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  • Alessandra Corbetta

«Apostrofo senza nome dopo»: recensione a "New Jersey di Marco Bini

Qualche giorno fa Simone Gambacorta ha intitolato un suo articolo per «L’Indice dei libri del mese» “La provincia è uno stato d’animo”; io, che stavo rileggendo New Jersey (Interno Poesia 2020) di Marco Bini e che amo rinvenire coincidenze in ogni dove, ho preso questa simultaneità come un segno, sebbene i due eventi fossero del tutto slegati, dal momento che in quella titolatura scelta per altro, ho ritrovato il fiato con il quale l’opera di Bini respira e la messa in luce della misura della profondità di New Jersey che, pur essendo ben più che un libro sulla provincia, fa senz’altro di questo luogo, spaziale ed esistenziale, il punto di partenza per una riflessione sul senso del tempo, del mondo e del sé.

Chi nasce in provincia e la provincia la vive almeno fino alla prima giovinezza sarà legato a essa, in modo indissolubile, per tutta la vita in almeno tre diverse modalità: quella del rifiuto, con conseguente idolatria della città, come se la provincia fosse un limite a; l’adorazione, in virtù della quale è meglio non slegarsi mai dalle sue logiche, perché la provincia protegge e non tradisce, trasformandola però così in una sorta di gabbia dorata; infine la provincia come trampolino-boomerang, che fa tendere alla logiche di città senza rinnegare le origini, alle quali si ritorna con sollievo e piacere ogni volta che se ne avverta la necessità. Marco Bini abbraccia questa terza strada per far conoscere la provincia al lettore, dandole le vesti di un trigger sempre pronto a essere premuto e in grado di riattivare connessioni temporali impossibili altrimenti; in New Jersey si crea, fin dalle prime pagine, una sovrapposizione tra le caratteristiche della provincia e quelle della poesia, entrambe per loro natura indomabili e cifra della mancanza costante di sicurezze in cui si snoda la nostra esistenza. Scrive, a proposito, Cristiano Poletti nella prefazione, riprendendo le citazioni di Luigi Ghirri e Iosif Brodskij poste in apertura alla raccolta, che siamo di fronte a «Un racconto, impossibile. La provincia è così: non si afferra, non ne prendi esattamente tutti i contorni. E lo sai, l’insicurezza è l’approdo che la poesia t’insegna.»

La provincia di Bini, ascrivibile da un punto di vista geografico a quella emiliana ma, in realtà, emblema della provincia in quanto tale, è descritta magnificamente in queste pagine; e uso con coscienza questo avverbio perché a Bini va riconosciuto il grande merito di avere saputo dare voce a questo pezzo di mondo (e modo di concepire il mondo) con perizia di linguaggio e autenticità di visione: in New Jersey i colori, i luoghi, gli oggetti e insieme le parole usate per chiamarli , fino alla descrizione di “scene di provincia” come quella, ad esempio, della sera destinata alla partita di calcetto, mostrano cosa significhi davvero abitare la provincia e, con essa, come i concetti di limite/orizzonte vadano continuamente ridefiniti. Bini, infatti, non schiaccia in un’area recintata ciò che la provincia è o rappresenta ma, attraverso questo topos, riflette su cosa sia il centro e cosa lo stare intorno, su cosa Berlino o altri paesi esteri possano incarnare, su quanto i luoghi possano essere scrigno di ciò che siamo stati e potremo essere. Su cosa sia fare o provare a fare poesia.

La nebbia, i treni regionali, i graffiti, le rotonde sono sempre lì, davanti agli occhi di chi è capace di vedere quello che davvero rappresentano; Bini lo sa bene e ce lo dice, con un linguaggio studiato e immediato al tempo stesso, carico di ritmo, di suono, di ambivalenza e, soprattutto, di rispetto per la parola.

Una raccolta, questa New Jersey, sulla quale occorre riflettere a partire dai molteplici spunti offerti, dalla perizia nella scrittura e, soprattutto, dal coraggio di Marco Bini di fare una poesia autentica, che non cerca di nascondersi in forme astruse per parlare di niente ma che pone la forma al servizio della sostanza; una sostanza che, in quanto tale, insegna, smuove, commuove.



Ha arterie e atri separati, se esagera coi volt

può scoppiare di spavento: è fatta come un cuore

la mia città e pulsa quanto pulsa un verso

sulla punta delle dita quando non si schiude.


Dovevamo vivere su Marte, invece è il regionale

accecato di graffiti che ancora si incannula,

estrae un embolo di sonno e lo reinietta ore dopo.


Mi batte nel petto e spesso non vorrei,

ma quando il sole diventa alluvione sui viali

nell’arancio rivedo in ogni palmo le mie stature,

le duemila e più sfumature del mio distacco.


