«La poesia come forma del ritorno»: recensione a «Nelle radici» di Valentina Colonna

Leggere Nelle radici di Valentina Colonna (Aragno 2026) significa entrare nel cuore di una poesia che conosce il dolore senza consegnarsi al dolore, che attraversa la perdita senza trasformarla in un esercizio di nostalgia, che interroga la morte per cercare, ostinatamente, ciò che della vita riesce a resisterle. È una raccolta di grande intensità, costruita attorno ad alcune delle domande più antiche e radicali dell’esperienza umana: che cosa resta di noi quando il tempo porta via le persone, i luoghi, le stagioni? Che cosa significa amare quando ogni amore contiene già, in qualche misura, la possibilità della perdita? E soprattutto: dove possiamo mettere radici quando l’esistenza stessa sembra essere una continua esperienza di sradicamento?
Il libro si apre sotto il segno della dissolvenza. Il tempo non viene concepito solo come una linea che conduce dalla nascita alla morte, ma come una forza che sottrae, cancella, trasforma e, allo stesso tempo, lascia emergere la memoria. La poesia diventa così il luogo paradossale in cui ciò che è perduto può continuare a esistere in una nuova forma. La morte non è soltanto la fine biologica di un corpo: è il limite contro cui l’amore misura la propria assolutezza. «Ma è insostenibile accettare / che il nostro amore / se lo porta sempre via la morte», scrive Colonna, formulando con parole semplici una delle contraddizioni più profonde dell’esperienza amorosa.

