«Una vita fra tante»: recensione a "Luci ed eclissi" di Alessandro Fo
- Alessandra Corbetta

- 17 lug
- Tempo di lettura: 9 min
L’ultima raccolta poetica di Alessandro Fo, Luci ed eclissi, edita da Einaudi nel 2026, si presenta al lettore con un titolo che unisce in antitesi due condizioni opposte, che parrebbero escludersi a vicenda.
Le tre sezioni della silloge, Nascere, Vivere, Eclissarsi, seguono il percorso stesso della vita umana, illustrando la fragilità a essa connaturata. La poesia di apertura della terza sezione, intitolata Eclissandomi e ispirata a una poesia di Thomas Hardy, intitolata Eclisse lunare, esemplifica il senso del termine, come chiarisce lo stesso Alessandro Fo nell’Appunto a conclusione del volume: siamo noi stessi che, proiettando l’ombra del nostro corpo sugli altri oggetti, possiamo provocare «una specie di eclissi», trattenendo al nostro interno pensieri, idee, sofferenze, aspirazioni che non traspaiono nei fragili contorni proiettati all’esterno. Eclissarsi dunque corrisponde alle nostre esili impronte nel mondo, talvolta associato al morire, talvolta, più semplicemente, allo sparire, cambiando vita, mestiere, luogo.
Le luci sono invece tutto ciò che sopravvive alla precaria esistenza, ciò che si salva (e ci salva) rappresentando una breve vittoria della vita, oppure ciò che illumina il mondo, indicando una speranza che resiste tenacemente, mentre tutto intorno è fatica o disorientamento: possono essere persone, esperienze, incontri, spesso anche elementi del mondo naturale, inattesi attimi in cui tutta la bellezza della vita, con il carico del suo fragile equilibrio tra bene e male, ci raggiunge e ci consola.
Lo sguardo con cui il poeta descrive una vita fatta di amicizie durevoli, di sofferenze proprie o altrui, di momenti di doloroso distacco da luoghi o persone amate, di brevi ma al tempo stesso provvisori incontri con amici e conoscenti, ai quali viene dedicato lo spazio dei propri versi, è forse paragonabile allo sguardo di Dio che osserva un tempio che si erge nella baia thailandese, descritto nella poesia di apertura della raccolta, intitolata Di volo:
Chissà come lo vede, là dov’è, Dio…
Se gli fa effetto, che da lì si levino
preghiere e canti di venerazione.
O invece se, un po’ quasi intenerito,
sorride all’infinita piccolezza
di costruzioni e voti degli umani.

Bisognerebbe rievocare la pietas dei latini per descrivere tale condizione di attento rispetto e pacata comprensione di un Dio che dall’alto osserva le costruzioni di un edificio sacro che svetta in un modesto villaggio.
La descrizione di questo sguardo di Dio ricorda i due versi conclusivi della poesia Il Golem di J.L. Borges: il rabbino di Praga ha tentato invano di costruire il Golem, un essere perfetto, a sua immagine e somiglianza, ma ha ottenuto una creatura goffa, capace di svolgere gesti solo abbozzati e ridicoli, un essere impacciato e incapace di apprendere la lingua umana, e finalmente si pente di aver aggiunto un essere inutile al creato, osservando la propria creazione. Borges, dopo aver descritto il fallimento del rabbino e il suo sguardo al tempo stesso pietoso e sconsolato sulla sua creatura, si chiede:
Chi ci dirà le cose che provava Dio, contemplando il suo rabbino in Praga?
Questo Dio (di Fo e di Borges) che guarda dall’alto, con pietosa comprensione, la piccolezza umana, poco interviene in una vita che, se a lui tende, è dominata da una vana attesa, da un fato che la orienta oscuramente. Se, virgilianamente, Fo ci ricorda che «fata viam invenient» (Venuto poi il momento), il nostro destino già scritto forse già reca in sé «quest’altra data/ che vorremmo sapere e non vorremmo», la data della nostra morte che non potremo mai conoscere.
