«Un canto che si leva dal cuore»: recensione a «Versi a Dio», a cura di Davide Brullo, Antonio Spadaro, Nicola Crocetti
- Alessandro Pertosa
- 24 feb 2025
- Tempo di lettura: 3 min
La recente raccolta intitolata Versi a Dio (Crocetti Editore, 2024), a cura di Davide Brullo, Antonio Spadaro e Nicola Crocetti, è molto più di un’antologia di poesia religiosa: è un roveto ardente, una teofania letteraria che attraversa epoche e civiltà diverse per restituire all’uomo la voce della sua anima. Un viaggio che parte dai primordi e si inoltra nei secoli, tra culture e tradizioni differenti, convergendo verso un unico punto focale: la sacralità della parola poetica e il suo potere di elevare l’essere umano verso il cielo.
Papa Francesco, nella lettera introduttiva, sottolinea il ruolo imprescindibile del poeta nella società di ogni tempo: egli è «occhi che guardano e che sognano», voce delle inquietudini umane, capace di sondare le profondità dell’animo e di restituirne il senso attraverso i suoi versi. «La vita senza poesia non funziona», scrive il pontefice, evidenziando come la parola poetica non possa essere ridotta a un semplice strumento di comunicazione, ma sia una dimensione che trascende e che contiene in sé il seme del divino. La parola poetica come squarcio verso l’assoluto che abbacina e non si lascia dire, e che tuttavia il poeta – pazzo e sconsiderato – si perita di pronunciare comunque.
Il libro accoglie testi provenienti da ogni angolo del mondo: dai canti cosmologici dei pigmei dell’Africa equatoriale alle invocazioni sciamaniche delle steppe siberiane, dai versi precolombiani del Guatemala al Prologo del Vangelo di Giovanni, dalle poesie mistiche dell’indiano Tukarama a quelle di Cristina Campo, Yose Ben Yose e Mahmud Darwish. Ogni componimento testimonia una tensione spirituale, un desiderio che trapassa l’uomo-poeta, lo attraversa nella gioia e nella sofferenza, si insinua nel vuoto esistenziale e lo riempie con la speranza e con il tormento dell’attesa.
Antonio Spadaro, nel suo saggio introduttivo, riflette sul sottile confine tra poesia e preghiera, un confine che spesso si sgretola, facendo emergere Dio come «terza presenza» nel dialogo tra il poeta e il lettore. Henri Bremond, nota ancora Spadaro, definisce la poesia al pari di «una preghiera che non prega e che fa pregare», sottolineando come la forza evocativa del linguaggio poetico possa condurre l’animo alla contemplazione, anche quando l’intenzione dell’autore non è esplicitamente religiosa.
Se Dio è «il grande poeta dell’umanità », come afferma il pontefice, allora il poeta è il suo testimone, il profeta capace di dare voce all’ineffabile, di catturare quel divino bagliore di cui parla Pindaro e di restituirlo al mondo sotto forma di parola. Ma qui, quando si mettono le mani nella pasta viva della poesia, è del tutto indifferente che si sia religiosi o meno. Perché l’accesso al divino, allo spirituale – quand’anche non si configuri in un Dio incarnato – è prerogativa dell’artista. È prerogativa di colui che non si accontenta dell’immanenza e che con timore e tremore alza lo sguardo al cielo. Dove magari Dio non c’è. Ma quello sguardo lanciato pur sempre all’assoluto attende comunque un segno, una voce, una parola che possa dirsi o udirsi in qualche modo.
Per tornare a Versi a Dio, la poesia qui raccolta è una lotta, una infinita caccia reale, un corpo a corpo con il mistero simile alla lotta di Giacobbe con l’angelo. Il poeta, così come il patriarca, si scontra con Dio, viene alle mani con lui e lo trattiene, lo interroga, lo costringe a una rivelazione. Ferito, continua a lottare; esausto, non cede alla sua esigenza primigenia: la ricerca del senso. Nella sua ostinazione, nella sua disperata resistenza, il poeta balbettante strappa a Dio la benedizione della parola e la incide nei suoi versi.
Versi a Dio non è solo una raccolta di poesie, ma è un canto d’amore che si leva dal cuore. È un’esperienza spirituale, un cammino attraverso i secoli e le culture, un invito a riscoprire la dimensione sacra della parola e della vita. Un libro necessario per chiunque voglia intraprendere questo viaggio nell’anima dell’umanità , alla ricerca di Dio attraverso la bellezza della voce che tenta di dire ciò che non si può dire.

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