Il rapporto inscindibile tra l’amore e la morte appartiene alla grande tradizione della poesia occidentale e che dal Cantico dei Cantici arriva fino alla contemporaneità: l’amore come esperienza capace di sfidare il tempo, di desiderare l’assoluto proprio mentre il corpo e il mondo ci ricordano incessantemente il loro carattere finito e mortale. In Colonna, però, questa tensione non assume mai la forma di una dichiarazione astratta. Passa attraverso il corpo, gli odori, la luce, gli alberi, l’acqua, i fiori, i viaggi, le città, i volti. La filosofia poetica della raccolta nasce dalla materia sensibile.
È forse questo uno degli aspetti più felici della scrittura di Colonna: la sua poesia pensa per immagini. Non enuncia una teoria del tempo, della memoria o della morte; le fa accadere dentro le cose. Un passerotto che attraversa il cielo, una farfalla che entra in una stanza, una finestra d’aeroplano, un corpo che si allontana, un albero, il mare, la nebbia diventano dispositivi conoscitivi. La realtà non è lo sfondo della poesia: è il suo laboratorio filosofico.
Da questo punto di vista, il concetto di radice assume un valore che supera largamente la metafora botanica. Radicarsi significa appartenere, ricordare, riconoscere una genealogia, accettare di essere parte di una storia. Ma significa anche affrontare il limite e la contraddizione del reale. Le radici, infatti, s’infilano nella terra proprio mentre la poesia di Colonna continua a tendere in modo vertiginoso verso il cielo. Il movimento fondamentale del libro è dunque duplice: affondare e elevarsi, scendere nelle profondità della memoria per poter tornare a guardare l’orizzonte.
Da queste pagine emerge in modo chiaro una poesia della relazione. Con i genitori, anzitutto, con gli amori perduti e quelli ancora immaginati, con gli antenati, con i luoghi dell’infanzia, con le città attraversate, con gli sconosciuti incontrati durante il viaggio. Persino la geografia diventa una forma di autobiografia. Granada, Murcia, Taranto, Budapest, Santiago del Cile, le Alpujarras, il deserto di Tabernas non sono semplicemente coordinate spaziali: sono luoghi interiori, paesaggi nei quali la voce poetica deposita una parte di sé. Il viaggio diventa così una modalità della conoscenza e, insieme, un modo per tornare a casa.
Particolarmente significativa è la sezione Il doppio numero. Canto per Granada, concepita come un unico canto articolato in più parti. Qui la poesia sembra trovare una propria forma di pellegrinaggio: attraversa strade, chiese, cimiteri, giardini, labirinti e luoghi di culto, fino a trasformare Granada in una figura complessa dell’origine.
La presenza dello spagnolo nei versi non risponde soltanto a una fedeltà toponomastica, ma alla ricerca della «musica linguistica» del luogo e alla volontà di testimoniare una condizione ibrida, quella di chi vive tra lingue e culture.
Qui emerge uno dei tratti poetologicamente più interessanti dell’intera raccolta: la lingua non serve soltanto a nominare il mondo, ma a ospitarne la pluralità. L’inserimento di parole spagnole, così come il continuo attraversamento di paesaggi e culture, mette in discussione l’idea di una lingua poetica chiusa e autosufficiente. La poesia diventa luogo di passaggio, traduzione, contaminazione. E proprio perché non tutto può essere tradotto, alcune parole restano nella loro alterità, conservando il mistero del luogo da cui provengono.
La scrittura di Colonna è scattante, mobile, capace di procedere per improvvise accensioni percettive. Il verso segue spesso il movimento del pensiero e dello sguardo, accumulando immagini senza perdere una precisa direzione emotiva. Ne deriva una poesia che non ama la staticità: anche quando parla della morte, qualcosa continua a muoversi. L’acqua scorre, il vento attraversa, gli uccelli migrano, i treni partono, le città vengono percorse, le radici crescono sotto la superficie.
E proprio il viaggio, in questa prospettiva, non è l’opposto del radicamento. È la sua condizione. Si scopre ciò a cui si appartiene andando lontano. Si comprende la propria casa quando la si perde, quando la si attraversa con la memoria, quando la si confronta con altre case, altre lingue, altri cieli. È una delle intuizioni più profonde del libro: le radici non sono immobilità, sono una forma invisibile del movimento.
La spiritualità attraversa questa poesia senza trasformarsi in una dottrina. Chiese, croci, preghiere, Cristo, il Paradiso, il rito, il silenzio e la rinascita entrano nei versi come forme dell’esperienza. Persino una casa può diventare una chiesa quando il vento vi entra e la memoria la trasfigura.
La dimensione spirituale nasce così dalla percezione del mondo, dalla possibilità che una cosa visibile rimandi a qualcosa che la oltrepassa.
La poesia di Colonna non risolve il mistero: lo abita filosoficamente. E filosofare non significa qui costruire sistemi, ma imparare a sostare davanti a ciò che non possiamo definitivamente comprendere. La morte resta morte, l’assenza resta assenza, il tempo continua a consumare le forme; e tuttavia la memoria, l’amore e la parola possono opporre alla dissoluzione una diversa idea di durata.
Il libro si chiude idealmente là dove era cominciato: nel rapporto fra partenza e ritorno, perdita e appartenenza, morte e rinascita. Le radici non cancellano la distanza; la attraversano. La poesia non salva dalla finitudine, ma permette di darle una forma, di trasformare il limite in consapevolezza, la perdita in memoria, la memoria in parola.
È una poesia, dunque, profondamente innamorata della vita proprio perché ne conosce la precarietà. E forse la sua scommessa più bella è tutta qui: non negare la morte per affermare la vita, ma guardare la morte negli occhi fino a scoprire, dentro quel limite, una possibilità inattesa di durata.
Nelle radici è un libro di pregevole fattura, intenso e stratificato, nel quale l’esperienza individuale riesce progressivamente ad aprirsi a una dimensione universale. Valentina Colonna scrive del proprio dolore, dei propri viaggi, dei propri amori e delle proprie assenze, ma mentre li nomina li sottrae alla pura autobiografia e li consegna a una domanda che riguarda tutti. Perché tutti, prima o poi, siamo chiamati a lasciare qualcosa, qualcuno, un luogo. E tutti, in qualche modo, cerchiamo una radice abbastanza profonda da resistere al tempo.
La poesia in fondo serve proprio a questo: a dare un nome a ciò che scompare, affinché la scomparsa non abbia l’ultima parola.






Ci vorrebbe una recensione della recensione a Nelle radici, per la chiarezza limpida e coinvolgente, per l'incisività che fa innamorare della raccolta prima di leggerla. Quanto è vivo Pavese, in queste righe che sono falò e ritorno! E quanto risuonano i versi di Federico, nella Granada in cui tutte le cose gli dicono addio, mentre splende e accoglie!
Daniela