"Le Rubriche di Alma": Patrizia Cavalli (III Appuntamento)
- Sara Serenelli

- 5 giorni fa
- Tempo di lettura: 7 min
«Non si ritorna / al ventre, si parte solamente, / si diventa singolari»: L’io singolare proprio mio, il terzo libro di poesia di Patrizia Cavalli
Ah smetti sedia di esser così sedia!
E voi, libri, non siate così libri!
Come le metti stanno, le giacche abbandonate.
Troppa materia, troppa identità.
Tutti padroni della propria forma.
Sono. Sono quel che sono. Solitari.
E io li vedo a uno a uno separati
e ferma anch’io faccio da piazzetta
a questi oggetti fermi, soli, raggelati.
Ci vuole molta ariosa tenerezza,
una fretta pietosa che muova e che confonda
queste forme padrone sempre uguali, perché
non è vero che si torna, non si ritorna
al ventre, si parte solamente,
si diventa singolari.[1]
Ariosa tenerezza, una fretta pietosa che muove e confonde, forme “troppo” materiche, “troppo” identitarie, il divenire singolare che si fa voce universale: di questo e molto altro sono impregnati i versi della terza raccolta poetica di Patrizia Cavalli. Una raccolta che è davvero «un pezzo di teatro di successo», come recita uno dei versi più celebri e più frequentati della poeta. Una raccolta che seppur nel titolo mette in primissimo piano l’io e le sue istanze, la singolarità, di contro non nasce con una propria edizione, una propria autonomia, si potrebbe anche arrivare a dire. Il libro infatti non esiste, o meglio esiste come raccolta conclusiva al volume Poesie (1974-1992). Eppure si configura come una entità riconoscibile e una creatura poetica importante nella parabola inventiva di Cavalli: una raccolta e un titolo che segnano un passaggio fondamentalissimo tra i versi e le titolazioni del primo ventennio poetico della poeta e i versi e le titolazioni del tempo successivo. Una giuntura, uno snodo che in sé ha, in uno stesso tempo, compimento e nuce, fine e inizio, continuazione e strappo. Strappo e continuazione che posano nel segno, essenzialissimo, di una teatralizzazione poetica dell’io. Non a caso la poesia scelta per la copertina di Poesie (1974-1992), celeberrima, denuncia sin da subito la componente teatrale, il ruolo della poeta quale autrice sì, ma anche interprete e attrice, la presenza di un io che nei versi si riflette e al tempo riflette l’io stesso che scrive:
Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci disuguali
e mi dicessi: «Amore mio,
ma che è successo?», sarebbe un pezzo
di teatro di successo.[2]
Un io quello di Cavalli che si mette in posa, che la poeta stessa volutamente fa mettere in posa, per scorgerne al meglio gli andirivieni, le dinamiche, le battute d’arresto e le risalite; ora lo pone al centro di un teatro tutto suo, dove l’incedere è monologante; ora invece, come nel caso della poesia di copertina, è un io che Cavalli lascia infrangersi di proposito nel dialogo con un tu. Dialogo avvitato e svitato sopra il periodo ipotetico dell’irrealtà, tutto ipotesi. Ipotesi che costruiscono tuttavia una scena che pure sospesa sui cinque congiuntivi imperfetti, diviene palpabilissima per noi che la ascoltiamo, la leggiamo e ne creiamo immagine nel nostro intelletto. Se tu bussassi e ti togliessi e io togliessi e poi tu entrassi e mi dicessi, allora «sarebbe un pezzo / di teatro di successo» e in fondo non c’è condizionale, un pezzo di teatro di successo, memorabilissimo, già lo è. E a ben guardarlo per come ora si declina e ora si riallinea questo io di Cavalli all’interno della raccolta, ci