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  • Mario Saccomanno

Nota di lettura a "Zebù bambino" di Davide Cortese

Nella raccolta Zebù bambino (Terra d’ulivi edizioni, 2021), Davide Cortese pone una serie di domande incalzanti che rispecchiano un atteggiamento mentale situato alla base delle sue ricerche poetiche. Di sicuro, tutti i quesiti e i relativi approdi delle indagini sono sorretti da un linguaggio ironico e pungente che, in ogni pagina dello scritto, riveste un ruolo decisivo.

In merito, quanto risulta opportuno sottolineare è notare come nella silloge non ci sia mai una chiara preminenza dell’intellettualismo. Eppure, questo non significa affatto che alla sfera intellettiva venga assegnata una funzione subalterna da inquadrare in una struttura gerarchica complessiva ben delineata. Tutt’altro: l’importanza dell’intellettualismo resta comunque lampante, solo che Cortese lo colloca in un contesto ben più ampio. Infatti, coi suoi versi l’autore sembra indicare a gran voce come l’intelletto e, ancor di più, la ragione, col suo tendere all’assoluto, restano pur sempre una piccola parte della conoscenza.

Dunque, in Zebù bambino la padronanza effettiva della fenomenicità e della propria sfera interiore risulta possibile attraverso uno sguardo ben più vasto che accoglie tutti quegli spunti quasi sempre percepiti come un qualcosa di indecifrabile, pregni di disordine e di conclusioni apparentemente illogiche. Così facendo si comprende facilmente la scelta dell’autore di avvalersi dei tratti dell’infanzia. Infatti, le descrizioni e i resoconti poetici poggiano saldamente su uno sguardo perlopiù vergine che si districa nei singoli scorci quotidiani anche e soprattutto con la volontà e il sentimento.

Ci sono alcuni versi presenti nella raccolta che testimoniano in maniera lampante gli aspetti finora evidenziati. Per esempio: «Ha macchiato i calzoni puliti / con il succo di frutti proibiti / poi col verde dell’erba e la terra / dimenandosi a finger la guerra».

Dunque: l’atteggiamento fanciullesco è capace di trasfigurare le certezze, di ribaltarle. Di sicuro, l’operazione poetica, che si basa su una visione desacralizzante, si riflette anche nella scelta stilistica. Da qui, l’importanza della struttura cadenzata, quasi a mo’ di filastrocca – che evince anche dai versi riportati poc’anzi – capace di conferire alla raccolta quel tratto popolare che risulta essere in grado di catturare subitaneamente l’attenzione dei lettori.

Nel testo, l’impossibilità di cogliere una verità assoluta è preminente anche nella sfera religiosa. Del resto, il protagonista è un diavolo bambino. Così, Cortese, mostra come una passiva ricezione di schemi e di simboli ricolmi di astrazioni formano un ethos capace di macchiare sin dai primi momenti i tratti di un individuo. Pertanto, la presenza di quei vincoli possono risultare invadenti per uno sguardo fanciullo che cerca la sua autodeterminazione.

Non solo: l’autore chiarisce a più riprese come nell’uomo convivano freudianamente bene e male. Da questo punto di vista – sebbene i versi riportati in precedenza siano carichi anche di quanto appena sottolineato – è proprio il primo componimento della silloge a risultare paradigmatico: «Scoccano insieme / la mezzanotte e il mezzogiorno. / È l’ora di un eterno crepuscolo. / Due miei volti si specchiano / nelle ginocchia sbucciate / del demone bambino».

Nell’esperienza delle cose del demone bambino – dietro cui si celano i volti dell’autore – si assapora sovente uno stato di incertezza che pone sempre dinanzi a una nuova scelta che appare imprescindibile: l’affermazione o la negazione di quanto, di volta in volta, osservato o pensato. Eppure, questa valutazione non ha mai una veste assoluta, ma mira più che altro a sgombrare la strada da tutti i pregiudizi che la occupano.

Per questo motivo, il tema fondante dell’educazione – che può contrastare le sfere della violenza, finanche quelle più ingenue – si pone a monte dei versi contenuti nella raccolta. L’educazione è da intendere come un processo estremamente complesso in cui prende forma la personalità umana. Di conseguenza, non sorprendono più tutte le zone d’ombra, tutti i voli pindarici e le improbabili conclusioni messe in campo dall’autore nella silloge. Sono aspetti inevitabili, punti indispensabili di quel tipo di conoscenza sottolineato in precedenza.

Cortese, in conclusione, invita all’azione, chiede la riformulazione continua e incessante dei tasselli pensati come definitivi. In questa rivalutazione, fa capire l’importanza di fare leva sulla parte fanciulla di noi stessi. Così, risulta evidente come la conoscenza a cui tende la poetica di Cortese non è affatto enciclopedica. In Zebù bambino non ci si trova dinanzi a una strutturazione sistematica del sapere. Infatti, l’amalgamazione di ogni compartimento forma una reciproca influenza decisiva per il superamento di ogni inciampo quotidiano.



Scoccano insieme

la mezzanotte e il mezzogiorno.

È l’ora di un eterno crepuscolo.

Due miei volti si specchiano

nelle ginocchia sbucciate

del demone bambino.


*


Ha macchiato i calzoni puliti

con il succo di frutti proibiti

poi col verde dell’erba e la terra

dimenandosi a finger la guerra.


*


Nella scatola di bambù

che un giorno gli donai io

serba una bambola vodoo

con le sembianze di dio.


*


A chi aspramente lo rimprovera

per qualche suo scherzo atroce

“L’ho imparato dagli uomini”

ogni santa volta dice.


*


Quando in petto lo strugge

un arcano bisogno d’amore

va a rubare all’emporio del gobbo

un lecca lecca a forma di cuore.


*


Diventerà un bel giovane

il piccolo Zebù.

Presto farà breccia

nel cuore di Gesù.


Davide Cortese (Lipari, 1974) ha pubblicato la sua prima silloge poetica ES nel 1998. Al libro sono seguite le sillogi: Babylon Guest House, Storie del bimbo ciliegia, ANUDA, OSSARIO, MADREPERLA, Lettere da Eldorado, DARKANA e VIENTU, una raccolta di poesie in dialetto eoliano. Nel 2015 Davide Cortese ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia. È autore del romanzo Tattoo Motel, di due raccolte di racconti: Ikebana degli attimi e Nuova Oz, della monografia I Morticieddi – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana e della fiaba Piccolo re di un’isola di pietra pomice. Ha inoltre curato l’antologia-evento “YOUNG POETS * Antologia vivente di giovani poeti” al Teatro Aleph di Roma,“GIOIA – Antologia di poeti bambini" (con fotografie di Dino Ignani) e “VOCE DEL VERBO VIVERE – Autobiografie di tredicenni”.

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