettacolo, è un essere umano, un semplice professionista, può essere antipatico, di poche parole, timido, urticante, può balbettare, sudare vistosamente, magari non ha niente di speciale da dire oltre ciò che ha già scritto. Vedi, io sono cresciuto nell’ultimo quarto del Novecento, prima ancora dei telefonini, di internet e dei social, quando l’idea di un libro era ancora fortemente legata alla carta e al mistero che veniva sprigionato dalle sue pagine. Solo pochissimi autori andavano in Tv, e tutto quello che sapevi di loro ti arrivava dalle striminzite quarte di copertina e da qualche rivista, con le foto che diventavano iconiche perché rare. Quel mistero, per me, era bellissimo. L’autore aveva un peso, ma secondario rispetto al libro, e tu creavi un patto di fiducia con lui o lei soltanto se il libro che stavi leggendo ti catturava al punto da farsi garante del suo nome. Adesso funziona esattamente l’opposto: nella maggior parte dei casi tu conosci prima l’autore dai social, diventi un suo sodale, uno a cui puoi dare del tu, e se l’autore ti piace, ti fa simpatia, ti solletica i sensi, o i bassi istinti, compri il suo libro a scatola chiusa anche se magari non lo leggerai. E tutto per fare un selfie con cui potrai dire “ehi, ci sono anch’io”.

D’altro canto è vero che quando un autore ha una forte connotazione comunicativa, questa si vede anche nella diffusione del libro. Non devi essere per forza Francesco Sole o Franco Arminio per accorgertene. Nell’ultimo libro da noi pubblicato, Linea di mira di Cristina Simoncini, autrice che ha una forte presenza sui social, i risultati sono stati eclatanti: abbiamo esaurito la prima tiratura in un mese e tutto questo senza una presentazione, senza una recensione, senza una sponsorizzata, senza foto ammiccanti, solo con qualche post e il passaparola. Quello della Simoncini è ovviamente un ottimo libro. Ma, come si dice, si raccoglie ciò che si semina.

Aggiungo un’ultima considerazione, mi sembra che a volte ci sia così tanto contenuto social in giro, così tanto “depistaggio” dal libro per far passare la fobia della pagina scritta, che alla fine ci si scorda proprio del libro. Adesso, per fare un esempio, c’è la moda dei reel o dei podcast, che sono molto carini ma non sono il libro, eppure a volte lo superano, spesso si guardano o ascoltano solo quelli, ci si fa fare il riassuntino, ma non ci si assume la responsabilità di leggerlo in prima persona. Perché?


Pietre Vive Editore e la rete, con tutti gli aspetti ad essa connessi: blog, social media, riviste digitali, per citarne alcuni: sarebbe interessante conoscere l’impatto sui testi, ma anche sulle vendite e sulla diffusione del libro. Quali i vantaggi e quali gli svantaggi? 

 

Dal punto di vista editoriale, devo dire che dopo un post riuscito su Instagram o Facebook, che sono i nostri canali principali, ho sempre venduto dei libri. La cosa bella è che chi compra attraverso quei canali lo fa in genere su uno store online, o dal nostro sito oppure su Amazon, quindi con un guadagno maggiore per noi rispetto a chi li ordina in libreria (La differenza di guadagno, ricordo, fra chi compra su Amazon e chi in una libreria di catena è di circa il 20% del prezzo di copertina a favore di Amazon, se invece comprano dal nostro sito il guadagno è tutto nostro al 100%). Nella maggior parte dei casi blog e riviste digitali non smuovono le vendite. Si frequentano soprattutto perché – avendo preso il posto delle vecchie fanzine e riviste cartacee – sono a mio avviso vantaggiosi per l’autore per crearsi una prima bibliografia critica, che credo sia necessaria a chi vuol crescere in campo editoriale.

Questo almeno quando le recensioni sono fatte bene. Sempre più spesso, purtroppo, ci si limita a segnalazioni o estratti, meglio se concentrati in anteprima dell’uscita. Pochissimi sanno scrivere di un libro di poesia in maniera intelligente e personale, o si prendono il tempo per farlo come si deve. Del resto, come diceva Garboli, una recensione è sempre uno “scritto servile” che non solletica l’ego, e serve una certa tigna per prestarsi a quel gioco. Questo abbassa di molto la qualità di alcuni blog o riviste. Altre volte, aggiungo, gli stessi sono gestiti da redazioni che se la tirano in maniera assurda, vere e proprie sette che se non sei “uno dei loro” oppure “utile” alla loro causa, o rete di rapporti, non ti danno non dico uno spazio, ma nemmeno una risposta di circostanza, cose che però, come dicevo, in un panorama così povero com’è il nostro, offrono davvero dei vantaggi ridicoli. Ma un progetto culturale dovrebbe essere sempre qualcosa di più di “coltivo il mio orticello”.

Contraddicendo in parte quanto ho detto sopra, come lettore ammetto che se ho dei dubbi su un libro che voglio comprare, il fatto di trovare dei testi o delle recensioni in rete, anche a distanza di mesi dall’uscita, può aiutare nella scelta. In quel caso, persino pubblicare dei semplici estratti è utile. Anche, paradossalmente, se ti fa ricredere e ti dissuade dall’acquisto.

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