«Qui sono gli anni ruggenti»: recensione a "Il movimento elementare" di Fabiano Alborghetti
- Alessandra Corbetta

- 5 giorni fa
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L’opera Il movimento elementare di Fabiano Alborghetti (Gabriele Capelli Editore, 2026) si posiziona con saldezza al centro della ricerca che individua nel romanzo in versi lo strumento d’elezione per un’efficace riappropriazione analitica del reale.
Nel panorama letterario a noi coevo, spesso segnato da una progressiva polverizzazione del discorso lirico, laddove la parola tende ad avvitarsi su se stessa o a esaurirsi in una dimensione di angustiante solipsismo intimista, la traiettoria autoriale di Alborghetti spicca per rigore concettuale e uno stile coerente. Proseguendo quel cammino conoscitivo già bene avviato attraverso le prove precedenti, nelle quali il dato documentario, la memoria storica e la cronaca sociale venivano trasferiti dentro una solida architettura poematica, l’autore affina con questo volume la propria capacità di convertire la materia narrativa in una complessa meditazione di natura ontologica e sociologica. Il titolo dell’opera, infatti, non deve indurre ad alcuna fuorviante semplificazione, poiché l’aggettivo che qualifica la nozione di movimento non si riferisce a una linearità di matrice regressiva né a una riduttiva schematizzazione dei processi storici secondo categorie primordiali; al contrario, l’elemento primario cui il testo fa riferimento costituisce la radice costitutiva del gesto umano, quel grado zero dell’esistenza che si rivela nel momento esatto in cui il corpo si sposta nello spazio e viene inevitabilmente modificato dalla geografia, dal clima e dalle barriere ideate ed erette dalla storia.

