"Diciassettesimo Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea": un viaggio nel sacrificio. A cura di Luca Lazzarini
- Alessandra Corbetta

- 23 ore fa
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Il Diciassettesimo Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea (Marcos y Marcos, 2025) ambisce a riunire alcune tra le più promettenti giovani voci del panorama poetico italiano. Nella premessa Franco Buffoni evidenzia il sacrificio come denominatore comune e un concetto essenziale per tutti i poeti. Senza scadere in visioni semplicistiche che vedono il sacrificio come caduta del poeta dall’Olimpo del letterato, il sacrificio del poeta sta nel vivere la vita senza armature e subirne ogni conseguenza. Seconda parte del sacrificio è lo scioglimento della propria esperienza attraverso la poesia.

Silvia Atzori, la prima tra i poeti selezionati seguendo l’ordine alfabetico, ha bisogno di un “movente” per scrivere, per citare la prefazione di Tommaso di Dio, e subito c’è il rimando al sacrificio nella sua prima forma. L’uccisione, anche simbolica, è un fenomeno che contraddistingue l’uomo da sempre e la poetessa parla di questo partendo dalla sua terra natia, la Sardegna. Questo fenomeno è messo in relazione con il linguaggio: il binomio parola-violenza sfocia nel rito e nel simbolo che trovano luce attraverso la poesia di Atzori. I tre capitoli di cui si compone lo spazio della poetessa riflettono su questo tema senza provare a sviscerarlo, ma interiorizzandolo senza giudizi. La lingua e lo stile supportano il contenuto, di per sé molto forte, rendendo la narrazione poesia.
Su battileddu
Ora la belva è stesa a terra.
Un grande bastone le si abbatte sulla schiena, pochi
centimetri più in là e avrebbe
fatto schiantare le vertebre anche all'uomo:
la maschera ormai non si distingue.
Presto incideranno la sacca e il sacrificio
si spargerà per terra.
L'oggetto inutile invera il suo destino, intanto
una cantilena di parole
in una lingua troppo antica.
Luca Ballati è il secondo poeta selezionato con I danni marginali, raccolta divisa in quattro sezioni, via via sempre più oniriche. La prima parla di piccoli reati, quasi simbolici, poi la scena si sposta in “Ginnasio” dove il centro è la vita liceale. Le ultime due sezioni sono fatte di immagini e di situazioni che si sviluppano in maniera sognante. I versi lunghi, il linguaggio colloquiale pieno di detti (“Con la moglie ubriaca volevi / la botte piena, di quelle / col vino buono.”) e la lunghezza variabile dei componimenti rispecchiano perfettamente un contenuto pieno di vita, sempre diverso ma radicato al territorio, soprattutto nei primi due capitoli; in questo la somiglianza con Atzori. Il sacrificio, anche qui, è ben presente: nella seconda sezione si parla una possibile bocciatura ad esempio, ma in tutto il testo i personaggi descritti non hanno vita facile. Alcuni testi sembrano ambientati a Genova e il bouquet di personaggi ricorda quelli di De André.
Bocciato
Dopo lungo bilancio infuocato dei meriti e dei demeriti
la decisione è
presa.
In ufficio i colleghi
sono passati per farle
le loro più sentite condoglianze.
Stefano Bottero, con Kisa, è il terzo poeta dell’antologia. Il titolo riprende una storia buddhista di una madre addolorata per la perdita del figlio. Di questa perdita le tracce sono presenti nel testo: tagli, ferite, lacerazioni sono gli indizi che Bottero utilizza per tratteggiare quello che vuole essere un poemetto destrutturato. Il tema della perdita viene esplorato in tutte le sue sfaccettature, dallo smarrimento dopo l’uscita dal grembo materno, al tema dell’identità, fino al più attuale, per i giovani poeti, problema della vita adulta. Questa ripresa dolorosa e costruttiva delle origini si inserisce nel filone dei due precedenti poeti. Bottero utilizza la pagina in tutto il suo spazio: le sue poesie sono frastagliate e piene di immagini enigmatiche, spesso alternate a stralci prosastici.
tra un fianco e l'altro
ignorare i segnali - la tua saliva dove
confonde. non continuare.
