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  • Emanuele Andrea Spano

«Il ritaglio delle ore»: recensione a "Prossimo e remoto" di Eleonora Rimolo

Non si può comprendere il senso della poesia di Eleonora Rimolo, né tantomeno l’ultima densissima raccolta Prossimo e remoto uscita per PeQuod nel 2021, se non si tengono presenti almeno un paio di fattori: la fedeltà, pressoché assoluta, a un universo lessicale che genera il significato e lo espande e l’esistenza di un vulnus, di una ferita primigenia che seguita a dilatarsi e che permane in noi come una frattura insanabile, come una spaccatura aperta e «immedicabile», come «immedicabile» è lo «strappo» che ogni mattino ci riconsegna al mondo. Si potrebbe dedurre sommariamente che la parola si proponga come antidoto a quello iato, che la sua forza creatrice, la sua facoltà di produrre significato riescano a suturare in qualche modo quel taglio, eppure la lingua di Rimolo ha smarrito qualsiasi valenza salvifica ed ogni potere consolatorio, e resiste come strumento imprescindibile per decifrare il reale, come lente attraverso cui guardarci dentro il mondo.

Quella fedeltà, di cui si diceva, è ravvisabile già nei titoli delle tre sezioni, capaci di innescare il movimento della lingua di Rimolo: se il «microcosmo» si coagula dentro la stanza assediata da un inverno che non sa sciogliersi, verso cui nulla può il calore della brace o il profumo della buccia d’agrume; l’isola ci rappresenta in preda ai flutti limacciosi, trascinati dalla corrente, e quel «macrocosmo» ci riconsegna a una prospettiva verticale, che non ci eleva e ci inchioda al nostro essere terreni, alla nostra incapacità di trovare un accordo con l’armonia perfetto dell’universo.

Tuttavia, è qui che Rimolo realizza lo scarto rispetto al piano consueto della lingua, muovendosi lungo il terreno scivoloso dei significati, esplorando e facendo detonare quelle ambiguità che la parola ci offre. La stanza è rifugio e gabbia, la casa non ci accoglie più e la radici sono terremotate, se la scala che doveva condurci al nostro mondo frana e le ginocchia si aprono e diventiamo «gomitoli di ossa, sfere di silenzi», l’amore non ci scalda e non ci salva se la «saliva […] tra le cosce» si fa veleno, se il «guanto copre le voglie» e la pelle è un ricettacolo di ferite aperte. E il mare che avrebbe dovuto regalarci l’approdo sicuro, preservarci dall’affogamento, trattiene solo il rumore sordo delle ossa che si fracassano sulla pietra, azzera nella sua schiuma la nostra deriva, spegne le luci dell’isola nell’oscurità del tramonto.

Si respira ovunque in queste pagine il senso di qualcosa che è andato irrimediabilmente perso, il dubbio lancinante che le cose non ci siano mai realmente appartenute, ma ci siano state date per poco e, dall’altro lato, la necessità di trattenerle, di conservarle, di trovare una geometria nuova che le inquadri e le renda parte di un disegno più grande, tassello di un qualche mosaico. In questo franare di tutto, in questo dissiparsi delle cose sotto il peso del tempo le occasioni private si intrecciano alla storia collettiva, i luoghi che abbiamo abitato, vissuto si mescolano ai lacerti dei paesaggi che abbiamo visto, lo sguardo di Rimolo raccoglie le tracce frantumate di una realtà che pare disintegrarsi davanti ai suoi occhi, pochi oggetti che restano a testimonianza della nostra resistenza, che brillano come antidoti guasti che non hanno saputo salvarci. Anche quel “tu” che talvolta si impone sulla pagina e altrove resta trincerato dietro la parola, è sfuggente e chimerico, veste i panni dell’amante, del padre, del fratello, lasciando che a pesare sia la sua assenza, il suo ostinato non esserci, il suo dileguare che rivela quella stanza «disabitata» e vuota, in cui l’io resta solo a fare i conti con i tanti fantasmi che si affollano a un passo dalla soglia.

Quel «prossimo e remoto» del titolo in fondo non ci parla solo del tempo, dell’erosione incessante che esercita su di noi e sulle cose, ma guarda al nostro ruolo su questa terra, alla nostra collocazione instabile che ci impedisce di farci radice, di trarre un qualche frutto da quella terra secca, di lasciare un solco, una traccia che in qualche modo dica di noi. Parla su tutto, in questo senso, la drammatica agnizione finale: «siamo […] teneri inutili / corpi rigidi adagiati su una terra qualunque / senza nebbia e senza vento che non / vogliamo esplorare, che non sappiamo /stringere, baciare, che lasciamo seccare». Corpi, in fondo, laceri di ferite che non sappiamo rimarginare.


Eleonora Rimolo (Salerno, 1991) è Assegnista di Ricerca in Letteratura Italiana presso l’Università di Salerno. In poesia ha pubblicato: La resa dei giorni (Alter Ego, 2015 – Premio Giovani Europa in Versi), Temeraria gioia (Ladolfi, 2017 – Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva) e La terra originale (Pordenonelegge-Lietocolle, 2018 – Premio Achille Marazza, Premio “I poeti di vent’anni. Premio Pordenonelegge Poesia”, Premio Minturnae). Con Giovanni Ibello ha curato Abitare la parola. Poeti nati negli anni ‘90 (Ladolfi 2019). Dirige la sezione online della rivista Atelier e le Collane di poesia Letture Meridiane ed Aeclanum per la Delta3 edizioni.

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