Fare i conti con i limiti e le imperfezioni del vivere comporta, per Alessandro Fo come per Borges, il rischio di perdersi in un labirinto di inquietudini e incertezze, come afferma lo stesso Fo quando in Attimi di Natale, rievocando la visita alla tomba della propria madre, scrive:
Le chiesi aiuto da un mio labirinto
in cui da anni mi dibatto e peno.
Dal labirinto della vita, delle occasioni di incontro e di perdita che quotidianamente essa ci offre, solo la letteratura può farci uscire, indicando gli spiragli attraverso i quali ci può raggiungere la luce.
Una delle immagini più significative e ricorrenti in questo senso nella raccolta è quella della crepa, in Qualche cosa di bello contro il tedio: di fronte ad un oratore noioso, la giovane studiosa che faticosamente lo ascolta porta al collo, appesa a una catenina, una piccola fede:
Forse, sotto la dissimulata
soverchiante stanchezza,
crepa che non si vede,
un ricordo del padre o della madre.
Celandolo e nascondendolo dietro la stanchezza del momento, la giovane trova il suo antidoto in quel ricordo appeso al collo; la crepa che non si vede potrebbe riferirsi alla stanchezza dissimulata ma anche a quel dolore nascosto che potrebbe intaccare la compattezza della vita: dolore nascosto, crepa che non si vede, di cui è segno la fede appesa al collo.
Non è questo l’unico esempio di ciò che permane e resiste nelle difficili condizioni del vivere: l’anello è certamente affine a quella viola bianca che nella poesia di apertura a Vivere, intitolata Considerazioni camminando, viene scorta e individuata «dentro il muro» dalla ragazza protagonista del dialogo. La viola bianca ha trovato evidentemente una crepa nel muro, e questo le ha consentito di stabilirvisi, di attecchire e fiorire, allo stesso modo «del trifoglio fiorito fra i mattoni» che in Vicoli ciechi ha riempito le crepe di un vicolo cieco di Siena e in un tramonto estivo è coperto dalla luce che vi filtra.
Anche la poesia Scambi, l’ultima della sezione Vivere, si chiude con la citazione di una frase di Michael Krüger:
Si fiorisce come si può nelle crepe
‒ scrive ‒ dell’asfalto, degli intonaci.
Qualcosa sembra rimandare ai versi della canzone Anthem di Leonard Cohen, quando afferma che solo dalle crepe aperte in ogni cosa può filtrare la luce; se la bellezza esiste nel mondo, essa si colloca al di là del dolore e dell’imperfezione, proprio nel caos e nei labirinti di una vita quotidiana che si oppone alla violenza, al degrado, ai fallimenti della politica, alla disperazione del singolo:
Forget your perfect offering
There is a crack, a crack in everything
That’s how the light gets in
(Dimentica la tua offerta perfetta
C’è una crepa, una crepa in ogni cosa
È da lì che filtra la luce).
In qualche modo, le crepe sono necessarie perché la luce raggiunga il mondo: nella vita quotidiana, solo il presente con le sue perenni contraddizioni e lotte rinnova ogni giorno la sfida del vivere, ed è questo il messaggio di speranza che il poeta-cantante può porgere al mondo, suonando le campane che ancora si possono suonare:
Don’t dwell on what has passed away
Or what is yet to be(Non soffermarti su ciò che è morto
O che deve ancora avvenire).
Proprio attraverso i termini contrapposti di speranza e disperazione, Alessandro Fo delinea in questa raccolta lo spazio ristretto in cui l’uomo si può ancora contrapporre al male, in un’epoca storica in cui gli estremismi, le guerre, i razzismi esplodono e sembrano sul punto di travolgere popoli e nazioni: non mancano i riferimenti a Kiev e ai profughi ucraini che cercano rifugio in nuovi paesi, coltivando la speranza di far ripartire la propria vita; oppure poesie dedicate ai nuovi stermini compiuti a Gaza e alla vicenda della pediatra di Khan Younis, Alaa al-Najjar che ha perso 9 dei suoi 10 figli in un bombardamento, insieme al marito; c’è attenzione alla cronaca con i suoi problemi urgenti, come quello degli homeless privi di tutele e asilo o quello dei suicidi in carcere, di cui una poesia tiene il conto aggiornato nei primi undici giorni del 2025.
