"Le Rubriche di Alma": Patrizia Cavalli (II Appuntamento)
- Sara Serenelli

- 17 apr
- Tempo di lettura: 8 min
«Adesso che posso rimanere a guardare / come si scioglie una nuvola e come si scolora»: Il cielo di Patrizia Cavalli
La seconda silloge di Patrizia Cavalli Il cielo del 1981, [1] esce come la prima all’interno della collana bianca Einaudi. Cavalli raccoglie settantasette componimenti che hanno rispetto a quelli dell’esordio poetico un nuovo e diverso andamento. Se per i versi della prima raccolta si aveva l’impressione che la poetessa procedesse lavorando sul togliere, sull’asciugare, sul sottrarre; ne Il cielo invece Cavalli, come sottolinea Damiano Sinfonico,[2] sembrerebbe prevalere l’arte del caricare. Certo, permane ancora anche in queste composizioni l’ostinazione alla «riduzione stilistica», che aveva già individuato per la prima raccolta Giorgio Manacorda,[3] tuttavia nella lingua e nella direzione poetica di Cavalli de Il cielo si rilevano una maggiore densità ed espressività. Un cambiamento che si apprezza non solo nel mutamento di tono e intonazione del “canto” poetico, ma anche a livello di sfondo e ambientazione: Le mie poesie non cambieranno il mondo[4] si muovevano all’interno di un universo atemporale ora invece lo sfondo del libro si muove tra cielo e terra; e cielo e terra si riflettono vicendevolmente l’uno nell’altro. «Umide coltri di nuvole e luminose distese azzurre fanno, di volta in volta, da specchio alle consuete ambientazioni domestiche e cittadine, in cui talvolta si schiudono anche inediti affacci sulla campagna e sul mare. Come la terra si riflette nel cielo, così anche l’io, una rinnovata figura femminile di viandante, muove i passi del suo andirivieni terreno rispecchiando i movimenti delle aeree masse celesti».[5]
Sono i ritmi ciclici della natura a governare la vita di Cavalli e a scandire i tempi della seconda fase della sua poesia: i rivolgimenti astronomici e le variazioni metereologiche cadenzano ora le aperture coraggiose verso il mondo, lanciano ad esempio la penna di Cavalli a scandagliare le sue avanzate cittadine, ora di contro la spingono invece a ritirarsi tra le mura domestiche. Il mondo interno della poetessa riflette il mondo meteorologico ed esso varia come variano l’aspetto e l’andamento del cielo:
Maledetto sia lui, gozzoviglia di nuvole,
cielo affogato! Era proprio lassù
che doveva compiersi la mia somiglianza,
lassù così in alto, nel mutamento impalpabile
doveva avvenire la processione dei mali.
I miei occhi guardano il cielo ogni momento,
persino di notte, per vedere la minaccia
visibile, densissima e cupa. Ma spesso vedono
azzurri così vasti da far sentire la vergogna
del sospetto. Eppure so dal battito del mio cuore
cosa si nasconde dietro lo splendore, come
in un attimo la luce verrà scansata
dal bianco opaco, dalla tronfia corpulenza
di una nuvola e come di nuovo
verrà evocata la palude. (IC, 24)
Lassù, così in alto scrive Cavalli, doveva compiersi la mia somiglianza: quasi come se non ci fosse via di scampo o d’uscita, come se la poetessa specchiasse in sé il cielo per una qualche forma di determinismo non scelto. Cavalli non sceglie e non può scegliere: è il cielo e le sue trasformazioni a scegliere per lei; lei non può far altro che annotare quello che il cielo le detta, quello che il cielo suggerisce, cogliere il rimando che le lascia intuire e trasformarlo in poesia.
Quella nuvola bianca nella sua differenza
insegue l’azzurro sempre uguale:
lentamente si straccia nella trasparenza
ma per un po’ mi consola del vuoto universale.
E quando cammino per le strade
e vedo in ogni passo una partenza
vorrei accanto a me un bel viso naturale. (IC, 1)
L’io è completamente iscritto in un «determinismo totale delle cose e dei sentimenti»:[6] è la natura a scandire ritmi e tempi come uno scrupoloso geometra che conta e soppesa finemente la vita in anni, stagioni, mesi, settimane e giorni. E «geometra perito» è anche Cavalli che in accordo con quel cielo verso cui volge il suo sguardo, misura e conta e divide:
Addosso al viso mi cadono le notti
e anche i giorni mi cadono sul viso.
Io li vedo come si accavallano
formando geografie disordinate:
il loro peso non è sempre uguale,
a volte cadono dall’alto e fanno buche,
altre volte si appoggiano soltanto
lasciando un ricordo un po’ in penombra.
Geometra perito io li misuro
li conto e li divido
in anni e stagioni, in mesi e settimane.
