«Eppure c'è ancora luce»: recensione a "Umano fiorire" di Antonietta Gnerre
- Sara Serenelli

- 3 giorni fa
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C’è un millimetro esatto, quasi invisibile a occhio nudo, che separa l'esperienza opaca del quotidiano dalla rivelazione della parola lirica. È in questa fessura infinitesimale che si insedia la voce di Antonietta Gnerre nella sua raccolta Umano fiorire (Passigli Editori, 2025), un’opera tesa che non elude il dolore del mondo ma cerca di risarcirlo, offrendogli un contorno, un confine, una residenza in cui il senso più profondo non sia pura astrazione ma materia rivissuta. Divisa in sezioni che richiamano la sacralità del tempo e dello spazio — tra cui spicca la tripartizione delle Liturgie delle piante —, la raccolta si apre sotto il segno protettivo della memoria paterna e della lezione etica di Etty Hillesum. Gnerre non cerca la declamazione o il grido; la sua è una scrittura condotta «a voce bassa», un sussurro capace di curvare il tempo per riportare alla luce ciò che rischia l'oblio, ponendosi sin da subito come un'architettura di resistenza spirituale. Ne è un esempio folgorante la soglia iniziale della raccolta, la poesia con la quale Gnerre dà avvio alla sua pronuncia poetica di Umano fiorire, poesia in cui l'autrice perimetra la sua stessa ricerca poetica: «Ora tutto sembra immenso. / Nell'aria è attesa di preghiera. / C'è speranza per i fiori, per noi, / per quel millimetro / che ci separa da una poesia». Questa rinuncia alle amplificazioni retoriche si traduce in una formula minima, quasi un referto biologico e sentimentale in cui «le mani dei suoi ricordi / aprono le finestre dell'ospedale» per far entrare ciò che soffia dalla montagna, trasformando il transito umano in «un puntino d'immenso sull'ardesia». Il paesaggio dell'Irpinia cessa di essere fondale ornamentale o idillio rurale per farsi parte del paesaggio intimo della poetessa: una terra «desolata dalla rabbia, / dalle ingiustizie. / Dalla paura di un sisma / che non ha mai smesso di tremare», ma che proprio per questo istruisce una resistenza, un «vecchio meccanismo / della rinascita [che] procede per istinto». Gnerre compie un’operazione di straordinaria delicatezza, innestando il ricordo privato — il padre che scrive il nome della nascitura con la «matita dei muratori», le mani della nonna con le foglie di gelso — sulla ciclicità immutabile della natura. La botanica diventa così una teologia immanente. I girasoli, i pini esili, i bulbi e i tronchi stanchi non sono semplici metafore, ma veri e propri correlativi oggettivi di un’umanità che cerca il proprio riscatto oltre il trauma della storia. Nelle sezioni liturgiche, questo sguardo si spinge oltre il recinto del privato per denunciare l’orrore collettivo della violenza bellica: «Pregare con le pietre / andando a ritroso / sotto le bombe. / Nell'estremo dolore / del mondo», dove persino i cicli naturali subiscono la corruzione dell'artificio umano e «i tronchi sfiorano le mine». Ciononostante, la scrittura oppone alla distruzione una caparbia pedagogia della speranza, ricordandoci che «Noi siamo tronchi secchi / che un giorno chiederanno scusa alle stelle / per le guerre, per gli attentati, per l'odio. / Conteremo gli alberi a piedi nudi, / passo dopo passo, / come fiori di carota selvatica». L'arco teso dell'intera raccolta trova il suo culmine e il suo autentico baricentro concettuale proprio nell'idea del riscatto racchiuso nel concetto cardine di Umano fiorire, che sulla scorta di José Tolentino Mendonça si specifica come un necessario e doloroso «rifiorire». Questa idea centrale non coincide con una semplice rinascita idilliaca o con una ciclica e passiva ripetizione della natura, ma si configura come un faticoso, consapevole atto di resistenza etica e spirituale. Il prefisso ri- sposta immediatamente l'asse del discorso: per rifiorire occorre aver conosciuto il gelo, la ferita, la frammentazione