si può accorgere che sebbene rimanga da un lato sempre e ancora fedelmente figura e immagine di una femminile viandante che sonda il mondo, e dunque tanto reale e aderente a Cavalli da farsi quasi un corpo esso stesso che ricorda, come già accaduto nelle prime due raccolte, e testimonia la dipendenza dai cicli ineluttabili del cosmo, del cielo e del corpo della poeta e della sua fenomenologia; dall’altro invece in maniera inedita l’io di Cavalli in questa raccolta camuffa sé stesso o meglio ci sembra di scorgerla mentre si agghinda pronta a indossare i panni del poeta, un poeta che è però un attore, un attore che dismette la maschera. E già il titolo, come d’altronde sempre in Cavalli, svela questo corto circuito: un titolo che dà conto idiosincraticamente sia di una forte personalizzazione poetica che di una altrettanto forte depersonalizzazione. Nota acutamente Maddalena Bergamin che il titolo della raccolta preannuncia un «io» che è «da un lato quello del linguaggio, ovvero del soggetto come rappresentato attraverso i significanti che lo determinano, dall’altro quello di un vuoto, di una parte non simbolizzabile che la poesia si adopera a ricoprire pur consapevole dell’imbroglio che mette in atto».[3] Questo «io», di cui la Cavalli riferisce e con il quale la Cavalli si interfaccia è singolarissimo: è lo statuto della sua specifica e particolare voce, quella della Patrizia Cavalli poeta e persona empirica. Tuttavia, e qui sta la grandezza della poeta Cavalli, questo «io» parla, scrive e dice contemporaneamente come se non fosse l’io: è Cavalli poeta che si fa mezzo e nei suoi versi incarna l’io prendendone al contempo le distanze. Da una parte c’è indiscutibilmente proprio l’io, dalla parte opposta l’io è qualcos’altro, Io è un altro; un soggetto neutro, una forma grammaticale, un pronome che -paradossalmente- evoca una natura universale. Eccolo quell’«io singolare proprio mio» di Cavalli, che nella sua doppiezza posa la sua propria singolarità, qualcosa di radicalmente intimo e al tempo forma vuota applicabile a chiunque. Lo statuto di questo «io» è particolarmente evidente e tangibile nello snocciolarsi dei versi della terza sezione della raccolta quella omonima al titolo dell’intera raccolta L’io singolare proprio mio, e al poemetto ivi compreso. Un poemetto che svela, come nota argutamente Agamben il profilo di un «ego idiosincratico fino alla monomania» quanto «un campo trascendentale senza io né coscienza».[4] Il poemetto è costruito su quattordici strofe serratissime che si susseguono con un andamento a spirale e in qualche modo ciclico, come Cavalli ci ha abituati, per concludersi con un congedo e un saluto finale tanto fulmineo quanto sdegnoso:
fosse paura di perdermi nel niente,
fosse mammerda e fosse anche cacazzo,
non è forse espiazione sufficiente
avere sempre addosso questa blatta?
Siate felici voi, se vi si stacca.[5]
E se il poemetto si conclude con questa contraccusa acidula, nel segno di una conformazione dell’io che si fa vuoto e niente e mammerda e cacazzo, l’esordio del pometto è invece più dolce e assume le sembianze di una sorta di epistola in versi indirizzata ad amici e conoscenti:
A tutti quegli amici e conoscenti
che con dolcezza e spesso con furore
mi dicono: «Ma insomma basta, smettila,
parli sempre di te, ti ami troppo,
non fai nient’altro che dire io, io,
guardati intorno, esistono anche gli altri,
non sei mica la sola a questo mondo
che pensa e sente, soffre e si tormenta!»,
ora rispondo.
