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Nota di lettura a "Dialoghi mancati" di Caterina Irene Lazzarini

  • Immagine del redattore: Mario Saccomanno
    Mario Saccomanno
  • 27 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

Nella silloge Dialoghi mancati (ilglomerulodisale, 2026) di Caterina Irene Lazzarini non c’è spazio per la celebrazione consolatoria, poiché ogni componimento sottende un rigore analitico che cerca di scalfire il muro dell’assenza con una postura poetica che si fa strumento conoscitivo.

Il titolo stesso suggerisce una condizione ontologica in cui l’impossibilità di un riscontro oggettivo trasforma l’interazione con l’altro in una forma di autoanalisi necessaria, dove il bisogno di decifrarsi passa attraverso la rievocazione di figure che popolano la sola dimensione della memoria.

In questo percorso, risulta opportuno evidenziare che la formazione antichista dell’autrice non si traduce in un mero sfoggio erudito, ma connatura la struttura stessa del suo sguardo tramite una modalità compositiva che può ricordare la precisione dell’epigramma classico, dove il dolore viene distillato fino a raggiungere una pienezza di riscontri materiali.

I versi assumono la loro dimensione specifica a partire da una serie di tasselli esistenziali che individuano il legame tra il presente dell’io e il passato del tu, dove gli strumenti della quotidianità, come sottolineato pure nella sapiente Prefazione di Alessandro Fo, operano al pari di correlativi oggettivi di un’assenza che la parola tenta di saturare. In merito, si veda il dialogo con la madre (disseminato nella raccolta) dove «l’arcolaio di legno» o la «compagna Singer» non sono semplici cimeli, ma i cardini di «pazienti tessiture» del senso: la scrittura si fa tesa, rifiutando ogni velleità decorativa per attardarsi su una conoscenza diretta acquisita tramite lo stringere nuovi particolari.

Dunque, la poetica di Lazzarini rifugge ogni approssimazione formale, richiedendo invece un’osservazione scrupolosa che non arretra davanti alla durezza del reale. Lo dimostra, per esempio, la figura della signora Palmira che, con la sua «zoppia nei modi», fra le altre cose, il dialetto («Vedivi l’ura de vedìite»), restituisce una verità priva di dogmatismi, rappresentando quel bisogno universale di calore che persiste oltre la barriera della morte.

L’autrice arriva a dichiararsi spietatamente «dannata» in un «groviglio fitto di emozioni» che le impediscono di pregare, leggendo persino la nascita del nipote Marco come segno della nostra «muta e ovvia impersistenza». In questa narrazione corale, alcune figure cercano varchi nel mistero: il «fisico delle particelle» Mauro D. si perde tra «stelle, galassie, atomi, bosoni», mentre il «gastronomo inventore» Fabio P. opera il miracolo di «dare vita a fiori dal deserto» alimentare.

Pertanto, ogni poesia è il resoconto di un percorso che assume la forma di un «muto lavoro di servizio», dove l’autrice, a partire dall’elaborazione del lutto, arriva a definire l’io non come entità statica, ma come «foto-ricordo» che trascrive l’assenza altrui.

L’unico vero superamento di questa natura monodica avviene nel finale, nel dialogo con il figlio Lorenzo, il cui invito («Tu stai troppo coi vecchi») sposta finalmente l’asse dell’osservazione verso il futuro. È qui che la raccolta mostra la sua funzione suprema di cammino che, attraversando la «porta dei sogni, quella di corno», riconsegna alla vita una nuova postura, consapevole che respirare accanto a chi parte significa far sì che si «respiri forte un po’ d’eternità».


Caterina Irene Lazzarini Alma Poesia Dialoghi Mancati Copertina

Dialogo fra Mamma (che non c'è più) e Caterina [Estratto]


L’arcolaio di legno,

quello che mi piaceva: è tanto

che non lo vedo,

che non vado a Cremona,

che non frugo

nell’armadio, che risparmio i misteri,

non li spolvero, davvero,

li lascio lì;

ho freddo, mamma, a frugare fra i ricordi.

 

2. 9. Palmira M., in casa di riposo [Estratto]


Ti ho amata, Palmira, e lo sapevi:

mi ricambiavi come nessuno ha fatto,

rabbuiandoti al dubbio che talvolta

altre ti preferissi [...]

«Vedivi l’ura de vediite», e quello

fu il tuo Venisti tandem, a me, lo seppi,

sola, con te chiusa fra quei muri

e il pianto delle cose senza voce.

 

 Lorenzo a Caterina-mamma


– Tu stai troppo coi vecchi: non è il tempo –

mi diceva Lorenzo

– ché c’è un tempo per tutto e il tuo verrà.

 

Verde di vita acerba non sapeva –

che con chi ami e sai prossimo a partire

respiri forte un po’ d’eternità.


Caterina Irene Lazzarini, nata a Cremona nel 1957, si è formata alla Scuola Normale Superiore di Pisa per poi stabilirsi a Firenze. Studiosa di poesia latina, ha orientato le sue ricerche su Virgilio, i suoi interpreti tardoantichi e l’evoluzione dell’epica latina post-virgiliana nelle Argonautiche di Valerio Flacco, con particolare riguardo al personaggio di Medea: alla figura della giovane maga è dedicato il saggio introduttivo al commento ai vv. 1-287 del libro ottavo delle Argonautiche, pubblicato con il titolo L’addio di Medea, per Edizioni ETS, Pisa 2012. Tra gli autori non epici, ha curato l’edizione con traduzione e commento di un’opera di Ovidio, i Remedia amoris, uscita come Ovidio, Rimedi contro l’amore, Marsilio, Venezia 1986, arrivata alla 10 a edizione; la traduzione con commento di Seneca, La tranquillità dell'animo, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1997; in tempi recenti, per la Fondazione Lorenzo Valla, Scrittori Greci e Latini, ha collaborato al commento uscito in Apuleio, Metamorfosi, vol. II (Libri IV-VI), a cura di Lara Nicolini, Caterina Lazzarini, Nicolò Campodonico, Mondadori, Milano 2023. Parallelamente all’attività di ricerca e all’insegnamento nei licei, ha lavorato nell’editoria scolastica, come autrice e responsabile editoriale per varie sigle (è stata direttrice editoriale del marchio La Scuola di Brescia dal 2016 al 2021). Collabora ora da qualche anno con l’editore Macabor, facendo parte del comitato editoriale del Premio Pollino-Ponte d’Argento, istituito nel 2024, e svolgendo attività di coordinamento editoriale per alcune delle sue pubblicazioni. Scrive poesie e racconti da sempre, ma solo di recente ha scelto di dare voce pubblica alle sue composizioni. Qualcosa dei suoi versi è comparso in un numero di «Girasoli», periodico letterario a cura dell’Associazione Amici di Romano Bilenchi, il n. 8, dicembre 2020, e nei volumi collettivi Umana, troppo umana. Poesie per Marilyn Monroe, a cura di Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo, Aragno, Torino 2016, La forma dell’anima altrui – Poesie in omaggio a Seamus Heaney, a cura di Maria Grazia Calandrone e Marco Sonzogni, LietoColle, Faloppio (CO) 2019, Bellezza senza vanità. Poesie d’amore per gli animali, a cura di Claudia Manuela Turco, Macabor, Francavilla Marittima,2021, e Et desideriis addere Vela meis, a cura di Alessandro Fo, ilglomerulodisale, Catania 2025. Una raccolta di suoi racconti è uscita nel gennaio 2026 presso Aculei Edizioni, Grimaldi (CS), con il titolo di Numi confortevoli.


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