Nota a "Il passero bianco" di Sofia Fiorini
- Alessandro Pertosa

- 29 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Il passero bianco di Sofia Fiorini (Vallecchi 2025) si presenta come un itinerario iniziatico in cui la protagonista attraversa una soglia tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra appartenenza e sradicamento, tra corpo e metamorfosi.
Dal punto di vista strutturale, l’opera è organizzata in sequenze brevi e autonome che tuttavia concorrono a formare un racconto continuo. L’andamento richiama la tradizione del poemetto contemporaneo più che quella della raccolta lirica frammentaria. Ogni testo rappresenta una stazione di un percorso governato da una logica simbolica precisa: il giardino, il bosco, il fiume, il lago, le figure animali e le creature liminari diventano elementi di un sistema coerente di immagini che si ripresentano e si trasformano lungo l’intero libro.
Uno degli aspetti più rilevanti è il rapporto tra mito e autobiografia. Fiorini utilizza materiali provenienti dalla fiaba, dal folklore e dall’immaginario religioso senza trattarli come semplici riferimenti colti. Le Genti Beate, il gatto sapiente, il passero bianco, l’uomo-cervo, la discesa nel bosco e il ritorno finale costituiscono figure archetipiche che vengono assorbite all’interno di un’esperienza esistenziale concreta. La poesia non procede quindi per allegoria chiusa, ma per continua oscillazione tra realtà vissuta e dimensione simbolica.
Sul piano filosofico, il tema centrale non è la morte in senso negativo, bensì la condizione di confine. La protagonista vive costantemente una tensione tra due appartenenze impossibili: non può essere completamente assimilata alle creature del bosco, ma non riesce più nemmeno a identificarsi con il mondo umano. La domanda fondamentale del libro riguarda quindi l’identità. Essere vivi significa abitare il mutamento, accettare il limite del corpo e della memoria. Non a caso il percorso culmina nell’accettazione della propria condizione mortale e individuale, espressa attraverso il recupero del nome, delle ossa e della capacità di vivere nel tempo.
Particolarmente interessante è il modo in cui il corpo viene rappresentato. Mentre le creature del bosco sembrano sottratte alla materialità, la protagonista resta legata alla carne, al sangue, alla fame, al dolore. Il sangue mestruale, la fatica fisica, le ossa e le viscere costituiscono un lessico corporeo insistito che impedisce qualsiasi spiritualizzazione astratta dell’esperienza. La conoscenza passa attraverso la vulnerabilità biologica e non attraverso il suo superamento.
Dal punto di vista stilistico, Fiorini adotta un verso libero estremamente controllato. La lingua appare limpida e accessibile, ma è sostenuta da una fitta rete di richiami culturali che spaziano dalla fiaba europea alle tradizioni mitiche del Mediterraneo, fino alla poesia moderna. Il tono evita sia il colloquialismo sia l’oscurità programmatica. L’effetto nasce dalla precisione delle immagini e dalla loro capacità di stratificare significati senza rinunciare alla leggibilità.
Un altro elemento tecnico significativo è la gestione della voce poetica. Il testo alterna racconto, dialogo e invocazione. Le parole del gatto, delle Genti Beate e delle altre figure funzionano come controcanti che interrompono il monologo e trasformano il poemetto in una sorta di dramma interiore. Questo dispositivo consente alla riflessione filosofica di emergere indirettamente, attraverso le azioni e le immagini, senza mai assumere la forma del discorso teorico.
Il passero bianco è un’opera che coniuga rigore formale e profondità simbolica. Il suo interesse non risiede tanto nell’originalità dei singoli motivi mitici, quanto nella capacità di organizzarli in una struttura narrativa coerente e in una meditazione sulla vita come esperienza di transito.
La raccolta mostra una notevole maturità compositiva e costruisce un immaginario compatto, nel quale il tema della soglia diventa una riflessione sul rapporto tra memoria, corpo e trasformazione.

Dietro la casa, dietro le siepi
e le ombre dell’usato giardino
sta quel che resta di queste ossa.
Quattro pali – le assi
il ricordo di un tetto, mausoleo
sgraziato di ragazza.
Solo la porta resta
chiusa con la spranga
né reggia né splendida tomba –
solo un telo di plastica
che ha perso la sua trasparenza.
Guardiamo la porta
passiamo oltre il campo,
oltre le messi di cipolla,
molto più lontano…
al bosco, alla grotta!
La bambina che qui c’era è morta.
*
La fame non ha niente
a che vedere con il corpo.
Infatti anche loro
dovevano mangiare.
Cacciavano piccoli uccelli
senz’armi, li incantavano
con la voce.
Ma io ero affamata
mortalmente di altro pane.
*
Un’altra cosa che succede
è che a volte ti levano le viscere – non tutte,
quelle che puoi togliere
e continuare a vivere.
Toglietemi tutto sorelle
e datelo in pasto alle trote –
a me non serve
che quest’arpa di ebano molle
come le panche
intenerite dalle piogge –
quest’arpa, signore,
è l’unica cosa in fiore.

Sofia Fiorini (Rimini, 1995) ha pubblicato in poesia La logica del merito (Interno Poesia, 2017 e 2023), La perla di Minerva (La Noce d’Oro, 2023), Il passero bianco (Vallecchi, 2025). Ha tradotto l’antologia italiana delle poesie di Ralph Waldo Emerson Il cervello di fuoco (La Noce d’Oro, 2022). Ha collaborato a curare l’antologia Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento (Vallecchi, 2023).




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