Ma veramente aspetto
in segretezza di distrarmi
nella confusione perdere i calcoli,
uscire di prigione
ricevere la grazia di una nuova faccia. (IC, 31)
Quasi come fosse davvero una specie di divinità naturale che agisce, il cielo, «decide della vita e della morte dell’io»,[7] e l’io poetante non può far altro che sottostare alle sue decisioni, non può fare altro che inseguire quell’«azzurro sempre uguale», sempre uguale e sempre diverso. In sostanza i movimenti atmosferici sono paralleli e accordati ai movimenti che reggono le vicende sentimentali dell’io di Cavalli, come da subito si intuisce dalla composizione proemiale, «Quella nuvola bianca nella sua differenza», con il suo avvio così solenne. Un esergo di raccolta che proietta da subito in alto lo sguardo della poetessa a cogliere quella nuvola bianca che si stacca dallo sfondo sempre uguale di quel cielo azzurro, si contorce quasi a inseguirlo a volerlo emulare: sembra che Cavalli colga nell’ansia di raggiungere ed eguagliare l’azzurro del cielo di quella nuvola invece così eterogenea dal resto, il suo stesso sforzo e anche il nostro. Eppure quella nuvola così bianca non può che essere incorniciata, così maldestramente mimetizzata: più insegue l’azzurro più il suo bianco emerge, più il suo bianco la rende differente, evidente, ingombrante. Lo stesso tentativo di inseguimento lo fa Cavalli che specularmente si muove per le strade. La consolazione al vuoto universale, la sensazione che in quel camminare per le strade ogni passo si faccia partenza arriva quando, a poco a poco, quel bianco così differente, così palese, così indubitabile si fa cangiante e si straccia, annientandosi all’azzurro. È il bianco che da ostinatamente diverso nel suo inseguimento si fa trasparente: colore non più colore. Si dice che il bianco sia l’insieme di tutti i colori, o più precisamente secondo la teoria della luce sia il colore che contiene in sé tutte le lunghezze d’onda visibili dello spettro elettromagnetico. Ora quel bianco che seppure appariva così differente, quasi in contrasto con lo sfondo, ecco, ora diventa docile stracciandosi e facendosi trasparente riflette quell’azzurro che aveva inseguito. Ora quel bianco non contrasta più, non resiste più, non stride più, non dissona. Ora trapela, ora è un tutt’uno con quel cielo che prima gli faceva da sfondo. E le turbolente vicende del cielo e dell’io si fanno le stesse: il tetto celeste del nostro mondo è l’emblema eletto della poesia di Cavalli. E a dirlo è anche Cavalli stessa in un’intervista ad Alessandro Bottelli:
Il cielo governa la mia vita, alla lettera. Pensieri, sentimenti, umori e salute, in me tutto dipende dal cielo. Sono una meteoropatica assoluta, ho dovuto per forza occuparmene. È per questo che nelle mie poesie ricorre così spesso la parola cielo, insieme a tutto ciò che gli è proprio e che lo abita: le nuvole, l’azzurro, la trasparenza, il biancore, la foschia, il sole e tutti i gradi della luce.[8]
Ma il cielo si sa, al di là di ogni previsione possibile, è imprevedibile: indagare le sue cicliche metamorfosi è indagare le cicliche e talvolta imprevedibili metamorfosi dell’io.
Vedi, io sono meteoropatica, completamente sottoposta al clima. Nell’attesa di una perturbazione atmosferica tutto il mio sistema chimico, nervoso, sensoriale, mentale si altera, e questo avviene o per implosione o per esplosione. Nel primo caso, quando il cielo è coperto e basso, sono sottoposta a una forza centripeta che mi stringe a me stessa, e quel che è fuori, il mondo sensibile, accorre verso di me e si condensa compatto in una visione senza più tempo né spazio. Sono minuti di eternità, dove tutto si mischia in una presenza e in una interezza assolute. È una condizione così dolce che io ne provo una così felice gratitudine che il più delle volte resto semplicemente immobile e in silenzio per paura di sciuparla. Spesso però in questa specie di puro ascolto sento arrivare una musichetta fatta di parole e io non posso non andargli dietro e così scrivo una poesia che è un ringraziamento o una lode. Quando invece c’è l’alta pressione, io sono centrifugata, esplodo: tutto si allontana da me e si frantuma; i miei sensi si sparpagliano e mi portano in tanti luoghi e tempi diversi, e sento le città, le stagioni i continenti, il mare l’infanzia e l’altro ieri. Questo è uno stato molto doloroso e per poter ricomporre me e le cose, per riunire quello che è diviso, o faccio l’amore o scrivo una poesia: il primo sistema è più immediato, ma il secondo è più sicuro, perché ci posso quasi sempre contare.[9]
