Le Giovani Interviste: Diletta D'Angelo
- Daniele Giustolisi

- 17 giu
- Tempo di lettura: 7 min
Prosegue con Diletta D'Angelo lo spazio "Le Giovani Interviste di Alma" dedicato alla messa a fuoco del pensiero e della poetica di giovani autrici e autori talentuosi.
Dallo scorso appuntamento e per i prossimi quattro, saranno dedicate alle poetesse e ai poeti inclusi nel Diciassettesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2025).

Nella prefazione a Mind-Wandering (fenomeno cognitivo traducibile come “mente che vaga” mentre si sta facendo tutt’altro), Carmen Gallo evidenzia, giustamente, la centralità della memoria nel tuo testo. In particolare, con un taglio quasi poematico, e l’ausilio di fotografie di famiglia e non, ritorni diverse volte ad alcune scene della tua infanzia/adolescenza, ad alcuni momenti della tua vita familiare. Tra «riti personali per rendere accettabili i giorni» e «buchi alle pareti per nascondere i vecchi crolli», sembri voler ritrovare nel passato qualcosa che chiarisca, orienti o risignifichi il presente. Ma non c’è alcuna garanzia: «la memoria non è la verità» (o forse ne è un’altra versione?) e dominano istinti perduti, ricordi dimenticati. Nel lavoro di scrittura e architettura del libro, come hai tentato di far “lavorare” poeticamente la memoria?
Partendo dal presupposto che ho sempre considerato, da lettrice prima e da autrice poi, ogni libro come un atto di finzione, di montaggio e costruzione di una realtà altra (direi di un'altra memoria, per rispondere alla tua domanda), devo ammettere che, negli ultimi tempi, mi sono interrogata spesso sulla possibilità che la poesia abbia la capacità di leggerci dentro ancora prima che possiamo farlo noi stessi, che sappia, in qualche modo prima di noi che ci facciamo mezzo, strumento, certamente fondamentale, ma pur sempre secondario. Per questo motivo direi, se di "lavoro" vogliamo parlare, che mi sono limitata a raccogliere e mettere insieme qualche "lampo", qualche tassello di memoria (visiva, tattile, uditiva...) e a sollecitare ciò che forse era solo sedimentato, apparentemente assopito sul fondo, per aumentare la frequenza delle apparizioni e spingere qualche verso. Al solito, a questo fine, sono stati utili film, concerti, letture, viaggi, momenti di regolarissima e travagliata vita quotidiana (propria e altrui), sedute di psicoterapia, chiacchierate con amici di tutte le età (specialmente bambini e anziani). Insomma, di questo "lavoro poetico della memoria" hanno scritto a fiumi (e senza dubbio meglio di me) modernisti (e non solo) e rispettivi critici e io ho ben poco da aggiungere, se non che di grande aiuto all'affiorare di immagini, nel mio caso, è stata anche una buona dose di ossessività e di abitudine del pensiero al ricorrere e rincorrersi.
«Finisci che impari a vivere a occhi aperti nel buio»/«Cerchi il buio disperatamente a occhi aperti per non provare più male, diventi buio, speri di sparire». Come sembrano suggerire questi versi, ho la sensazione che nel testo il buio non sia soltanto il luogo dal quale tirare fuori/illuminare qualcosa (appunto, la memoria?), ma anche luogo in cui, misteriosamente, ritornare, stare: come alternativa al presente? Alla fine dell’opera, dai definizioni tecnicamente (e scientificamente) molto precise di Mind-Wandering. Ma, ecco, su un piano più esistenziale che implicazioni riconosci a questo fenomeno nella tua esperienza? Come interpretarlo alla luce di questi testi?
A proposito di pensieri ricorrenti, un altro argomento di conversazione recente è stato il prendere atto che la realtà della vita, quella più oggettiva, sterile e quotidiana che nessuno ti ha mai raccontato, quella che proprio non ti aspettavi, è insopportabile. E forse per questo motivo fruire, raccontarci e raccontare storie attraverso le più svariate forme d'arte (e non), ha per me (e non solo) ancora tanta importanza. Quando l'alternativa al presente è il buio persistente, l'assenza totale di sensazione, il silenzio sordo, il buco nero di un baule-bara diventato confortevole, il lampo della letteratura, del cinema, di una galleria... sono l'alternativa all'alternativa stessa, la possibilità di un'altra narrazione delle cose. Due modi forse, l'oscurità-abisso e l'arte, vicini, in qualche modo simili, nel non lasciarsi svuotare dal presente, nel non piegarsi al reale.
In alcune poesie ritorni alla “bambina” che eri. Il tema dell’infanzia “femminile”, se così possiamo dire, rappresenta, negli ultimi anni, un territorio di ricerca per diverse poetesse affini o poco distanti alla tua generazione. In questa tua stessa opera, appunto, l’infanzia diventa portatrice di segni, dolori, domande, di cui il corpo si fa principale testimone. Ti chiedo se e in che modo, nella tua esperienza, la poesia “agisce” rispetto a quell’età per certi aspetti mitica. Su un piano più generale, invece, ti chiedo, limitandoci alla ricerca poetica, se ravvedi, effettivamente, un’inedita centralità del “femminile”, e se sì, che lettura ne dai?
