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  • Immagine del redattoreMartina Toppi

«Biografie di lampi»: recensione e "Corpi solubili" di Mario De Santis

A 80 anni dal D-Day, il nome di Robert Capa torna a fare il giro del mondo, insieme alle immagini che ritraggono i soldati americani, sopravvissuti all’inferno della Seconda guerra mondiale, fare ritorno alla spiaggia della Normandia dove sbarcarono, otto decenni fa. Allora, a catturare quegli attimi rapidi e confusi c’era lui, Robert Capa, un uomo che non esiste. Il nome fu inventato da una coppia di giovani innamorati del racconto della realtà, Endre Erno Friedmann e Gerda Taro ed è un nome utilissimo per introdurci nelle pagine di Corpi solubili, raccolta di poesie che Mario De Santis firma per la collana Gialla Oro di Samuele Editore (2023). Endre e Gerda si incontrano a Parigi, entrambi appassionati di fotografia, e, dopo essersi innamorati, inventano la storia e il nome di Robert Capa, un fotografo americano giunto in Francia – come i soldati di cui avrebbe poi immortalato i volti in una delle sequenze di fotografie più memorabili della storia d’Europa – per raccontare quei decenni difficili della prima metà del ‘900 sul continente europeo. Un nome, quindi, e una storia che rendevano più semplice ai due giovani fotoreporter raccontare la realtà e convincere gli altri della veridicità di quel racconto, senza mettere in primo piano sé stessi.

 

In Corpi solubili De Santis tenta un’operazione simile, togliendo il sé dal testo poetico per rovesciarci dentro il presente e trovare quella misura di scrittura ideale a riempire ogni capoverso di fermo immagine della realtà, senza che l’io strabocchi mai, ma anzi componendo gli scatti con sguardi plurimi, pixel della memoria collettiva. I “corpi” del titolo, infatti, non a caso sono più di uno perché la narrazione – a tratti cronachistica come a ricalcare quella che è l’altra veste professionale dell’autore, giornalista oltre che poeta – non è mai quella di una singolarità, ma di una storia collettiva colta nell’attimo presente, visto attraverso lo sguardo ora dell’uno, ora dell’altro, ora di molti individui. Il presente è l’unico attimo che ha senso raccontare perché, come scrive De Santis, «ogni altro tempo non esiste, se non l’attesa di un’offerta». Quello stesso momento che a più riprese il rullino di Robert Capa riuscì a immortalare con la sua macchina fotografica, fino ad arrivare al fatidico D-Day, nel giugno di 80 anni fa.

Mario De Santis, Alma Poesia, Copertina, Corpi solubili

Vibrante, in bianco e nero, reale fino alla violenza è l’immagine che Capa restituisce di quel giorno e lo stesso prova a fare il poeta in questa raccolta, dove le tragedie dell’oggi già divenuto ieri (la pandemia da Covid 19 con il suo susseguirsi di «brufen, vitamine, antibiotici libri», o le peregrinazioni dei profughi del Sahara, in un componimento dedicato a Helena Janeczek, che proprio di Gerda Taro ha fatto la protagonista di un suo romanzo)  si mescolano a quelle di un passato più lontano («Il bollettino è incerto, povero Bernacca / ecco le tue correnti dai Balcani, nel gelo che si nega / sull’Europa, mio caro colonnello» scrive il poeta a proposito della guerra nei Balcani; o ancora ripensando ai giorni prima e dopo la strage di piazza Fontana: «E la piazza così piena muore perfetta nei corpi / e invisibile, col sangue nero a trattenere sangue / nei nomi, tutti richiamati all’improvviso, / in un coma e nell’adorazione di figli non venuti, noi»). Il tempo si sfalda, nella narrazione precisa dei momenti che sono o che sono stati. Perde di senso. Nello spazio-tempo, quello propriamente definito e analizzato nella fisica quantistica, tutta la materia biologica si immerge e si sposta – nonostante l’assalto dell’informatica sia penetrante in ben più di un componimento e cerchi spesso di avere la meglio sui corpi. Il poeta, in questo viavai di cellule ed elementi, riesce a ipotizzare altri mondi di cui la parola poetica fa provare nostalgia al lettore, e attraverso questi altri mondi possibili riesce anche a immaginare il domani. In questo gioco di possibilità derivanti dal tessuto fisico, chimico e biologico della realtà emerge anche la sintesi del presente come un tempo di domande e offerte, di ipotesi più che di certezze.