Pensarci sopra è un’aggiunta e non serve

a questo muscolo involontario che mi richiama

e sgarbato mi rifionda, dopo avermi dato forma –

circospetta, luterana,


Nazareth pedemontana.


*


In cinque contro cinque, campo grande,

il fallo laterale pura speculazione,

neanche l’ombra di una tattica o di un tiglio

mentre il pallone macinava galassie

in volo perenne.


Si perdeva quasi subito il punteggio

protési al bel gesto

che fa leggenda e gerarchia

per lo scontro decisivo che (sapevamo)

mai sarebbe stato in calendario.


Tutti a difendere, poi tutti avanti

compatti e scomposti;

ogni tanto capitava che lancio e scatto combaciassero,

che ci lasciassero

riprendere fiato con le distanze fattesi voragine

a guardare il miracolo del portiere

che non accadeva mai.


*


L’impazzimento per la neve e quei guantini

che chissà se li ho ancora e dove:

nulla immalinconisce come il tuo arcuarti

in fuga dal riquadro, apostrofo senza nome dopo,

sottratta al resto dal tuo durarti dentro,

giovane come si è giovani in VHS.


“Salvo dalla fine della materia

ciò che la materia ha salvato dal ricordo”

penso mentre schiaccio Converti in MP4.


Si consolida fino al taglio una certa piega

una volta presa: così rivedo i precedenti

del tuo continuo scorrere ai margini –

che non è la pazienza dei santi ma la difesa

dei mammiferi più piccoli – e del rialzarmi

solo sulla neve patocca che viene da noi.



Sul 731 per casa


Non è Scerbanenco oggi il bello del tragitto,

ma la copia di te a colori stampata sul vetro

e sui frutteti in scorrimento che guardo, riguardato,

potendo fingere che dietro i Persol non ci sia

lo sguardo migliore da ottenere

fra seggiolini di stanchi, di accaldati e irregolari.


Giochiamo di sponda e con le regole inglesi

in questo biliardo di pupille che corrono evitandosi;

sorridi, ma attraversandomi come il pullman le frazioni,

e non perché immagini di finire in una poesia.


Non ti avevo mai vista e in un giorno fanno due;

è così, quando non esistono attese, che nasce

un’ossessione, o ti ho scritturata io, mentalmente,

per fare il fantasma delle estati passate?


*


Tra le Faber–Castell ne avevo una di un colore

che amavo così tanto – piacere per sottrazione

– da non usarlo mai, se non per qualche parola

a una di quarta alle elementari “Aldo Moro”.


Tutte sfibravano in moncherini, ma lei intera

quasi potesse da sola reggere l’astuccio.

Avrebbe un patrimonio di animali di pezza il Ministero

per la Conservazione di Ciò–Che–Importa–Davvero,


di biro smangiucchiate, ciondoli, braccialetti del mare.

C’è chi si occupa di fronte africano e polare,

di prevedere fatturati fra tre anni, cose che a fatica

starebbero in un verso; di chi catturano lo sguardo


l’erbaccia che vince il marciapiede, l’acqua marcita

tra i vetri dell’extraurbano, i batteri sbattuti nel dondolio?

Si dovrebbero sorvegliare i sabati mattina di luce

e tenerezza: qualcuno dovrà pur farlo, perché non io.


*


“Di’ soltanto una parola e io sarò salvato”:


ma dipende che parola perché –

se non nella parlata di un oblast

o in una lingua nativa dell’Australia

– quella che ci serve, perfetta così com’è


convincente, ebraica quanto basta –

con niente da togliere o aggiungere

come la torta di nocciole di mia madre

– potrebbe non esistere dovendo dire,


tra le varie, incolmabile distanza + la certezza

di un altrove che ci somiglia + l’inquieto

appartenere al luogo che ci ha fatti.

Una parola sola non è così loquace,


ma una breve frase forse sì,

perché risuona, l’una dentro l’altra,

di tutte le sue parti: in televisione

Vasco ha detto alla folla “ce la farete tutti”


e ho pensato ecco nascere una religione.


Marco Bini (1984) vive a Vignola (MO). Suoi testi sono apparsi nelle antologie La generazione entrante e Post ’900 (entrambe Giuliano Ladolfi Editore, 2011 e 2015) e in diverse riviste cartacee e online come “Nuovi Argomenti”, “Poetarum Silva” e “Poesia del Nostro Tempo”. Ha pubblicato le raccolte di poesie Conoscenza del vento (Giuliano Ladolfi Editore, 2011), Il cane di Tokyo (Giulio Perrone Editore, 2015) e New Jersey (Interno Poesia, 2020). Collabora con Poesia Festival in provincia di Modena.

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