Se quando parlo dico sempre io
non è attenzione particolare e insana
per me stessa, non è compiacimento,
ché anzi io mi considero soltanto
un esempio qualunque della specie,
perciò quell’io verbale non è altro
che un io grammaticale.[6]
Rispondendo alle rimostranze di amici e conoscenti sull’”ingombranza” dell’io, già nelle prime due strofe Cavalli spiega chiarissimamente che altro non è il suo che «un esempio qualunque della specie», un «io verbale» che è espressione di un «io grammaticale». E di seguito con un ritmo che incalza strofa dopo strofa sempre di più, attraverso l’anafora martellante del «E se fosse» e del «E fosse pure» la poeta inizia ad ipotizzare innanzitutto che l’io possa coincidere con il proprio io carnale («E se anche quest’io / fosse il mio io carnale, eccomi ancora / esempio poco ambito, molto / mal riuscito, del corpo primordiale »), per poi supporre una serie di possibili coincidenze tra l’io proprio suo e undici altri «io»: l’innamorato, l’accidioso, il superstizioso, il pietoso, il megalomane, l’anarchico, il perfezionista, il letterato, l’impressionabile e infine il già citato vuoto guscio. A leggerlo d’un fiato per intero il poemetto porta direttamente noi che lo leggiamo all’interno del farsi del pensiero di Cavalli o meglio, nel pieno della messa in scena del farsi di questo pensiero. Un pensiero che sempre come già nelle raccolte precedenti, trova vigore tra i versi proprio nel significato profondo delle variazioni che la voce di Cavalli sa intonare. Una raccolta multiforme che allarga il respiro del discorso in taluni testi, come il poemetto di cui si è parlato che da solo conta centocinquantacinque versi, e lo riduce fino a rastremarlo in altri testi dall’andamento epigrammatico che si contraggono in soli due versi. L’io singolare proprio mio, è un percorso poetico di novantotto poesie (epigrammi, recitativi e poemetti) che si articola all’interno di quattro sezioni: Agosto, Ai divani! Ai divani!, L’io singolare proprio mio e Vado ma dove? nel segno della variazione formale eppure ancora e ancora più fortemente scandito da un’uniformità alla quale la voce di Cavalli sa come tenere fede. «Un’uniformità compresa in sé eppure a tratti quasi stonata, su quell’inconfondibile falsetto del risentimento che dà alla stizza e al desiderio il tono di un frammento, nei componimenti più brevi, e in quelli più lunghi la forma di un poema a giambi, che finge la filastrocca senza cadervi, che ribolle senza gridare, che si gonfia senza esplodere».[7] Perché Cavalli sa riconoscere quali ciclici tempi dare alla pronuncia della sua poesia e sa dove farci correre e dove farci fermare, quando quell’io proprio suo può tentare un volo, quando invece è meglio se ne vada a spettacolo iniziato:
Indietro, in piedi, da lontano,
di passaggio, tassametro in attesa
la guardavo, i capelli guardavo,
e che vedevo? Mio teatro ostinato,
rifiuto del sipario, sempre aperto teatro,
meglio andarsene a spettacolo iniziato.[8]
[1] Patrizia Cavalli, «Ah smetti sedia di esser così sedia!», in Ead., L’io singolare proprio mio, in Ead., Il mio felice niente. 1974 – 2020, a cura di Emanuele Dattilo, Einaudi, Torino 2024, p. 86. L’io singolare proprio mio è la terza raccolta di poesie di Cavalli ma non ha un’edizione propria: alcuni testi escono in Nadia Fusini, Catalogo contemporaneo, «Leggere», III, 21 maggio 1990, pp. 28-31 e in forma completa nel volume Poesie (1974-1992), Einaudi, Torino 1992.
[2] Patrizia Cavalli, «Se ora tu bussassi alla mia porta», in Ead., L’io singolare proprio mio, in Ead., Il mio felice niente. 1974 – 2020, cit., p. 68.
[3] Maddalena Bergamin, Il corpo nella lettera. Le tracce del femminile nella poesia italiana contemporanea. Le voci di Anedda Cavalli e Gualtieri, tesi di dottorato in cotutela tra Paris Sorbonne e Università degli Studi di Bologna, 2017, p. 244. Si cita da Rosalia Gambatesa, Ormai è sicuro, il mondo non esiste. La poesia di Patrizia Cavalli. 1974-1992, Progedit, Reggio Calabria 2020, p. 148.
[4] Giorgio Agamben, L’antielegia di Patrizia Cavalli, in Id., Categorie Italiane. Studi di poetica e letteratura, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 161-163: p. 163.
[5] Patrizia Cavalli, «L’io singolare proprio mio», in Ead., L’io singolare proprio mio, in Ead., Il mio felice niente. 1974 – 2020, cit., pp. 95-99: p. 99.
[6] Ivi, p. 95.
[7] Matteo Marchesini, La luce rifratta del prisma, in Giorgio Manacorda, Poesia ’98. Annuario, Castelvecchi, Roma 1999, pp. 80-81: p. 80.
[8] Patrizia Cavalli, «Indietro, in piedi, da lontano», in Ead., L’io singolare proprio mio, in Ead., Il mio felice niente. 1974 – 2020, cit., p. 115.




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