 

Così la poesia diventa cronaca dell’oggi (non a caso chi scrive la raccolta firma anche articoli sui giornali), senza pretendere mai che quell’oggi duri in eterno o finisca per sempre. Non c’è linearità nel tempo di Corpi solubili, che si sciolgono appunto («Venivano tutti al Gianicolo per una guerra di schiume / e non erano altro che risse di erbe, sospesa gravità / del verde più notturno. Intorno strade venivano lavate / al buio, come piste d’aeroplani, sui corpi separati / che atterravano in pozzanghere»), allargandosi e occupando più spazio di quanto dovrebbero, ma anche corpi che si risolvono in qualcosa che promette di diventare altro («È nel muro di calce viva la telecamera, che sgrana / i volti e i corpi senza baricentro, sconfinati»). Come nelle fotografie in cui Robert Capa immortalò i soldati americani mescolarsi all’aria salmastra della Normandia e alla sabbia di quelle spiagge, per diventare qualcosa di più di singoli uomini immersi in un momento di una lunga guerra, ma collettività significante di un momento storico che ha ancora un impatto ineludibile sul presente in cui viviamo. «Nel corpo, soggetto-oggetto della condizione, anzi nei corpi plurali, sta tutto l’impersonale necessario a riscrivere e rinascere delle soggettività» spiega così infatti De Santis l’espediente narrativo e poetico che dà forma a tutta la raccolta.

 

Quando Capa cattura quelle fotografie gettato nella mischia della battaglia, mescolandosi a sua volta ai tanti corpi riversatisi quel giorno sulla spiaggia, Gerda Taro era già altro. Dopo la morte di lei, circa sette anni prima, quando la donna era rimasta schiacciata sotto i cingoli di un carro armato a Brunete, durante la guerra civile spagnola, il suo amante, Endre Friedmann aveva deciso di farsi conoscere ovunque col nome che era stato il loro e dietro al quale avevano costruito una lunga e appassionata narrazione del presente. Di Gerda Taro restano la fama di una donna coraggiosa, una Leica, come scrive nel suo romanzo Janeczek, e un nome d’uomo: «tutto ci sopravvive, cresce tra muffe, bava di batteri / scura, la calma della traccia di una veglia infinita dei cecchini / che aspettano di scoprire, dimenticati da lontano / quanto il mondo sarà piccolo», per dirla con le parole del poeta. Il nome di Robert Capa, nato nome collettivo, ovvero di coppia, si trasforma per diventare identificativo singolare di una persona e poi, negli anni a seguire, punto fisso nella storia di molti altri.

 

Non c’è retorica del “futuro”, (come la definisce De Santis nella raccolta), in questo gesto di Friedmann di appropriarsi di un nome e di una storia che era stata anche della ragazza amata, per poi restituirla alla Storia, ma pura biologia. Ovvero necessità di vivere non solo di sé stessi, ma anche degli altri, come la natura stessa dell’essere umano impone, dalla prima all’ultima cellula. E come la fidanzata, nella raccolta di De Santis, che dopo un litigio con l’innamorato se ne va e passa vicino alle stesse rose sotto cui riposa una donna morta, in non meglio specificate circostanze, e le loro esistenze si intrecciano e si sommano l’una all’altra in una reazione che il poeta riassume così: «Due fidanzati in lite, con lei che se ne va: feroce / si gira, quando lui la tocca, per dirgli a muso duro che - / no, niente (perché è lì che lei la vede. A terra, e sa. Come è finire)».