Dal punto di vista dell’inquadramento metodologico e storiografico, la narrazione in versi di Alborghetti si inserisce appieno in quel dibattito teorico che interroga le possibilità di sopravvivenza della forma epica all’interno della tarda modernità e delle sue irreversibili trasformazioni strutturali. Se la grande poesia poematica classica fondava la propria autorevolezza sulla presenza di un orizzonte di valori condiviso e sulla percepibile continuità di un destino collettivo, la scrittura di Alborghetti prende avvio della frammentazione di tali certezze, senza tuttavia cedere alla facile tentazione del nichilismo o della pura registrazione di fatti di cronaca.
La narrazione si articola mediante una sequenza rigorosa di quadri e stazioni che, pur conservando ciascuno una precisa autonomia formale, rispondono a un disegno d’insieme ferreo, nel quale la concatenazione degli eventi non viene mai affidata all’arbitrio del caso ma alla spietata causalità delle strutture economiche, politiche e territoriali. La voce narrante evita ogni compiacimento biografico o autobiografico, adottando una prospettiva d’osservazione mobile eppure costantemente distaccata, la quale, pur mantenendosi drammaticamente vicina al vissuto dei singoli personaggi, rifiuta la scorciatoia dell’emotività per restituire una visione d’insieme contrassegnata da un’oggettività di matrice quasi scientifica. Tale sguardo consente all’autore di esplorare i fenomeni complessi dello sradicamento e del transito, evitando però di ridurre i soggetti rappresentati a meri simboli o a vuote categorie ideologiche.
L’autore manifesta una netta avversione verso le soluzioni stilistiche di comodo, rifiutando programmaticamente la frammentarietà paratattica, la giustapposizione casuale delle proposizioni e l’uso sistematico del verso breve. La pagina di Alborghetti si sviluppa attraverso un’ampia e articolata ipotassi, dove le proposizioni si incastrano con millimetrica precisione logica, creando una fitta rete di subordinazioni, che fa da specchio alla complessità fenomenologica del reale. Questa marcata opzione per la complessità sintattica non risponde a un mero esercizio di stile, ma costituisce una vera e propria dichiarazione di responsabilità epistemologica. Attraverso la rigida gerarchia della frase, la poesia si fa carico della necessità di spiegare le relazioni, di mostrare le cause e di evidenziare le conseguenze del comportamento umano, rendendo manifesto come ogni singolo movimento sia costantemente inscritto entro un sistema stringente di condizionamenti ambientali e storici.
In perfetta sintonia con la struttura della sintassi, la metrica impiegata da Alborghetti risponde all’esigenza di un respiro narrativo ampio; il verso non si chiude quasi mai nella misura rassicurante e chiusa della tradizione canonica né si concede a facili compiacimenti fonicamente musicali, ma si allunga con fermezza verso i margini della prosa d’arte, pur senza smarrire mai la propria tensione poetica. L’uso degli enjambement risulta in tal senso emblematico, poiché la spezzatura della linea metrica non viene impiegata per creare un semplice effetto di sorpresa visiva o ritmica, bensì come dispositivo di frizione semantica, in grado di sospendere temporaneamente il significato della frase, di fare risaltare il valore concettuale di una singola parola e di sottolineare la strutturale discontinuità dell’esperienza umana descritta. Il ritmo globale dell’opera appare così fluido e controllato, capace di alternare repentine accelerazioni drammatiche a lunghe pause di riflessione, riflettendo sul piano formale il movimento stesso dei protagonisti del romanzo, costretti a procedere tra avanzamenti estenuanti e fermate incerte
Un ruolo centrale nell’economia complessiva del volume è svolto dalla trattazione della corporeità e della materia. Rifiutando qualunque astratta spiritualizzazione dell’esperienza migratoria o del dolore sociale, Alborghetti colloca al centro del proprio romanzo il corpo biologico, inteso come primario luogo d’incisione della storia. I soggetti che popolano le pagine de Il movimento elementare portano impressi i segni inconfondibili della fatica, del freddo, del lavoro manuale e dell’impatto violento con lo spazio circostante. La pelle, i muscoli e le ossa diventano la sostanza stessa della resistenza dell’uomo nei confronti dell’ostilità del mondo esterno.
In questa precisa prospettiva, la dimensione sensoriale acquista una rilevanza fondamentale nella costruzione del testo, dal momento che il tatto, la vista e la resistenza fisica diventano gli unici mezzi attraverso i quali i soggetti riescono a prendere piena coscienza del territorio e della propria precarietà. La violenza delle dinamiche storiche non viene mai spettacolarizzata per cercare un facile coinvolgimento emotivo, ma emerge con spietata chiarezza dalla descrizione oggettiva dell’interazione tra la fragilità dell’organismo umano e la durezza degli oggetti inanimati o delle architetture di contenimento che caratterizzano il paesaggio contemporaneo.
Strettamente legata alla riflessione sulla materia corporea si rivela la meditazione che Alborghetti sviluppa, poi, attorno al concetto di confine. Nell’universo poetico delineato nell’opera, la frontiera smette di essere una semplice astrazione della cartografia o un concetto teorico della scienza politica, per rivelare la propria concreta, drammatica e ingombrante natura fisica. Essa si trasforma e si materializza in barriere, reticolati, posti di blocco, asprezze della morfologia terrestre e ritardi burocratici che condizionano ineluttabilmente il cammino dei singoli individui. L’autore analizza la nozione di limite come un dispositivo duplice e contraddittorio, capace contemporaneamente di separare e includere, di proteggere e di segregare, riducendo chi si trova a varcarlo a una condizione di perenne sospensione tra differenti identità.
Il movimento raccontato nel romanzo è elementare proprio perché va a saggiare direttamente la tenuta di tali sbarramenti, facendone risaltare l’artificiosità della costruzione storica e insieme la loro tremenda efficacia oppressiva.
Appare evidente come Alborghetti, con questo suo ultimo lavoro, si mantenga fedele a un percorso costruito a mani nude nel tempo e del quale, più di tutti, due paiono essere gli elementi cardine e definitori della voce poetica dell'autore: la necessità di continuare a tenere traccia di ciò che è stato, dal momento che la memoria continua a essere un fatto anche collettivo e il dovere morale di non girare la testa dall'altra parte e fare della poesia uno strumento tangibile per provare a cambiare il corso degli eventi o, quantomeno, denunciarne le barbarie e le strutture.

Fabiano Alborghetti (1970). Ha scritto di critica, fondato riviste, creato programmi radio, progetti in carceri, scuole e ospedali ed è promotore culturale. Collabora inoltre come consulente editoriale per case editrici e riviste sia in Svizzera che all’estero. È nella commissione di programmazione di diversi festival ed è presidente della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana. Nelle vesti di autore, rappresenta la lingua italiana e la Svizzera nel mondo su mandati ufficiali e traduzioni di sue poesie sono apparse in volume, riviste o antologie in più di 10 lingue. Ha pubblicato 6 raccolte di poesia tra le quali Maiser (Premio Svizzero di Letteratura 2018) poi prodotto integralmente come radiodramma dalla RSI Radiotelevisione della Svizzera Italiana. Dal 2017 è al lavoro per un romanzo in versi basato sulla comunità Walser (Borsa letteraria UBS Cultura e Borsa di creazione della Fondazione Landis & Gyr) www.fabianoalborghetti.ch
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