del trauma. La pianta, nella visione biologica e teologica di Gnerre, non ignora l'inverno né la devastazione della storia — l’orrore di una terra dove «i tronchi sfiorano le mine» o dove si avverte la minaccia costante di un incendio che rende «l'impalcatura del vento (...) un'ombra rossa», ombra che «fa paura» —, ma assume quella stessa ferita come precondizione della nuova gemma. Il rifiorire diventa così una postura esistenziale, la capacità squisitamente umana di operare una metamorfosi del dolore attraverso la «materia dei perdoni». Se è vero che «il vecchio meccanismo / della rinascita procede per istinto», nell'essere umano questo istinto deve farsi scelta interiore, faticoso superamento degli addii e delle «lunghezze del potere». Non si rifiorisce da intatti, ma da frammenti ricomposti: portando addosso i segni del tempo, le «rughe sulla pelle» e le cicatrici della storia, eppure scoprendo che «c'è ancora luce / nel codice del mio spazio», nel codice del nostro spazio. In questa prospettiva, la poesia stessa si fa organo di questo processo vegetale, uno strumento puntiforme che permette all'anima di ritrovare la propria direttrice, proprio come il girasole che viene addormentato «sui remi di un verso» per poter poi ridestarsi circondato da «bolle di stelle». Rifiorire significa, in definitiva, accettare la propria vulnerabilità terrena per aprirsi a una dimensione ulteriore, dove l'identità non viene cancellata dalle calamità dell'esistenza, ma trova la forza di riconquistare il proprio «necessario spazio» di luce.

Un ulteriore elemento di ricchezza analitica emerge se si osserva con attenzione il modo in cui Gnerre mette in relazione questa dinamica vegetale con la dimensione squisitamente generazionale e corale della sua opera. Il rifiorire non è mai un solipsismo lirico, un esercizio isolato dell'io, ma si nutre di una trasmissione profonda di saperi minimi e ancestrali, quasi una genealogia della cura che si tramanda per via materna e contadina. Lo si percepisce chiaramente quando la poetessa evoca le figure femminili del passato: «Un giorno le contadine / ritorneranno dal passato / a proteggere le piante: // le brocche del biancospino. / La base della piramide del terreno / dal freddo di novembre». C'è in questi versi un recupero quasi antropologico di una gestualità che si fa scudo contro la durezza del tempo; le donne tornano «in cerca di erbe curative, / con i panieri sulle teste», ristabilendo l'ordine interrotto del mondo attraverso «il nome dell'antico lievito del pane». È una riconnessione profonda con la memoria e con la terra del Sud che agisce come un correttivo etico e formale alle lacerazioni contemporanee: la parola poetica si appropria così di una saggezza antica per farsi atto di testimonianza civile e riscatto antropologico, in cui l'eredità non è un peso, ma una forza sotterranea che spinge i vivi a riabitare il sacro. Accanto a questa genealogia della cura si colloca un'altra intuizione decisiva della raccolta, legata all'infanzia intesa non come pura età dell'innocenza, ma come spazio mitico in cui il gioco assume la precisione geometrica di una sfida alla finitudine umana. Per Gnerre il rito ludico è un dispositivo di misurazione e di posizionamento dell'io nel mondo, una grammatica d'azione in cui le regole della Campana o del girotondo si convertono in strumenti di esorcismo contro la morte. «Facevo finta di non sapere, / quanto fosse importante / giocare a girotondo», confessa l'autrice rievocando un'epoca sospesa in cui «la morte non c'era». Il salto, la coordinazione, la numerazione dello spazio diventano rituali di orientamento esistenziale che l'età adulta eredita e trasforma in atto lirico: «Lancio il sassolino nella casella numero uno / del gioco della Campana. E salto. / Con un solo piede. Non arrivo / al numero dieci. (...) L'arte della lentezza educa i piedi / a saltare per sempre». Questo muoversi «sulle punte delle lettere» o l'applicare «la misura del dono / per saltare con la corda / sulle acque» rivela come l'infanzia, in Umano fiorire, sia la custode di una sapienza motoria e visiva che permette alla bambina di ieri — e alla poetessa di oggi — di ridisegnare i contorni del tempo, opponendo alla caducità la precisione inflessibile e leggera del proprio passo. A fare da necessario contrappunto a questa rigorosa misurazione della terra interviene una costante dialettica tra il microscopico e il siderale, una vera e propria corrispondenza cosmica in cui il dettaglio più infinitesimale è chiamato a riflettere le leggi dell'universo. Gnerre non si limita a osservare il fango o il dondolio di un grappolo di more sui rovi; ogni elemento minimo partecipa di un disegno macroscopico, per cui i gesti gentili cadono verso i fiumi per «creare nuove stelle marine» e la madre, dall'altipiano, vedrà tornare il figlio «dal giardino delle galassie», dopo aver viaggiato «sul legno che risale i mondi». È una spinta verticale che amplifica il valore dell'esistenza: ogni metro di terreno è «circondato da bolle di stelle» e l'io lirico si scopre «nube» e «goccia» per valicare il presente. L’universo si espande attraverso la carezza delle mani umane e la scrittura stessa, lungi dall'ancorarsi al solo perimetro biografico, si fa «aria» e «trafigge le vocali dai fondali marini» per rintracciare, ovunque, «la forma dell'universo / sulla terra». Il fare poetico si sottrae così a ogni immobilismo adottando «la misura della luce», una lingua senza rigide regole grammaticali che lavora per sottrazione e si concentra sulla concretezza del dettaglio: i bottoni su cui sono segnate le date o il «taccuino / di una foglia di limone, / che il cielo è azzurro». Gnerre elegge l’abbraccio a barriera contro il disincanto contemporaneo, rammentando che «abbiamo inventato gli abbracci / quando non sapevamo / ancora camminare dritti» e che «se ci abbracciamo tutto diventa sacro: / le strade, i ponti, le finestre». Quando l'autrice dichiara «Sono stata in vita per opera / delle piante. / Per il coro dell'erba / che ho accarezzato nelle pause dei versi», ristabilisce il legame profondo che ci connette all'universo attraverso il corpo della natura, una dimensione in cui «i residui delle foglie / accarezzano la santità / di ogni cosa». Questo traguardo finale non cancella i dubbi o i segni del tempo, ma ne riscatta la gravità, consegnandoci un'opera in cui l'identità si ricompone stabilmente nel codice della terra del Sud: «Saremo per sempre noi: / carichi di tutte le cose / che abbiamo perdonato / nei campi». In ultima analisi, la poesia di Gnerre si offre come un autentico dono conoscitivo, un breviario di grazia e compassione in cui la ferita dell'esistere trova, finalmente, la sua fioritura e la sua pace.

Antonietta Gnerre, nata ad Avellino nel 1970, è scrittrice per ragazzi e poetessa. Laureata in Scienze Religiose si occupa come studiosa della poesia spirituale del’ 900. Ha pubblicato le sillogi poetiche: Il Silenzio della Luna (Menna, 1994), Anime di Foglie (Delta 3, 1996), Fiori di Vetro. Restauri di Solitudine (Fara, 2007), Preghiere di una Poetessa (Lo Spirito della Poesia, Fara, 2008), Pigmenti (Edizioni L’Arca Felice, 2010), I ricordi dovuti (Le Gemme, Edizione Progetto Cultura, 2015), Quello che non so di me (Interno Poesia, 2021), Umano fiorire (Passigli Poesia, 2025). I Saggi: Meditazione poetica e Teologica in Mario Luzi (Delta 3, 2008), Cristina Campo. Il viaggio silenzioso e spirituale, Forme di pensieri, saggi di Diritto e Letteratura, a cura di Felice Casucci (ESI, Napoli, 2013 – 2015). Consulenza e postfazione del libro di Andrea Fazioli La beata analfabeta. Teresa Manganiello, la sapienza delle erbe (San Paolo, 2016). La favola “La storia di Pilli” (Scuderi Editrice, 2019). È Presidente del PREMIO Internazionale PRATA e Direttore artistico della Festa dei Libri e dei Fumetti di Avella.




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