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Gli inediti di Stefania Giammillaro

  • Immagine del redattore: Alessandra Corbetta
    Alessandra Corbetta
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

In questa sequenza lirica, la voce di Stefania Giammillaro registra un sensibile scarto evolutivo rispetto ai lavori precedenti, muovendo verso un evidente e consapevole rafforzamento identitario della sua voce poetica. Se nei componimenti passati il soggetto poetico sembrava abitare la memoria in forma di contemplazione passiva, qui la scrittura si fa architettura di resistenza, capace di insediarsi nella ferita e trasformare la tragedia stessa in luogo dell'abitare. Il percorso di riappropriazione del sé muove dal ricordo di un'adolescenza ancora sospesa — segnata da un «acerbo femminile» e da una pudica esitazione — per approdare a una maturità dello sguardo che non teme la finitudine. L'identità non si definisce più per sottrazione, bensì per sedimentazione: la presenza dell'autrice si fa salda proprio laddove impara a misurare l'assenza, convertendo la privazione in una liturgia del quotidiano in cui «il poco comanda». Gli elementi della realtà tangibile — dal casco sullo spaventapasseri alla macchia sul pantalone — perdono la loro mera contingenza per ascendere a veri e propri sostegni di un'auto-affermazione ontologica. Infine, il serrato confronto con il tempo e l'invocazione alla figura materna testimoniano una voce capacità di abitare l'intervallo dell'esistenza con fermezza ed evidente sovranità espressiva.



L'ultimo bagno

prima di salire per pranzo

 

non il tempo di asciugare

coppe imbottite 

da un acerbo femminile 

 

lavarsi almeno il sale di dosso

lasciare lingua e denti a smaniare

il fuoco tra i granelli

 

le foglie del vialetto

bastavano a proteggere ogni nudità 

 

bastava crederci insomma, 

che potesse essere concesso lo sgarro

potesse non disturbare lo sguardo 

 

ci avrebbe pensato l'età 

a giustificarlo 

ci avrebbe pensato l'estate

a riderci un po' su


*

 

Lo spaventapasseri indossa

il casco dell'incidente 

 

corvi si appollaiano sulle spalle 

passerotti picchiettano le dita

di fogliame e rami secchi 

 

nessuno osa sfiorare il casco 

o giocarci, nessuno osa aver 

paura di chi non c'è più

 

 *


Ti hanno vista passeggiare

accanto a uomini diversi

eri sempre alta e slanciata

a volte rossa a volte castana


chi ha detto di conoscerti già

mentiva o si sbagliava

eri antica come questo cielo

di prima primavera nascosto

ancora al freddo dell'imbrunire


eri saggia come il tempo lento

macinato da mani in pasta

non ti sei persa più tra rami nudi

sei rimasta acerba nella ricerca

di parole che il vento suggerisce

al verde bocciolo dell'ultimo fiore

 

 *

 

Un aprile a solleticare mignoli

su pavimenti di lavanda 

la sfida è sempre la stessa: 

uscirne vivi.

Ma come può una tragedia farsi casa,

resta la domanda.

 

O forse ancora, un passo indietro

l'abolizione dell'ora legale che macchia

di minestra il pantalone bianco.

 

Non si sa come vestirsi

eppure nella memoria

ancora ci ammalia il bello 

e non sappiamo perché resti lì

a portata di mano

 

Non se ne accorge che passiamo muti 

senza farci caso.

 

*


Da scatole semivuote s'impara la morte

dalle persone, a restare 

centellinare il pane, l'olio

l'acqua, il sale 

come sul punto di terminare 

rendendoli sacri

 

Ecco come il poco comanda

il minuscolo risorge

da ceneri consumate

su cene in cottura

 

non sapremo mai il dopo

né la sua durata

eppure nell'intervallo 

prossimo alla fine

il tempio ampio si dilata

piano respira la fiamma

 

in quel tempo sarebbe bello abitare 

in quello spazio esatto, morire

 

 *


I vestiti che saranno almeno vent'anni 

i pantaloni di pelle tornati di moda

come i Roy Rogers di un tempo 

un Baglioni cantato a memoria 

mentre nascondi ricordi 

schiacciati dietro la curva 

 

Che ne sarà della bellezza?

 

Sembra te lo chieda il semaforo

che frena la tua voglia di andare,

dire, fare, giocare con i capelli

mentre parli e sorridi di schiena

a quegli anni, i tuoi anni 

 

Ti immagino ostinata su una sedia

a moltiplicare equazioni 

su emozioni

 

Che ne sarà del fiore non ancora colto

dall'inverno, mamma?


Stefania Giammillaro Alma Poesia

Stefania Giammillaro (Messina, 1987) è avvocato, PhD in Diritto processuale civile presso l’Università di Pisa. Ha pubblicato: Metamorfosi dei Silenzi ( Edas, 2017) e L’Ottava Nota – Sinfonie Poetiche (Ensemble, 2021) ed Errata Complice, peQuod, 2024. Performer poetico–teatrale, cura gli eventi letterari presso il Caffè Letterario Volta Pagina di Pisa e la Libreria Civico 14 di Marina di Pisa. Presso quest’ultima organizza la Rassegna Poetica Un (A)Mare di Versi Dialoghi D’Autore, già alla sua II edizione. Fa parte della redazione de Lit-blog “Le Finestre de L’Irregolare” e del giornale online Emme24.it. Suoi inediti sono stati pubblicati su «La Repubblica», nella rubrica La Bottega della Poesia, (Bari, Napoli e Torino) e sui Blog: «Inverso–Giornale di Poesia», «LaRosainPiù», «VersoLibero», «LeParolediFedro», «PoetiOggi», «FaraPoesia», «VersanteRipido». Un suo inedito in vernacolo siciliano Riccillu ò mari è presente sull’ultimo numero della rivista semestrale Bubble’s Italia Magazine, nella rubrica “La terra della Poesia”, curata da David La Mantia. Nel 2024 la sua prima collaborazione cinematografica per il cortometraggio “Fidati di me”, in veste di autrice del monologo finale. Fa parte di diverse Antologie delle quali si ricorda Riflessi-Rassegna Critica alla Poesia Contemporanea (Edizioni Progetto Cultura 2023), curata da Patrizia Baglione, con nota critica di Davide Toffoli e Dark way of Sicily – Voci Black (ilglomerulodisale 2024), curata da Enzo Cannizzo e Sebastiano Adernò.

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