Lo sguardo con cui vivo, agisco e guardo al mondo circostante è, per forza di cose, uno sguardo femminile e credo che già questo dica tanto della mia poesia e del mio posizionamento inevitabile. Senza dubbio, però, al mio, nel tempo, si sono sommati altri sguardi con cui condivido la medesima visione del mondo, lo stesso posizionamento, e che hanno contribuito e contribuiscono a rendere questo sguardo incontaminato e vigile. Insieme alla veglia, però, devo ammettere che, negli ultimi due anni circa, è arrivato anche il risveglio, la consapevolezza che il pensiero magico che da un po' mi aiuta a sopportare la realtà è un pensiero di bambina e che questa bambina è bene recuperarla. Dico questo perché spesso, lavorando soprattutto con preadolescenti e adolescenti, mi sono chiesta come mai (tra i banchi di scuola e non) l'infanzia venisse tanto denigrata, vista come un punto di debolezza, qualcosa da superare (troppo) velocemente. Molti di noi (e, purtroppo, di loro) hanno dovuto dimenticare che si può correre a perdifiato per il solo divertimento di farlo, che si possono (oserei si devono) usare anche le mani per imparare (e a tutte le età), hanno (e abbiamo) dovuto reprimere e dimenticare l'importanza di sporcarsi e di giocare: possiamo dire di saper ancora organizzare un gioco e di saperlo spiegare? E di saper partecipare sena filtri superando ogni senso di vergogna? Insomma, da qualche tempo ho deciso che, prima che diventare adulti, è bene non perdere il contatto con il proprio bambino interiore, che bisogna ricordarsi dell'infanzia, ricostruirla dove è mancata, dare (e darci) la possibilità di continuare a viverla e, forse, prima di me, lo ha sempre saputo la mia poesia.
Vorrei spostare la conversazione sul discorso relativo a poesia e Rete, di cui Alma è attenta a raccogliere testimonianze. Sappiamo che il dibattito attuale si muove passando da una posizione all’altra, riassumibili in “la Rete sta rovinando la poesia” oppure “la Rete salverà la poesia”. In questa dicotomia, semplificatrice e banalizzante di un fenomeno ben più complesso, si intravede, però, una realtà indiscutibile e cioè che i nuovi linguaggi della Rete hanno avuto un impatto rilevante su quelli poetici, in termini di comunicazione, diffusione e, forse, anche su forme e contenuti. Qual è la tua posizione a riguardo? Come vedi il futuro della poesia in relazione alle sue interconnessioni con il Web?
Non saprei dire, sinceramente. Temo solo che a "rovinare la poesia" sia ben altro, e che vada oltre questi discorsi: Web o fuori dal Web, le reti oscure in cui cadere sono ben altre, tutte umane, chiaramente, ma nell'accezione peggiore che si possa dare a questo termine.
Ti chiedo di scegliere da Mind-Wandering tre testi e di riportarli qui per le lettrici e i lettori di Alma.
Di notte non riuscivo a dormire e provavo con piccoli riti, ninnoli da toccare per far ciondolare
una minuscola lanterna, il tentativo di percepire
ogni singola parte del corpo che sprofonda, di contare animali saltare
lo steccato, ma i conti si intrecciavano, le pecore andavano troppo veloci, si mischiavano
perdevo il conto e ricominciavo da capo con l’occhio sempre più sveglio.
Mi leggevano MollyMoon, la storia di una ragazzina che con un fazzoletto inamidato si taglia
un occhio e bendata balla in un costume da polpo con un cane, il suo unico amico.
Molly è orfana, in biblioteca trova un libro sull'ipnotismo, lo usa per migliorare la sua vita.
La copertina era argentata, se la muovevi potevi vederci delle spirali ondeggiare. Di notte
spalanco ancora gli occhi nel buio, ancora sembra fatto di stelline colorate. A volte gioco
a sgranarci gli occhi, lo faccio anche di giorno, voglio vedere quanto si avvicinano.
*
La memoria non è la verità, soprattutto quando tutti ti mentono. Ricordo me piccolina sul sedile posteriore dell’auto, mio padre e mia madre davanti, la notte ci abbraccia, ho gli occhi chiusi per sentirli parlare. Mi accorgo che la strada non è quella giusta, non è quella di sempre che porta a casa. Con gli occhi chiusi lo vedo, lo sento per un istinto che negli anni ho dimenticato.
*
Finisce che impari a vivere a occhi aperti nel buio. Che il buio è intermittente, che le stelline esplodono per diffrazione, che il buio è fisso e può convivere con la luce. Che mescoli il buio con la luce, la luce con il buio, che luna o l’altra ti invade, che lo può fare allo stesso modo, che nulla può essere luce in luoghi oscuri, quando ogni altra luce si spegne e i momenti di cecità si susseguono, aumenta la frequenza dello scambio, l’incapacità di distinguere, di non provare dolore anche quando si è a contatto con il bene. Cerchi il buio disperatamente a occhi aperti per non provare più male, diventi buio, speri di sparire.

Diletta D’Angelo (Pescara, 1997), vive e insegna a Bologna. Nel 2019 viene selezionata come autrice emergente per RicercaBO - Laboratorio di nuove scritture. Nel 2021 vince il premio Esordi di Pordenonelegge e collabora con la casa editrice Industria & Letteratura. Nel 2022 vince il premio Ritratti di Poesia.si stampi e pubblica “Defrost” (Interno Poesia), suo libro d’esordio, vincitore, nel 2023, dei premi Camaiore Opera Prima, Camaiore SIAE under 35 e Poeti di vent’anni di Pordenonelegge. Alcuni testi da Defrost sono stati tradotti in greco e spagnolo per delle riviste online e in portoghese da Prisca Agustoni per la collezione “La corte” pubblicata in Brasile dalla casa editrice Macondo Ediciones. È fondatrice e vicepresidente dell’associazione Lo Spazio Letterario di Bologna.




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