Nota di lettura a "Cose da sciogliere e rifare" di Danila Di Croce

«Niente mai si affaccia senza avere un sole acceso dietro le spalle».
È così che potremmo immaginare la nuova raccolta di Danila Di Croce: una sorgente luminosa che scalda la parola, con la certezza di sentirsi al sicuro come in un rifugio. Pubblicata per peQuod il 2 ottobre, Cose da sciogliere e rifare si inserisce nella collana Portosepolto con precisione e originalità nel panorama della poesia italiana contemporanea.
Tiziano Broggiato, nella prefazione al testo, sottolinea che l’opera si muove tra “realismo, confessione e autobiografia” e si distingue per una “lirica sorvegliatissima ed esposta allo stesso tempo, ermetica e soffusa”, capace di coniugare un controllo stilistico minuzioso e particolareggiato a una profondità emotiva: «Senza riconoscerti, ancora amare / […] Amare quando niente sembra dire / che conviene».
La parola poetica di Di Croce si fa oltre che rifugio anche rischio: «Se fossero di marmo le parole / sarebbero quel freddo che imprigiona / il nostro addio lucidato dal tempo»; l’autrice ci invita a «interrarsi / dentro le parole rifarsi semi / in grembo al buio della terra», cercando un riscatto in cui la voce possa farsi «fiume d’aria».
In Cose da sciogliere e rifare, «ogni cosa presente ha il suo sigillo», ma anche i nodi, le promesse e i voti sacri o terreni a volte vengono sciolti, e «indovinare in ogni nodo / un cedimento delle maglie, […] già significa liberazione».
Gli eserghi posti in apertura, senza escludere che possano anche essere considerati in chiusura delle sezioni, sono citazioni di Bonnefoy, Mandel’štam, Zagajewski, Jabès e Mendonça; e rappresentano una chiave di lettura fondamentale per comprendere la poetica di Di Croce, che è infatti un vero e proprio dialogo che la sua scrittura instaura tra tradizione e contemporaneità. Dall’effimero a luogo di riconoscimento, dalla precarietà alla ricerca di stabilità: «accade allora che un respiro chiami / a vivere ciascuno il suo infinito».
«Che prenda forma, allora, questo niente
che ho da dire e insinui le sue radici
nella terra»
L’autrice lavora su una parola essenziale, attenta all'ascolto e alla memoria, a detta di Broggiato “una memoria che fa del ricordo non solo un’ipotesi di costruzione del vissuto, ma anche di reinvenzione” seguendo un percorso meditativo, riflessivo.
«Accudire una vita di parole» è questo che Di Croce fa per la poesia, perché «talvolta è come se non esistesse / quello che non sappiamo dire», e allora forse «Davvero c’è da sciogliere» e rifare.

Rimane vivo tutto il nostro dire?
O forse è solo il verso di uno spettro
che ritorna, senza il farneticare
delle ossa. Non basta
levare inni o sciogliere elegie
all’esilio del tempo: c’è urgenza
di spillare almeno un rivolo nuovo
dalla botte sfinita della storia.
Lasciare che si espanda in libagione.
*
Può anche farsi innocuo, appartato
dietro i ginocchi e il sottoscala buio
di muffa e cianfrusaglie che accartocciano
l’estate,
ma più il tempo sopravviene
più si raggomitola ostinato
il dolore e si tonifica – il lento
esercizio delle ore ne ammassa
pure il fiato, ne contrae il ricordo.
Non sa che ora uscire allo scoperto
è una scossa che fulmina la bocca.
*
Nel vuoto no, non si propaga
il suono e la più dolce musica
rimane in sé abbozzolata, bianca
di comprensione. Quell’abbraccio mosso
delle note rattrappisce, s’incunea
disfatto sul seme antico del mondo
quando era forza il suo espandersi,
il suo scucire lembi e suggestioni
di luce, d’altro spazio immacolato.
Così non si intravede il sole
in questa strada tutta illuminata.
*
Altra è l’opera da compiere, altro
il cemento da gettare sui massi.
Eppure, persiste al di qua del cielo
questo sgranchirsi il fiato alla finestra
dove appannato s’alza pure il grido,
– quasi un nome straniero e una pronuncia
da rifare – senza l’esproprio urgente
dei beni né lo sfratto dalla casa.
Ogni sacro rito ha i suoi paramenti,
le sue antifone cantate in coro,
ma questa strada avvolta alla montagna
che sale e poi restringe le corsie
arriva solo dove il fianco lascia
il posto a un altro andare misurato.
E sulla cima attendono le croci.

Danila Di Croce è docente di Lettere e vive ad Atessa (CH). Ha pubblicato Punto coronato (ed. Carabba 2011), Ciò che vedo è la luce (peQuod 2023, prima classificata al Premio InediTO 2022 e nel 2024 ai concorsi Vito Moretti e Mesagne, insieme ad altri premi e segnalazioni) e Dove ancora non siamo nati (puntoacapo 2024, vincitrice già come silloge inedita ai premi Lago Gerundo e Arturo Giovannitti e nel 2025, tra gli altri riconoscimenti, primo premio al Chiaramonte Gulfi e al Sant’Anastasia). Nel 2025 è uscita la plaquette bilingue Fulger și voal – Lampo e velo (Rumeno-Italiano), con traduzioni di Eliza Macadan, per Editura Cosmopoli di Bacău e ad aprile del 2026 è stata pubblicata la plaquette sull’altra sponda di tutto (ilglomerulodisale, collana amorgos curata da Luca Pizzolitto), scritta insieme ad Erika Signorato. Suoi testi figurano nel Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (AA. VV., Arcipelago itaca 2023), su Distanze verticali. Escursioni poetiche sulla montagna (Macabor Editore 2024, a cura di Irene Sabetta), su Le radici e l’altrove. Sguardi sulla poesia contemporanea abruzzese (Seri editore 2025, a cura di Loredana Magazzeni) e su La notte (le sinapsi del glomerulodisale 2025, a cura di Franca Alaimo).





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