"Le Rubriche di Alma": Alma & Frabotta (III Appuntamento)
- Sara Vergari

- 11 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Il rumore bianco
La plaquette d’esordio Affeminata aveva costituito un atto di nascita nel pieno fervore degli anni ’70. Ma questa di fatto appartiene a Il rumore bianco, primo libro vero e proprio uscito nel 1982. Non a caso nel volume Tutte le poesie 1971-2017 (Mondadori 2018), Frabotta sceglie di riposizionarla come sezione all’interno di Il rumore bianco. Il libro nasce sotto il segno di Diotima, maestra dell’Eros, come conquista di un universo proprio femminile che fin qui era sempre stato negato. Lo sguardo si amplia, pur mantenendo l’ardore dei primi testi, è maggiore la consapevolezza di sé come individuo e delle possibilità della poesia. Di fatti il libro nasce già nel titolo con un’allusione a una dimensione scientifica, resa empirica dalla poesia. “Rumore bianco” è un’espressione apparentemente ossimorica e sinestetica (non ci aspetteremmo di accostare il candore del bianco al rumore, bensì al silenzio), ma si tratta in realtà di una definizione che nel linguaggio scientifico indica il suono prodotto dalla collisione delle molecole immerse in un fluido. Rumori impercettibili che agiscono nell’ombra come quelli che può produrre il verso in tutti i suoi voli di trasfigurazioni e significazioni. Si vede quindi come qui Biancamaria Frabotta prova a sfruttare tutto il potenziale poetico, incanalandolo verso molteplici direzioni possibili. Una è Eloisa, personaggio storico e letterario medievale, che nella raccolta diviene protagonista di un poemetto, ma anche un alter ego dell’autrice. La tragedia di Eloisa e Abelardo viene raccontata attraverso le Lettere dei due amanti divisi per sempre, poi pubblicate. Nell’eroina che pronuncia un’allocuzione al suo amato lontano si incarna la forza, la disperazione, l’impossibilità, e insieme la possibilità di separare il sé dall’Io, iniziando una peregrinazione alla scoperta di nuove terre. Non a caso le due raccolte successive, La viandanza e Terra contigua, saranno un’esplorazione nelle memorie, nell’altro e nei Poeti, sempre in dialogo fra loro. Il testo che nell’edizione di Tutte le poesie 1971-2017 chiude Il rumore bianco, o meglio che lo lega alla successiva raccolta, La viandanza, pronuncia proprio questo sganciamento dall’identificazione univoca con il sé e lo sconfinamento in una dimensione più ampia, dove si impongono colori e odori: «Sei bianca? Insinua la voce che indaga [...] No Signora. Ha sbagliato colore…». Anche Bianca non è più il nome associato all’autrice, ma il colore che è sintesi e annullamento di tutti i colori. Questo non in senso di rinuncia all’identità, ma anzi nella consapevolezza che la sua affermazione richiede uno spazio più ampio.
ELOISA
E pensare che quello che ti chiedo è ben poco,
e per te facilissimo!
(Eloisa a Abelardo, Lettera 2)
I
Qui dimora l’intero e tu disperso
ci ragioni. Che io canti, più buia
sordidamente, ombra più pesante
del marmo che mi riposa non conta.
Una sola rondine non mi ti rende
la stagione perduta.
E io troppo tempo ho abitato in te
come la ragnatela in un tronco morto
al limite di una terra promessa
non cogliendomi (fu soltanto evocazione
addestramento allo stupro
il fantastico frutto dell’occidente)
mi hai nominata più bianca della luce
nido di un’idea intricata, torpida fantasia,
pupilla cieca del tuo occhio.
Si sfilava il sibilo dalla teoria lunga
delle stanze: davanti alla porta chiusa
sarò la sorella di quei meli che fuori
si spogliano lisciando a sangue i sensi
e solo la sera ne spegne il tocco.
Un triangolo è divino quando ogni punta è Dio
e ogni lato un’esca. Non c’è veglia più amara
per me che sono lontano dalla festa.
Le parole non ti costavano molto, ricordi?
scivolano via per filo e per segno
come canoe fluiscono sul filo della corrente.
Non c’era rapida che ne scuotesse il corso
scorresse anche fino al mare il discorso
del tuo sogno soltanto noi ne scontavamo il costo.
Ma subito potessi smemorarmi
annottassero ovunque le pupille degli uomini desti
in un mondo di dormienti
un bestiario delicatamente miniato dallo stilo di chi può
almeno fin quando arriverò
placida onda di lago a lambirti
i piedi di umide e molli zolle di prato
almeno fin là dove arriva l’essere
e il chierico si fa pierrot
la canaglia un’ariosa città
ogni passante un amico, un evento
allora
l’acqua coprirà il prato e ogni traccia di nome.





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