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Nota di lettura a "L'arte di legare le persone" di Paolo Milone

  • Immagine del redattore: Alessia Bettin
    Alessia Bettin
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Cosa fa la Psichiatria d’urgenza? Paolo Milone – psichiatra per oltre quarant’anni, prima in un Centro di salute mentale e poi in un Reparto di psichiatria d’urgenza – ce lo racconta nella sua interessante opera d’esordio L’arte di legare le persone (Einaudi, 2021): salva la gente perduta, andando a recuperarla come in un incendio o dispersa in alto mare. Come lo fa? Combinando scienza e “improvvisazione”, perché in psichiatria d’urgenza ogni situazione è una storia a sé. Distanti da un approccio psicoanalitico o psicologico, le misure di emergenza nelle crisi psichiatriche acute non possono permettersi il lusso di salvare con le parole, ci dice Milone: «I miei pazienti non parlano dei loro sogni notturni, ci vivono / dentro. / Io non cerco interpretazioni: ho bisogno di una corda per / tirarli fuori». In questa prospettiva, «in Psichiatria d’urgenza, se vuoi capire il paziente, devi avere un corpo a corpo» con la sofferenza delle persone, fatto anche di violenza fisica e follia. È un dolore «inutile», quello delle crisi psichiatriche acute, che non coincide con la paura della malattia fisica e della morte né con la perdita della speranza, ma con l’esperienza dello smarrimento di sé. È un dolore che «non insegna, non rigenera, non rinnova», non finisce per guarigione né per necrosi o amputazione, non porta crescita né insegna nulla, ma rimane soltanto un dolore di prigione e di morte, destinato a non finire mai. Perché «da una crisi psicologica si esce spesso con una visione più / matura di se stessi e del mondo. / Da una crisi psichiatrica non si ricava nulla. Ma talvolta accade.».

Nella struttura per frammenti e nell’originale impasto di registri clinici e poetici, L’arte di legare le persone supera i confini del tradizionale memoir professionale per diventare un’opera di testimonianza sulla malattia mentale, tangente alla poesia. Milone orchestra una successione di episodi, osservazioni e ritratti di pazienti che confluiscono in una scrittura nuda e realista, capace di coniugare precisione descrittiva e forza evocativa. «Gli animali feriti si nascondono in una tana e si leccano le ferite: / Psichiatria è una tana» scrive l’autore. Questa immagine simbolizza l’esplorazione di un luogo liminare, dove si incontrano dolore, fragilità e possibilità di cura. Qui arrivano pazienti travolti da crisi acute, che l’intervento della psichiatria d’urgenza tenta di tenere insieme attraverso misure estreme come il corpo a corpo della “contenzione” (la pratica di legare i pazienti al letto), e poi dai farmaci, il «ciuccio che mette tutti a nanna», che fa calare il silenzio sulle urla e il pianto muto. Nella psichiatria d’urgenza, scrive Milone «Il vero discrimine è non abbandonare il paziente» al dolore impoetico, sequestratore, infertile, della malattia mentale, della depressione, del delirio, dell’ansia o della dipendenza, che fanno perdere se stessi, fino a non ricordare nemmeno il proprio nome, da dove si viene, né cosa sia accaduto. L’arte di legare le persone descrive in maniera nuda, gentile e ironica, quel gesto del «riunire frammenti, rimettere insieme mente e corpo riunificare la persona, / come un gesso rinsalda le ossa. / Far di pezzi, uno».

Nel corso degli anni, specifica l’autore nella nota finale del libro, sono cambiate le linee guida, i farmaci, e l’utilizzo della contenzione si è drasticamente ridotto. Milone non si ritiene un nostalgico della vecchia Psichiatria, ciò che gli interessa è il risultato della cura: ovvero fare una «buona Psichiatria» che non abbandoni il paziente. È in questa prospettiva pragmatica, che affronta anche il tema controverso della contenzione, rispondendo a chi lo pone davanti alla “violenza” del “legare le persone” nelle situazioni estreme:

«Mi chiedo: è meglio essere legati al letto o essere mandati in coma farmacologico? / Io legando il paziente al letto, in cinque minuti metto tutto / in sicurezza / e posso usare bassi dosaggi di farmaci con assai meno rischi. / Il paziente resta vigile e posso parlargli, rassicurarlo e chiedere / informazioni. / Ma ogni psichiatra fa quello che sa e può. / Di fronte a un paziente agitato e confuso, ogni strada è sassosa.» La sua riflessione nasce dall’esperienza concreta dell’urgenza, dove la sofferenza psichica rischia di travolgere tanto chi la vive quanto chi cerca di contenerla. «Dopo ore di convincimenti inutili, invece, / la follia non fa che dilagare, / passa dal paziente a te, invade le stanze […] Bastano due minuti per capire se un paziente è convincibile / o no, / e se non è convincibile, perché andare avanti a nuotare ore / controcorrente nella follia?». Pur riconoscendo che questa posizione deriva dalla propria formazione – «vengo da una scuola di legatori, posso sbagliare» –, Milone invita a riflettere sulla necessità di bilanciare principi, sicurezza e cura, senza perdere di vista la responsabilità clinica e umana verso il paziente, affermando che, dopo tanti anni di esperienza, l’unico vero problema del legare al letto sia il saperlo fare bene.

