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  • Luca Gamberini

Nota di lettura a "Canto del vuoto cavo" di Francesca Innocenzi

40 senryu doppi/ 20 tanka


Senryu, dal giapponese “salice di fiume”. Componimento tipico di tre versi che si denota per la struttura di 5-7-5 sillabe. Tanka, letteralmente “poesia breve”, componimento un po’ più lungo del precedente, ma anche riconosciuto quale la più antica forma poetica giapponese, che si denota per la struttura sillabica 5-7-5-7-7. Partiamo da qui. Dalla scelta della forma. Che in poesia è sempre sostanza, anche più della sostanza stessa.


E prima ancora di parlare delle tematiche affrontate in questi 60 componimenti è necessario riflettere sullo stile. Che non è esercizio di stile. Ma è scelta, precisa e puntuale. Tanto che la raccolta è perfettamente equilibrata nel peso delle parole. 40 senryu doppi e 20 tanka, quasi a bilanciarsi reciprocamente in termini di densità strutturale. Una finezza elegante. Come eleganza e ricercatezza si avvertono anche nelle continue citazioni latine e greche, ma anche in altre lingue, che si susseguono.


dire. chiosare –

adýnaton amore

adýnaton tu.


e ancora:


hic et nunc, qui e

ora il dio eterno,

il San Vicino.


e proseguendo:


scatto a salvare

l’éscaton della vita

appeso al chiodo.




Che cosa possono suggerirci componimenti così brevi, ma anche così intensi? Sicuramente, pensando alla tematica del senryu verebbe da interrogarsi quanto sfogo psicologico ci sia dietro questi testi. Per sua natura il senryu nasce con questa primaria finalità comunicativa, salvo poi trovare comunque diverse declinazioni. Ma se lette con cura le poesie di Innocenzi riverberano una certa rabbia, che attraversa l’animo umano e ha rimandi sia amorosi che intersecati con il quotidiano:


i mantenuti dallo Stato negli hotel

con cellulari


costosi – gabbie di sproloqui su mondi

che non si sanno


e poi:


on the dark side.

schianto di luna persa

tra i gerani


l’ossesso chiama

spettri di cavo sole

dentro l’abisso


Affreschi d’amore e di attualità ricorrono molto spesso nella prima sezione della raccolta dove a una certa inquietudine sottotraccia si associano – diremmo se fossimo nel campo dell’arte figurativa – motivi naturalistici, floreali e climatici. Sono componimenti taglienti, immediati, acutissimi tanto da lasciare una cifra necessaria di indecifrabilità. Di questa non immediatezza è densa tutta la raccolta ma è proprio qui che si svela l’artigianato poetico di Innocenzi.


avere il cuore doppio è una condanna

in questa parte


di universo. qui la bilancia stringe,

dosa l’amore.


Ma ecco che improvvisamente, senza alcun segno distintivo di riconoscimento, si entra nella seconda sezione, quella dei tanka. Venti tanka si susseguono incessanti e se da un lato – vista la maggior ampiezza testuale – sembra di cogliere più dettagli di significato, in realtà ci troviamo all’interno di un labirinto ancora più ammaliante:


maggio, racconta

la verità del cuore.

da tanto verde

assorda in silenzio

il parco diroccato


Sembra quasi un’opera metafisica. Verità universali e incastri ecologici. Difficile riuscire ad arrivare un punto definito se non abbandonandosi completamente al testo.

Interessante in questa parte della raccolta la presenza di alcuni micro componimenti: come il dittico della bambola Emilia e il trittico dell’altrove andato. Si tratta di micro-racconti nel racconto. Denotano grande cura e ricercatezza sia nei vocaboli che nel significato.

Dal dittico:


II.


la bambola è lavata, il vestito è nuovo, tutto di raso, splende come

luce nell’acqua trema


Mentre dal trittico:


gli sguardi, gli occhi

confonde il ricordo i suoi e quelli del vicino. Pareva

spruzzo di nera pece.


Di fatto cosa resta allora di una raccolta che procede per abbagli lucentissimi?

Avviene uno strano effetto come di simbiosi totale tra testo e immagine laddove non si riesca più a definire con certezza che cosa sia immagine prodotta dal testo e che cosa invece sia realtà visibile. Parafrasando Hegel, secondo il quale tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che reale è razionale, qui non è più chiaro cosa sia cosa.


ti è riuscito giocare con fantasmi

da sempre. fiero

pasto servito al verme

che nelle vene scava


Resta però un senso di cavità, che rimanda al titolo della raccolta. La cavità nella quale la poesia è penetrata perché in grado di penetrare il reale. Di andare di fatto oltre. Anche se Innocenzi non permette che troppa razionalità possa attecchire in questo cavo, che di fatto è spazio creato, quasi come fosse scarto:


le cose stanno anche se non le vedi.

sul riverbero sosti, millimetrico

angolo di scacchiera.


Francesca Innocenzi è nata a Jesi (Ancona). È laureata in lettere classiche e dottore di ricerca in cultura di età tardoantica. Attualmente insegna nella scuola secondaria di secondo grado. Ha pubblicato la raccolta di prose liriche Il viaggio dello scorpione (2005); la raccolta di racconti Un applauso per l’attore (2007); le sillogi poetiche Giocosamente il nulla (2007), Cerimonia del commiato (2012), Non chiedere parola (2019), Canto del vuoto cavo (2021); il saggio Il daimon in Giamblico e la demonologia greco-romana (2011); il romanzo Sole distagione (2018). Ha diretto collane di poesia e curato alcune pubblicazioni antologiche, tra cui Versi dal silenzio. La poesia dei Rom (2007); L’identità sommersa. Antologia di poeti Rom (2010); Il rifugio dell’aria. Poeti delle Marche (2010). È redattrice del trimestrale di poesia «Il Mangiaparole». Ha ideato e dirige il Premio letterario Paesaggio interiore.

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