«Coccinelle senza fortuna»: recensione a "L’ombra dell’infanzia" di Silvia Rosa
- Alessandra Corbetta

- 24 mar
- Tempo di lettura: 5 min
«E a te non dà pace la bambina / che sei stata» sono versi di Antonio Riccardi contenuti nell’opera Aquarama e altre poesie d'amore, pubblicata per la prima volta da Garzanti nel 2009.
Nonostante siano passati diversi anni da quella uscita, la figura femminile dell’infante si ritrova oggi ad abitare molta poesia contemporanea e a divenirne assoluta protagonista, seppure con esiti stilistici assai diversi e connotazioni differenti.
Penso, per esempio, alla fanciullezza beata, costruita con diminutivi e vezzeggiativi, di Federica Ziarelli (Terra d’Ulivi, 2019) nel suo In erba oppure alla dimensione fiabesca messa in scena da Eva Laudace in Le bambine dai capelli rossi (Capire Edizioni, 2022) o, ancora, ai versi frammentati e dolorosi di Storia della bambina infranta. Dialoghi nudi (Puntoacapo Editrice, 2023) di Luisa Trimarchi.
E si potrebbe continuare con le citazioni, considerando le sole uscite dell’ultimo periodo, ma non si farebbe che scorgere questo spesso fil rouge annodato sull’infanzia, dove alla bambina viene affidato sempre un ruolo di tramite tra due universi temporali e spaziali distanti; la bambina, in altre parole, diviene una sorta di messaggera a cui le autrici affidano il compito di compiere un passaggio, che sia da una fase della vita a un’altra, dal dolore alla ripresa, dall’ingenuità alla conoscenza o dalla separazione alla ricomposizione dell’intero.
Interessante, per questo filone di pubblicazioni, è senz’altro l’ultimo lavoro di Silvia Rosa, L’ombra dell’infanzia, uscito per PeQuod alla fine del 2025, nel quale il focus, posto sempre sulla fase iniziale di una vita femminile, si tinge da subito di nero, colore predominante di tutta la raccolta e ravvisabile già a partire dal titolo e dalla poesia di apertura:
Un’ape allucinata che sbatte contro i vetri,
febbre che arrossa le guance, notte che
batte sui denti cariati. Sono questi i mali
rappresi in segni violacei sul rosa
delle albe d’infanzia, i guasti delle
lucciole che muoiono discrete sotto una
brina spessa. Io vorrei dire invece
lo strappo delle ali che buca la schiena,
la perdita del corpo un pezzo dopo l’altro
sotto il peso di un nome di fango e resina,
che lascia addosso un’onta indelebile
e in gola un fiore di spavento: vorrei
raccontare di come cresce nelle sere
di luna piena, cambiando colore e di come
diventano le mani di una bambina quando
scavano in bocca una fossa di silenzio.