Come e attraverso quali crepe, in questi tempi violenti, possa filtrare la luce, non sempre è evidente; tuttavia, la speranza rimane pervicacemente inscritta nell’orizzonte umano, che vive di attese e progetti anche quando tutto sembra crollare intorno.
Così afferma la profuga ucraina in Via dall’Italia, prima di intraprendere un nuovo viaggio verso la Germania, benché sappia che della sua città e della sua casa non restino che macerie, anzi polvere:
Bisogna trarne forza a cominciare
tutto di nuovo. Con una nuova vita.
Come nascere una seconda volta.
La stessa disperata forza di resistere, di coltivare ostinatamente attese di salvezza, è indicata in Verso la Pasqua del 2022: in questo caso è la semplice gente che partecipa alla Messa pasquale, gente comune, a condividere l’attesa e la speranza
Di rivedere un dì i cari perduti,
la madre, il figlio (molti erano anziani.
Molte di conseguenza le amissioni) …
La sposa,
il padre,
l’amico,
la sorella
o cercavano un senso a tanto male.
La stessa speranza sostiene chi, in condizioni più faticose come nei teatri di guerra, cerca margini di sopravvivenza:
E nello stesso tempo erano l’uomo
sistemato alla meglio nel profondo
della terra a Kiev (dentro la metro,
riparo dalle bombe) – che vive
e legge intanto un libro (l’Odissea?).
E poco oltre, la poesia si conclude con l’immagine di due giovani innamorati che contemplano il tramonto seduti nel bagagliaio della propria auto.
In Eclissarsi con doni i due estremi dell’antitesi speranza-disperazione si riuniscono nella vicenda, avvenuta nel novembre del 2024, del suicidio di un giovane carcerato a Cagliari che ha disposto da tempo la donazione dei propri organi e consentito così di salvare la vita a quattro persone malate. La speranza resiste perfino in condizioni estreme, come la malattia della amica di una collega che, sottoposta a chemioterapia, nei colloqui telefonici non vuole far affiorare «che ridotto è lo spazio alla speranza» e le chiede di scrivere qualche riga per ricordarla.
Forse nessuna poesia meglio di Le foto di Sara rappresenta la fragilità umana e al contempo la capacità della luce di filtrare e perdurare proprio nelle dolorose crepe di una vita che si spegne giovane: della ragazza, morta prematuramente, restano alcuni post e foto sulla sua pagina Facebook, tra ricordi di canzoni, persone, incontri.
Meno che mai sbiadiscono le foto
da cui sempre si irradia la tua luce
(ti ha dato, del resto, alla luce Lucia).
Le tracce lasciate sul network dalla ragazza sono una «scia» luminosa che perdura, come la scia musicale che le sue «mani armoniose» lasciavano aleggiare nel mondo, quando suonava il pianoforte.
Scie di luce, arcobaleni intravisti tra i campi (ancora in Attimi di Natale) o che si augura a qualche amica di poter finalmente avere nella propria vita (Inviando a un’amica la precedente poesia), l’arcobaleno doppio, «quasi innesto di un altro spaziotempo» (Quei che dipinge lì), le stesse nuvole descritte nelle poesie lette ai reclusi in carcere (Carcere e nuvole), oppure il grande girasole alto tre metri cresciuto nel cortile della prigione (Quasi una domandina) sono tutti segnali provvisori, temporaneo sollievo nello sprofondare del tempo e della vita.