Misura d’aria di Ilaria Crocchini è la quarta raccolta. Il lavoro dell’autrice toscana è diviso in due sezioni, la prima esclusivamente ambientata in casa, mentre la seconda si affaccia al mondo, con la comparsa di altre figure umane o animali. La casa è l’ambiente di origine di ognuno e la difficoltà di uscirne può causare una sofferenza non indifferente, culminante nel sacrificio dell’azione: “In Crocchini tutto, o quasi, nasce all’insegna della poesia come cura di sé, come terapia della parola” scrive Stefano Dal Bianco nella prefazione. I versi sono lunghi e distesi e materializzano lo spunto da cui il componimento nasce.
Questo taglio di sole
perfetto nel suo essere una lancia che punta
il lenzuolo del letto e si ferma
poco prima della federa del cuscino,
questo taglio è come noi che
vibriamo poi cambiamo posizione e cresciamo
sulla piega che il lenzuolo fa del letto
perché tutto ruota e noi siamo parte del sistema.
Diletta D’Angelo, con Mind-Wandering, compone un poemetto di immagini oniriche, nate mentre, presumibilmente, la poetessa sta guidando. Esse emergono insieme a velati traumi o spunti meditativi. Le immagini sono importantissime: sono il punto di partenza dal quale emergono i ricordi ma spesso sono immagini di immagini che creano l’ambiente del componimento. Le tre sezioni trovano un riassunto negli ultimi componimenti in cui i tagli della sofferenza sommersa divengono palesi, senza essere spiegati, sfuggendo al lettore come “lampi”. L’oscurità del finale lascia una sensazione di incompiuto. I versi di D’Angelo sono molto lunghi; alcuni componimenti hanno un potere quasi ipnotico.
Dovevi chiamarti Futura come la canzone. Nessuno per due anni ha saputo
di te, quando ti portavano a casa. Eri la figlia di una sua amica, ti lasciava da me
perché doveva lavorare e guardavamo gli album con le foto.
Sfogliavo e tu lo indicavi, lo chiamavi
papino e non capivo, ti dicevo che sbagliavi.
L'ho scoperto così, in un pomeriggio qualunque, il primo tassello e poi diversi altri a ricostruire
quello che manca, mirror therapy per ingannare il dolore.
Sono uscita per la prima volta a tre anni, ho attraversato il paese
vestita da amazzone per Carnevale.
Le poesie di Marco Falchetti, riunite sotto il titolo La linea del ghiaccio, sono strettamente correlate alle origini dell’autore. Il paesaggio montano è infatti protagonista indiscusso e le immagini evocative trasportano il lettore sulle Alpi. La catena montuosa è vista come un mezzo per riscoprire le origini umane attraverso i resti ben conservati dei nostri antenati, a cui Falchetti dedica un apposito spazio. Il sacrificio è presente anche in quest’ultimo: la morte dell’uomo comune, che non passa alla Storia, esplorato nella prima poesia della sezione “Il rumore delle ossa” è esplicativa. L’ultimo verso riprende la poetica del giovane autore: custodire le proprie radici attraverso il racconto poetico.
Ammonite I
Noi veniamo dal grigio.
Noi veniamo dal viola.
Noi veniamo dal nero.
Siamo i volti dimenticati.
Siamo la voce senza volto
Siamo la storia senza gloria.
Sotterra o custodisci.
Giuseppe Nibali, con Esempi del Dominio è l’ultimo dei sette poeti presenti nell’antologia. Le poesie di Nibali hanno soggetti chiari e sono spesso pervase dalla violenza, sia negli oggetti-simbolo, sia nella parola “dura, corrosiva, capace di far male all’occorrenza”. L’angoscia e il sacrificio vano sono il risultato delle azioni violente messe in atto dai protagonisti delle poesie. Una componente presente ma implicita negli scritti è la terra nativa: la Sicilia. Gli scritti hanno una struttura fortemente prosastica.
Cresce nel mio stomaco, si allarga, di notte lo sento
che fa i versi come di un pappagallo che in gabbia
col becco provi a rigare i ferri che lo stringono.
Ne avevo uno, Melopsittacus Undulatus un evidenziatore
azzurro sopra un trespolo e ogni notte gli accendevo
la luce della stanza perché mi pareva fosse morto
e ogni notte lui era più spaventato e io più spaventato
ancora che morisse.
Luca Lazzarini



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