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  • Emanuele Andrea Spano

«Il buio non vuol esser penetrato»: recensione a "Canzonacce" di Giorgio Galli

«E allora penso che forse non dobbiamo / tanto ascoltare ciò che dentro /ci fa la rissa in cuore, /quanto la canzone dell’insensato / mondo ch’è fuor di noi». Così scrive Giorgio Galli in una delle sue liriche, sciorinando senza mezzi termini quella che è la sua concezione poetica e giustificando forse il titolo scelto per questo libro, uscito l’anno scorso per la Delta 3 edizioni.

Le Canzonacce di Galli sono forse tali perché non temono di sporcarsi del reale, perché trascinano dentro la pagina tutto ciò che sta fuori di noi, lasciando che sia la parola semmai a sublimare le storture delle cose, oppure è il poeta a considerarle tali avvertendo che quella intonazione lirica diffusa e sotterranea, verso la quale tradisce un debito evidente, scricchiola sotto il peso di quella spinta narrativa inevitabile che non può arginare. Sì perché è costante nella sua scrittura una tensione tra poli opposti: la tornitura dei versi, che lambiscono magistralmente la misura dell’endecasillabo, e la necessità di dire, accantonando qualsiasi pretesa metrica e stilistica; la spinta verso l’alto, l’elevazione e dall’altra parte l’attrazione del vuoto che rischia di trascinarci nel fondo e infine la contemplazione che deriva da quello sguardo intatto sulle cose e la tentazione di attraversarle, anche solo con la penna – perché in fondo «il buio non vuol esser penetrato, / solo guardato, lambito di lontano».


Questa attitudine allo sguardo, questa icasticità visiva che spesso si coagula in immagini cariche di pathos e di un lirismo soffuso e malinconico, percorre tutto il libro fino a trovare una sintesi nel racconto di una tela di Chagall e risponde in qualche maniera alla necessità di raccontare, muovendo continuamente l’arco visuale, cambiando prospettiva, passando attraverso lo sguardo degli altri: quello del senzatetto, quello del povero, quello in fondo del portinaio che dalla sua postazione piccola e quasi claustrofobica sa conoscere tutto ciò che accade fuori.

Si ha indubbiamente sempre, leggendo le poesie di questo libro, la sensazione di trovarsi nell’epicentro di un viaggio, un viaggio che non è solo conoscitivo e spirituale, ma anche fisico e geografico, che muove dalle radici del poeta, dalla sua Pescara che è madre e matrigna al tempo stesso, fino alle lande del Kirghizistan o alla bellezza abbacinante di Siena, un viaggio che è anche un attraversare l’universo multiforme dei modelli di Galli, da quello letterario, a quello musicale – Bach, Janacek per esempio – a quello artistico, aggiungendo così alle geografie private del poeta altre geografie fisiche, culturali e umane.

Un viaggio, quello di Galli, che muove dal bisogno di liberarsi del torpore della notte, dalla malinconia delle sere e dei crepuscoli, nella consapevolezza che un giorno non troppo distante in quella stessa notte ci rimescoleremo e annienteremo, ma che, una volta liberatosi dalle curve fangose del reale, cerca di guadagnare il cielo, l’altezza, di trovare in quella verticalità un senso che giustifichi tutte le cose umane.


Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato in Scienze della Comunicazione a Siena. Vive a Roma dove ha esercitato la professione di libraio. Scrive note di lettura, racconti brevi, prose poetiche e “prose” non altrimenti definibili. Ha pubblicato La parte muta del canto (Joker, 2016) e Le morti felici (Il Canneto, 2018); è fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di PaoloNori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016). Nel 2011 ha aperto il blog La lanterna del pescatore. Scrive sui blog.