Inaffidabile è il cielo, si badi bene il diurno e non quello notturno, («quando cala la notte, cala anche la mia impressionabilità, il cielo notturno ha meno potere su di me, mi lascia in pace»)[10] come inaffidabile è talvolta l’io poetante di Cavalli. Mai inaffidabile è invece lo scrivere poesie, poesie che in molti casi all’interno di questa seconda raccolta evocano una forma del contemplare. Lo sguardo di Cavalli indaga, intuisce il poetico nel volto del cielo, sempre vero e sempre falso. L’esito ora felice ora infelice di questa indagine si trasforma in poesia, la poesia di questa seconda raccolta che alla compattezza dell’immaginario tematico, concettuale, intellettuale e poetico, richiamato dal titolo stesso, unisce d’altra parte una certa mutevolezza ed eterogeneità dei 67 componimenti. Eterogeneità che deriva dall’alternarsi di differenti intonazioni nelle composizioni e di differenti registri ora bassi e ora alti. Mutevolezza che proviene dalla varietà dei metri utilizzati da Cavalli: non più solamente nel segno di quella “scarnificazione” del potente e gracile Le mie poesie non cambieranno il mondo, ma nel segno invece di una evidente alternanza dell’estensione delle poesie in orizzontalità e in verticalità, che «sembra rispecchiare l’alternanza incessante dell’estensione del cielo».[11] Eppure in questa consonanza anche estensiva del cielo con l’io e dell’io col cielo, chi legge nota anche e può notare, impronte e spie di una altrettanto impattante e viscerale differenza. Il corpo sul quale Cavalli misura e proietta gli stravolgimenti celesti è senziente, perituro e nulla vi passa attraverso lasciandolo indenne e intatto. La sostanza carnale è ben diversa dalla sostanza celeste: il giorno sereno dimentica il turbamento di nuvole e temporali. Il corpo di Cavalli no: su di esso si abbattono tracce che perdurano. Tracce che si imprimono nella carne e nel dettato poetico per mezzo della vista, sfera sensoriale privilegiata di tutta la raccolta. Colori, ombre, luce, oscurità hanno occorrenze elevatissime e sono il frutto di una osservazione quotidiana e profonda dei fenomeni atmosferici colti dalla poetessa sia all’interno di scenari cittadini che naturali. Guardare è proiettare, è oggettivare, è riconoscersi nel cosmico meccanismo del divenire. È il «lusso immenso di una esplorazione» che proviene dal cielo e si fonde in poesia:
Adesso che il tempo sembra tutto mio
e nessuno mi chiama per il pranzo e per la cena,
adesso che posso rimanere a guardare
come si scioglie una nuvola e come si scolora,
come cammina un gatto per il tetto
nel lusso immenso di una esplorazione, adesso
che ogni giorno mi aspetta
la sconfinata lunghezza di una notte
dove non c’è richiamo e non c’è più ragione
di spogliarsi in fretta per riposare dentro
l’accecante dolcezza di un corpo che mi aspetta,
adesso che il mattino non ha mai principio
e silenzioso mi lascia ai miei progetti
a tutte le cadenze della voce, adesso
vorrei improvvisamente la prigione. (IC, 41)
[1] Patrizia Cavalli, Il cielo, Einaudi, Torino 1981. Da ora in poi indichiamo la raccolta come IC e i testi con numerazione da 1 a 67.
[2] Damiano Sinfonico, Il «cielo» di Patrizia Cavalli (1981), in Sabrina Stroppa, La poesia italiana degli anni Ottanta. Esordi e conferme, Pensa, Lecce 2016, p. 24.
[3] Giorgio Manacorda, Patrizia Cavalli, in Id., La poesia italiana oggi. Un’antologia critica, Castelvecchi, Roma 2004, p. 118.
[4] Patrizia Cavalli, Le mie poesie non cambieranno il mondo, Einaudi, Torino 1974.
[5] Rosalia Gambatesa, Ormai è sicuro, il mondo non esiste. La poesia di Patrizia Cavalli. 1974-1992, Progedit, Reggio Calabria 2020, p. 77.
[6] Si veda Valentino Cecchetti, Patrizia Cavalli: Poesie (1974-1992), «Nuovi Argomenti», n. 46, aprile-giugno 1993, p. 110.
[7] Rosalia Gambatesa, Ormai è sicuro, il mondo non esiste. La poesia di Patrizia Cavalli. 1974-1992, cit., p. 78.
[8] Alessandro Bottelli, Cavalli: scrivo poesie con il silenzio, il 4 settembre 2012 (https://www.avvenire.it/agora/cultura/cavalli-scrivo-poesie-con-il-silenzio_10389).
[9] Pasqualina Deriu, Patrizia Cavalli, in Ead., Racconto di poesia, CUEM, Milano 1998, pp. 19-30: pp. 29-30.
[10] Alessandro Bottelli, Cavalli: scrivo poesie con il silenzio, cit.
[11] Rosalia Gambatesa, Ormai è sicuro, il mondo non esiste. La poesia di Patrizia Cavalli. 1974-1992, cit., p. 104.





Commenti