L’arte di legare le persone è anche una galleria di volti e storie di pazienti che attraversano il reparto 77 come apparizioni improvvise. Schizofrenici, anoressiche, tossicodipendenti, maniaci sessuali, suicidi, sopravvissuti alla corda, alla pistola o ai farmaci letali, paranoici, depressi, malati di Alzheimer, euforici, ansiosi, isterici, dementi, violenti: la varietà dei pazienti restituisce al lettore la sensazione di entrare in un mondo normalmente invisibile, osservato senza filtri retorici né sentimentalismi. Milone non indulge nel politically correct e non cerca di addolcire la realtà, se non con un delicato utilizzo dell’ironia; parla da medico che ha trascorso decenni a confrontarsi con la sofferenza mentale nelle sue forme più estreme. Tra le pagine emergono brevi ritratti che condensano intere esistenze, mondi che dialogano, aneddoti, talvolta divertenti, che raccontano il Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) «un’operazione di tipo militare», inseguimenti di pazienti per le vie di Genova in zoccoli sanitari e con il camice svolazzante. È questo uno degli aspetti più riusciti della scrittura di Milone: la capacità di unire osservazione clinica e intensità poetica, facendo convivere la precisione descrittiva del medico con lo sguardo del narratore.

Per questo l’opera produce un effetto singolare. Si ha l’impressione di trovarsi davanti alla chiarezza argomentativa di un saggio, i frammenti di vita vissuta di un diario, ma ci si scopre immersi in una molteplicità di storie che si intrecciano come in un reportage. La scrittura procede per immagini, episodi e incontri, esplorando un dolore umanissimo che lascia troppi interrogativi aperti e non insegna niente, ma vale la pena di essere raccontato; costruisce allo stesso tempo una riflessione coerente sulla cura psichiatrica che rappresenta un modo di fare il bene aiutando i malati a tornare a se stessi: «Il bene e il male che facciamo a un’altra persona si riverbera / e si propaga in mille modi / tra i suoi parenti, amici e conoscenti / e, nel tempo, si trasmette a tutti i discendenti. / Sarà qualcosa di infinitesimo, un movimento atomico, / un’ombra, un fremito, ma esiste e si diffonde nell’universo. / Vedi, Giulia, noi contribuiamo a migliorare o peggiorare / l’universo, / e, su questo, abbiamo una responsabilità.».


Paolo Milone L'arte di legare le persone
Einaudi Alma Poesia


Giulia, i nostri pazienti non sono una matassa da sbrogliare,

sono sacchi sfondati e rattoppati mille volte.

Quello che hai trovato non è il filo d’oro, l’impronta del

passato:

è solo un difetto.


*


L’arte di legare le persone,

Legare le persone al letto.

Legare le persone a te.

Legare le persone alla realtà.

Legare le persone a se stesse.

Legare le persone è un’arte.

Inconoscibile.


*


Chiara, tu ti senti sola.

È agosto, la vallata è tutta in amore.

Non serve a nulla chiudere gli occhi, turarti il naso,

tapparti le orecchie. Abbagliante è l’estate.

Non sai dove andare.

La voglia di vita del mondo ti uccide.


*


Giulia, non seminare la parola sulla terra arida,

nella stagione sbagliata

o quando il campo è volato dai corvi.

Conserva la parola per quando la terra è umida,

la stagione propizia e i corvi lontani.


*


Poetico è il mal d’amore, il rimpianto, il lutto,

poetico è il dolore tragico che trova ragione, vendetta, riscatto

impoetico è questo dolore, monotono, lento, insaziabile,

sequestratore.

Poetica è la nostalgia, impoetica la depressione.

Poetica è la fantasia, impoetico il delirio.

Poetico è il timore, impoetica l’ansia.

Poetico il desiderio, impoetica la dipendenza.

La poesia non frequenta la Psichiatria, si ferma sulla soglia.


Dove non entra la vanga della poesia, zolle dure, secche,

infertili e fredde.

Noi ci occupiamo del dolore impoetico.


*


Marcello, la parola è impotente in Psichiatria.


Per i dementi e i confusi la parola è solo suono

è un’eco, di un’eco, di un’eco,

un riflesso, di un riflesso, di un riflesso,

un sogno, di un sogno, di un sogno.

Per gli schizofrenici la parola significa tutto e niente,

significa una cosa e il suo contrario.

Per i depressi la parola è condanna.

Per gli euforici solo gioco.

Per i caratteriali, una minaccia.

Per i nevrotici è una lama tagliente.

La parola non è luce che scaccia i fantasmi della notte,

non è legna da conservare per il freddo inverno,

non è cibo da tenere in dispensa,

non è ninnananna che rincuora.


La parola è paglia.


*


Sono passati tre anni e io sento ancora la tua mancanza,

Lucrezia.

Ogni volta che sono nelle peste,

e mille aspre ragioni mi tirano da parti opposte,

io cerco invano intorno i tuoi occhi chiari.


*


Temi che le medicine si impossessino della tua mente e per

questo le rifiuti.

Sbagli, Livia: è la depressione che si impossessa della mente,

le medicine restituiscono la chiave al proprietario.


*


Non cercare la consapevolezza totale di esistere:

ognuno vive nella nebbia più o meno fitta.

Scegli il tuo posto sul pendio, e tira su una casa.


*


Marzia, sei eternamente in uno stato nascente.

Hai un eccitamento a fior di pelle, sei sempre in procinto

di fare qualcosa di elettrizzante,

ti aggiusti i capelli, ti cambi il vestito, cerchi le scarpe nuove

per correre chissà dove.

Sempre il fiatone, sempre il trucco sugli occhi, sempre con

i tacchi che ti fanno male.

Marzia, sempre in uno stato nascente e non nasce mai niente.


Paolo Milone Alma Poesia

Paolo Milone, psichiatra, è nato a Genova nel 1954. Ha lavorato in un Centro di Salute Mentale e poi in un reparto ospedaliero di Psichiatria d’urgenza. Per Einaudi ha pubblicato anche Astenersi Principianti (2023).

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