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"Le Contaminazioni di Alma": poesia e autismo

  • Immagine del redattore: Giuseppe Cavaleri
    Giuseppe Cavaleri
  • 6 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

Uno «sguardo che non conosce i giorni[1]»: poesia e autismo


Non sono molti i libri di poesia che parlano di disabilità. Per pudore, ignoranza, o più semplicemente per mancata esperienza diretta. O anche perché non sempre chi vive una disabilità ha voglia (o può) tradurre creativamente la propria visione del mondo. Molte di più sono invece le poesie dove si parla dell’essere genitori, del diventarlo e degli stravolgimenti che tutto questo comporta.

Umberto Piersanti con Jacopo, uscito per Interno poesia a fine dicembre del 2025, raccoglie entrambe le istanze. Quella dell’essere padre, testimone e creatore di una vita che via via diventa grande e più forte di chi l’ha data, e quella del camminare accanto a una persona affetta da autismo in forma grave, il figlio appunto, rinchiuso in una solitudine che ha la forma del castello «il più lontano e sperso, senza fate».

Dalla poesia Muta il mio tempo cambia la vicenda dedicata al figlio che all’epoca doveva nascere fino alle ultime prose e a poesie inedite, il libro raccoglie testi di Piersanti scritti nell’arco di un quarantennio già presenti in raccolte precedenti, ma che qui adesso vengono riproposti in maniera cronologicamente lineare, una testimonianza e un atto d’amore allo stesso tempo. Leggendo infatti si percorre un vero e proprio viaggio: quello della paternità, che intreccia via via altri temi chiave della poetica di Piersanti, come il valore identitario dei ricordi e l’adagio classico del tempus fugit. Partendo sempre da un paesaggio, quasi sempre quello marchigiano e appenninico, che costituisce lo sfondo e il motore di una mitopoiesi personale dove il figlio corre come «un piccolo fauno» sotto lo sguardo ora amaro ora affettuoso di un «padre senza sapienza,/ senza conforto».

Assistiamo via via alla «crescita senza crescita» di Jacopo dalla prospettiva del padre, costretto a osservarlo e a sperimentare verso dopo verso la sua diversità, il suo differente modo di abitare e interpretare il mondo. Come nella poesia che s’intitola La giostra, per stessa ammissione del poeta[2] tra le più emblematiche, dove Jacopo si ritrova a girare solo in una giostra ormai antiquata che non cattura più l’attenzione di quelli che erano i suoi compagni di gioco. O in Sguardi dove a una televisione che “comunica” sfaceli e disastri dei nostri giorni, Jacopo risponde fissando la finestra e il poeta non sa «cosa vede /cosa fissa / non gli uomini e le cose» constatando pochi versi dopo « sono chiusi e sbarrati / tutti i sentieri».

Paola Severini Melograni in postfazione scrive che i disturbi dello spettro autistico interessano 700.000 famiglie in Italia. Sotto questo termine vengono racchiuse patologie anche diversissime tra loro che hanno in comune però quella di condizionare la vita di coloro che ne soffrono e di chi gli sta accanto.

A differenza di poeti che soffrono di questa disturbo e che ne scrivono come Birger Sellin o Tito Rajarshi Mukhopadhyay[3], con le poesie di Piersanti accogliamo il punto di vista del caregiver , ovvero di colui o colei che fa i conti ogni giorno con questa alterità, costretto a ridefinire ogni giorno i paradigmi della neuro-tipicità.

 «Mi ha dato la consapevolezza della fragilità umana e la necessità di un amore imponderabile e gratuito»[4] nell’intervista già citata prima, cosi il poeta di Urbino non cede dunque alla possibilità di una “liberazione” tramite la scrittura, ma rende visibili le barriere, le difficoltà quotidiane, rielaborando senza retorica il rapporto con un figlio che «abita una contrada / senza erbe e fiori».


Umberto Piersanti Jacopo Alma Poesia Copertina Interno Poesia

 

Muta il mio tempo cambia la vicenda


[…]

Oggi m’inquieta il tempo che m’attende

le sue opere e i giorni che non vissi

che non conosco e trovo per la strada

di questa età di mezzo già sgomenta

che senza consultarmi mutò il corso

 

questa vicenda lunga come la vita

forse cambia chi viene e non conosco

io nell’attesa sono come sempre

in giro sui miei colli nella cerchia

e poi vado lontano e qui ritorno

 

Gennaio 1986

 

La giostra


ah, quella giostra antica

nella ressa di scooter

di ragazze vocianti, luminose

dentro jeans stretti

e falsotrasandati,

dei fuoristrada rossi

sul lungomare,

escono da ogni porta,

da ogni strada,

straripano nell’aria che già avvampa,

è l’ora che precede

dolce la sera

ma nessuno che salga

sui cavalli, di legno

coi pennacchi e quella tromba

gialla, come nel libro

di letture, la musica

distante e incantata,

quella che rese altri

le zucche e i rospi


[…]


Jacopo che tra gli altri

passa, senza guardare,

dondola il grande corpo

e li sovrasta,

abbracciò un cavallo

e poi pendeva

dopo riuscì ad alzarsi,

rise forte

figlio che giri solo

nella giostra,

quegli altri la rifiutano

così antica e lenta,

ma il padre t’aspetta,

sgomento ed appartato

dietro il tronco,

che il tuo sorriso mite

t’accompagni

nel cerchio della giostra,

nella zattera dove stai

senza compagni


Marzo 2001


Il disegno di Jacopo


ma quell’uva, Jacopo

così tonda e perfetta

che in altre stanze

con l’aiuto di altri

hai disegnato,

il tuo dono gentile

alla nostra casa,

è come quella alle pareti

appesa delle mie antiche

elementari, quelle dalle

pareti rosse e le finestre

aperte verso il mare

di Pesaro lontano,

e c’erano anche mele

e pere, anche loro

tutte tonde e perfette,

no, i pittori non le

sanno fare,

uva, mele e pere

hanno lo stesso odore

bagnato e chiaro,

le puoi subito

cogliere e mangiare

come tra i meli e le viti

di Camorciano


tu, sei rimasto fanciullo

per l’eterno,

il tempo che scorre

non ti riguarda

e inquieta,

quel tempo

che tuo padre tormenta

e addolora,

il tuo eterno presente

solo ti risarcisce


Novembre 2022


[1] Jacopo, Umberto Piersanti, Interno poesia, 2025, p.127

 

 


 

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