Sebbene le tinte cromatiche menzionate siano molteplici, è evidente come qualcosa di scuro, da intendersi in veste di elemento adombrante e funesto, vada a coprire, a nascondere e poi a cancellare qualsiasi altra sfumatura; per Rosa il male è nell’inizio e quindi difficilmente estirpabile, si costruisce a partire dalla radice del padre che, nella sua assenza pressoché subitanea, genera un vortice di dolore, in cui rabbia e tristezza si confondono e diventano una cosa sola, un unico sentimento di rancore e di condanna.
Eppure si sforzava di essere docile, amabile,
la bambina raggiante che ogni padre porterebbe
orgoglioso al mare, ma nella periferia dello sguardo
di Lui era solo qualcosa da sbucciare, neranerrissima
bambina selvatica che non si lascia domare, una
piccola strega che mastica ingrati anatemi, era
la sentinella in piedi diroccata ma salda negli
avvitamenti del giorno, nelle rade del tempo
perpendicolare, immaginando di continuo come
uccidere l’Orco, come non farsi dominare.
Ricorrendo ad alcuni elementi topici della fiaba, sia in termini stilistici sia lessicali sia di contenuto, e avvalendosi del richiamo ad alcune filastrocche e ninna nanne tipiche dell’infanzia, Rosa dà vita a un processo di ribaltamento, in cui ciò che dovrebbe rassicurare il puer – da intendersi nell’accezione junghiana – è quello che invece lo spaventa, lo rende fragile e insicuro e determina un cammino verso l’adultità assai faticoso, segnato dall’oscillazione costante tra la ricerca dell’altrui approvazione e la rivendicazione della propria autonomia, quest’ultima evidente soprattutto nella sezione Decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco.
L’abbandono subìto è avvertito come qualcosa di disumano e, dunque, sovraumano, e come tale non può essere compreso, come testimoniano i testi di Il dio dei bambini rotti, per questo diviene indispensabile cercare “dei propri simili”, gli unici ritenuti in grado di capire e accogliere una sofferenza di tale portata. Per Rosa questi simili sono “le sopravvissute” a cui l’opera è dedicata e protagoniste della sezione Ciò che hanno fatto di noi.
Prediligendo un verso lungo e un’andatura narrativa, Rosa costringe il lettore a osservare il senza tempo del dolore, quando questo scaturisce dalle figure genitoriali, e a fare i conti con la potenza vacillante della parola, non sempre capace di sottrarsi alla macchia nera delle nefandezze subite.
Eppure, come scrive Franca Alaimo nella postfazione, «Quest’opera costituisce un esempio del fatto che non esista tema, per quanto crudo e doloroso, che i poeti non possano e non debbano far risuonare in versi, simbolizzando, metaforizzando, trovando connessioni verbo-semantiche inusitate, in una sola parola: cantando.» perché, nonostante tutto, è ancora una volta nell’arte e con l’arte che l’essere umano può trovare una via altra per riuscire ad abitarsi, anche quando la casa di sé stesso cade a pezzi.
La luce entrava di taglio
dalla finestra che si affacciava
sullo zucchero filato delle nuvole,
quel cielo ricamato, una placenta
in cui crescevano elefanti, fragole,
gelati, cavalieri che si trasformavano
in fretta portati via dal vento. Nidificare
su una tegola del tetto come certi colombi
dalle piume arruffate, oppure alzarsi
in volo, passerotto nel freddo di gennaio,
questo avrei voluto, seduta a terra,
fissando solo l’azzurro cangiante
incorniciato dietro ai vetri.
Ci sono infanzie che scorrono senza
un boato, altre invece si diramano
in mappe incomprensibili, che non
arrivano da nessuna parte, girando
su sé stesse ripiovono addosso
con un tonfo, una luce abbagliante,
il preludio sgranato del tramonto.

Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e lavora come docente. Ha esordito in poesia nel 2010 con il libro Di sole voci (LietoColle), a cui sono seguite le raccolte poetiche SoloMinuscolaScrittura e Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2012 e 2014), Tempo di riserva (Ladolfi 2018) e Tutta la terra che ci resta (Vydia 2022). Ha curato i volumi antologici: Bestie. Femminile animale, di cui è anche coautrice, e Confine donna: poesie e storie di emigrazione (VAN Editrice 2023 e 2022); Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), con sue immagini fotografiche; Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici (La Recherche 2017), per il quale si è occupata anche delle traduzioni in italiano. Ha scritto il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke 2013) e la raccolta di racconti Del suo essere un corpo (Montedit 2010). Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in diverse lingue, tra le altre: spagnolo nella silloge Tiempo de reserva (Ediciones en danza, Buenos Aires 2022), romeno nella plaquette Treceri (Editura Cosmopoli, Bucarest 2023) e inglese nell’antologia Look what I did about your silence (El Martillo Press, Los Angeles 2025). L’ombra dell’infanzia (peQuod 2025) è la sua ultima opera in versi.




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