La salvezza principale però, come per ogni poeta, è la poesia stessa, unica costruzione capace di dare conforto, anche breve, di garantire durata, trasportando in una dimensione differente la vita dei singoli: essa consente un ricordo anche a chi non ha avuto la ventura di nascere, come i versi di Non essere, dedicati al bambino di otto mesi improvvisamente morto nel grembo della madre; sembra che i versi siano un risarcimento a quella vita fallita all’ultimo istante, che assicurino ancora lo spazio di un ricordo anche quando si attenuerà la memoria e l’affetto della madre:
Come e quanto verrai tu ricordato
e da quanti e per quanto…
È alla poesia che l’autore si rivolge, augurandosi che diventi strumento di comunicazione attraverso le generazioni e affidandole il compito di attenuare gli eventi dolorosi della vita: il poeta e traduttore di Catullo Enzo Mazza, invitato dall’autore a una lezione ai propri alunni, dichiara (e da poeta lo fa in versi) di non aver nulla da dire ed esita ad accettare l’invito, ritenendosi inadeguato maestro ormai incapace di essere ascoltato; lo stesso Fo lo incoraggia ad un breve incontro, in cui discutere di poesia e di vita, anche rievocando la dolorosa morte del figlio di Mazza, e questo perché è nella parola che le generazioni si incontrano:
Parlaci di Catullo e di Virgilio,
come li hai letti, rivissuti e fusi
nei versi che racchiudono tuo figlio
e i tuoi ragazzi qui leggono e ammirano.
È la poesia che può dare più ampio respiro alla trappola dei giorni umani contati nel Tempo che, come un carcere, racchiude le persone: due autori di epoche lontane, che non hanno condiviso la fede in Dio, ma solo quella nella poesia, Claudio Rutilio Namaziano e Angelo Maria Ripellino, entrambi cari all’autore, saranno forse contenti, come si dice in Traslochi (e auguri)
Di aver contato e di contare ancora
tanto nel cuore di una persona viva.
Alessandro Fo giunge ad augurarsi di condividere con essi la possibilità di durare nel tempo, magari presso qualche filologo stravagante, anche al di là di ogni giudizio di valore sulla propria opera, e addirittura di essere accomunato a loro in un falso necrologio comune, costruito apposta per poterlo spiare ancora vivo.
Il mancato riconoscimento della propria opera poetica è motivo di rammarico, o di scherzosa ironia con altri amici (Scambi), coi quali discutere di critici poco accorti, “pronti/ a trattare i versi come hamburger», dalla vista corta e dalla scarsa onestà, propensi a favorire gli amici ma estranei al fascino di una poesia umile e sincera, ai quali bisogna appunto resistere sopravvivendo nelle crepe del mondo.
Mentre, con allusione oraziana, Fo si descrive impegnato a «tirar su il mio ‘monumento’/ più precario di cenere» (Sgomberi), è nella poesia finale, Eclissandomi, again (chi e cosa conta) che egli esprime la sua fede e riconoscenza a quei poeti che, ignorati dalla critica ufficiale o sminuiti nei loro versi, hanno invece «contato» per lui, elencando gli autori che
Alla mia vita han fatto compagnia,
le han dato un senso.
E so che per qualcuno
(pochi? Che importa?) anche il poco che ho scritto
ha dato luce e senso a qualche istante,
ha fatto sì che vi si ritrovasse
con commozione una vita fra tante…
Possiamo avvertire, in questi ultimi versi, forse un richiamo a quel vivere immerso nella vita di tutti che ha percorso la poesia di Saba, al suo desiderio «d’essere come tutti/ gli uomini di tutti/ i giorni», di essere «fra gli uomini /un uomo» (Il borgo); ad essa Fo è accomunato non solo da tali dichiarazioni di intenti, ma anche dalla costante attenzione per la vita quotidiana e cittadina fatta di incontri molteplici, di persone comuni sfiorate nelle vie, quasi a costituirne il collage nella propria opera, e inoltre da una predisposizione narrativa, non declamatoria o decorativa, che contrassegna il suo modo espressivo: attraverso la descrizione, il racconto della vita anche Fo, come Saba, coltiva la sua «serena disperazione» o, per dirla con le parole di Ulisse, «della vita il doloroso amore».
Rossana Levati






Commenti