 

È così negli scatti di Robert Capa, realizzati a braccia alte per sollevare la macchina fotografica sopra la mischia e catturare un momento che potrebbe essere stato visto non solo da Capa ma da qualunque soldato sulle spiagge della Normandia quel giorno: l’osservatore si trova di fronte a un’immagine che è riassuntiva di un “clima” specifico, non solo quello del D-Day ma quello europeo alla metà del secolo scorso. «Il clima, dicono gli scienziati, è una condizione dell’ambiente e dell’atmosfera che lo circonda, che si può definire nell’arco dei trent’anni» spiega De Santis, in Corpi solubili, presentando al lettore trent’anni di scrittura in un’unica raccolta, che guarda l’orizzonte degli eventi mutare, mentre il presente di oggi è già passato e si propone di salvarne qualche cellula o fibra che possa aiutarci a evolvere e muoverci verso qualsiasi cosa segua: «Si raggiunge perfezione / di ni in silenzio, come ostaggi, e in tutto questo / movimento migrante delle foglie, nell’aperto / e deserto in cui si sopravvive, farsi materia / senza gli occhi e tornare da lontano». In questo rimescolarsi di legami chimici la poesia assorbe la crisi ambientale («Ma non c’è amore, solo acume / in questo paesaggio spezzato, quest’agro impegno che diamo / al sottosuolo, quest’uso del concime come una violenza, / il prelievo di ninfe, fantasmi e minerali – è tutto un avvenire / bellissimo in foto, che si sgrana in chimica»), la pausa pranzo degli operai («Ho fissato per anni, al quarto piano di un palazzo, / due fabbriche di carta e pacchi e il rendez-vous degli operai / (tutto il cemento dei muri era bruciato) sdraiati al sole / a bocca aperta»), le guerre del secolo scorso e una riflessione sull’estinzione verso cui ci affacciamo, mentre la morte permea come una delle tante possibilità future ogni componimento. Eventi macro e microscopici per provare a fermare un’epoca e immortalarla, come fece Robert Capa con le braccia alte sopra la testa nell’inferno della battaglia, consapevole che questo potere è proprio solo della morte. E sembra, a chi legge De Santis, che sia proprio solo nelle vicinanze della morte che è possibile trarre una di quelle «biografie di lampi», nell’avvenire della Storia, che suggeriscono qualcosa di noi, collettività storica e umana e di quello che siamo stati o che potremmo essere («Sarà il silenzio l’imprevisto del futuro, / c’è bisogno di incidenti, mulinelli»). Come accade a chi vive vicino al (cimitero) Monumentale: «Se possiamo scegliere l’uscita, l’obbligo / è rimanere nella vita, nonostante si sosti tra i dimentichi / di tutto: del capolinea, dove non siamo stati mai; / del conseguito sangue, atteso in senso inverso / che invece non verrà; del fatto che sia tardi». Tanto che, per immaginare un domani la poesia resta sospesa e la parola lascia spazio al bianco della pagina, riavvicinandosi alla morte e alla Storia dentro la quale cercare uno di quei scatti alla Capa, capace di immortalare nostalgie di altri mondi possibili: «E adesso tutto ricomincerà, nel 1915».



Mario De Santis (Ph. Dino Ignani) Alma Poesia
Mario De Santis (Ph. Dino Ignani)

Mario De Santis è nato a Roma nel 1964, vive a Milano. Ha scritto tre libri di poesia: Le ore impossibili, 2007 Empiria; La polvere nell’acqua, 2012, Crocetti; Sciami, Ladolfi 2015.  Laureato sulla poesia di Cesare Viviani e gli anni ’70 con Biancamaria Frabotta. Oltre ad aver condotto trasmissioni culturali in radio per circa trent’anni, ha scritto per Poesia, Atelier, Nazione Indiana, Doppio Zero, Robinson di Repubblica e realizzato cicli di interviste per Repubblica TV. Attualmente giornalista di area digitale del Gruppo Gedi, scrive di teatro e libri per Huffington Post e Minima & Moralia. 

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