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  • Immagine del redattoreMario Saccomanno

Nota di lettura a "Sciott" di Gabriella Grasso

Nella silloge Sciott (Puntoacapo Editrice, 2024), Gabriella Grasso fa i conti con quella successione di scorci in cui si svolgono gli eventi che denotano cose e persone in modo finito. Nel compiersi di questo proposito, gli stati dello spirito poetante – riflesso del sempiterno porsi dinanzi alla realtà – prendono le mosse da un assunto: trovarsi di fronte a un microcosmo comunque conosciuto, ben noto.

Si badi bene: non si tratta di un confine rassicurante, che smotta la ricerca. Tutt’altro: il punto di osservazione è solo apparentemente comodo. Del resto, in svariati momenti della raccolta risulta ben chiaro come la realtà non sia continua, analoga e immutabile.

Infatti, sovente, Grasso accoglie, rielabora, rovescia gli orizzonti altri rispetto a un luogo, a un punto di osservazione già dato e impresso sin dal titolo della silloge, sciott, «piazza circolare – o quadrata, chi può dirlo» come specifica l’autrice nella Nota introduttiva. Una piazza di paese, Linguaglossa, alle pendici dell’Etna, «approdo di tutte le navi / senza rotta nel ronzio / della notte». Eppure, il ribaltamento a cui si accennava viene compiuto con metodo, indicando modalità, norme, classificazioni attraverso cui dilatare le cognizioni, come presto si dirà.

Intanto, occorre partire dal fango, termine che si carica di significati e che si lega a stretto giro proprio alla piazza («La chiamano da sempre Sciottu, in arabo Sciott, palude, litorale, fango»). C’è in questo modo d’agire il fango pirandelliano della storia, ma c’è pure l’impantanarsi dei propositi del singolo, il lento sbriciolarsi nel già dato.

Da qui si può cogliere un altro elemento fondante che pervade quel canto epico di Grasso, così come sapientemente definisce Pietro Russo nella Postfazione i versi che conformano la raccolta. L’elemento che risulta proficuo passare in rassegna è notare come la poetica dell’autrice non si carichi di mero soggettivismo. Infatti, la commistione pervade ogni aspetto e ne fuoriesce il bisogno di proiettarsi ben al di là della cerchia delle convinzioni, idee o sentimenti che possono scandire una singola veduta. Non che il soggettivo, da intendere come tutto quello che l’individuo prova e sente in sé, non abbia un ruolo fondamentale. Al contrario, è sempre il soggetto che afferma o nega un qualcosa nel giudizio. Eppure, per farlo Grasso mette costantemente in evidenza come abbia bisogno di calpestare di continuo gli altri pensieri, come senta la necessità del fango. Ecco perché in quest’agire subentra comunque il soccorso del già dato, del noto in cui rispecchiarsi per poter rendere corale il proprio stare al mondo.

In questo, pure uno spostarsi di pochi passi si carica dell’urgenza del viaggio: «Il timore di non essere mai / sicuri abbastanza / ti ha sospinto ad un nuovo viaggiare / e tornare / sulle tracce di una polvere stanca / e lo sai / mai dimenticata». Del resto, l’opera di Grasso è un prontuario di incontri, un resoconto della commistione, un luogo in cui il sole e il fango, il puro e l’impuro convivono, si mescolano.

Tenuto conto di questi aspetti, si giunge all’elemento che forse più di tutti connatura Sciott: la dipendenza delle parti in un tutto, il ripercuotere di un aspetto negli altri, l’intercedere fra loro dei legami. È questa solidarietà a divenire fondante, a farsi invito, proposta e finanche dovere per modellare, per rendere il fango argilla, oro. Perciò, ecco l’urgenza del poeta che annusa quest’altra dimensione, che ne comprende la fattezza e l’importanza e, da lì, percepisce il bisogno di mostrarne, proprio tramite l’alfabeto poetico, i tratti affinché si possa giungere a un risultato effettivo, che sia concretamente reale, che possa essere constatato attraverso l’esperienza.

La validità di ciò che potrebbe essere e che non è, dunque; riuscire a far prendere conoscenza diretta dei fenomeni e dei vari processi attraverso la comprensione delle proprie radici; spingere a creare una disposizione che possa rinnovarsi al punto da diventare abitudine.

Tutto questo avviene nella piazza, luogo in cui si sente il peso dell’atto collettivo, in cui ci si sente compartecipi, in cui si condividono discussioni, in cui ci si riconcilia con l’altro, ma in cui, se non si riesce a far emergere le proprie specificità, si diviene limitati, poiché si subisce il peso del condizionamento. Del resto, l’interrogativo che smuove la ricerca poetica è basato sulla possibilità di rendere davvero partecipato questo spazio, dare la possibilità di accogliere, di allargare a dismisura la piazza («Fuori stelle / che muoiono bimbe / in una galassia di latte / e silenzio / meteoriti in corsa nel vuoto / e proiettili a tranciare il vento / di paesi mai sazi di ferro e di fuoco»). L’urgenza del poeta, che «trasluce una forma», è quella di cogliere a fondo i confini fra lo spazio pubblico e il privato, che sempre più appaiono sbiadirsi nel darsi del presente, e indicare altre possibilità, che hanno un fine ben preciso: favorire l’incontro.

 

Gabriella Grasso, Sciott, Alma Poesia, Copertina

 

Sciott

(La piazza)

Sciott era il nome più bello

palude all’incrocio

delle vie delle Esperidi

e pantano di tutte le vite

baldanzose o malmesse

Era piazza, bordello, agorà

chianu

approdo di tutte le navi

senza rotta nel ronzio

della notte

Se la osservi

da una qualsiasi delle sue finestre

questa piazza rotonda e quadrata

quasi inganno di strada

che da vicolo diventa estuario

capirai perché per tutti noi è stata

culla e guado

a un passaggio impervio di fango

che ribolle

di immagini e fiato

 

Il poeta, forse

Trasluce una forma

dall’intreccio dei rami

dalle brecce dei muri


dalle grate di una finestra


dalle orbite di occhi passanti

e di occhi ormai chiusi

da una mano pietosa


Lui cammina tenendola stretta

nel suo pugno

di ferro e di possibilità


poi abbassa lo sguardo

e si muove tra gli altri

quasi ombra

tra ombre, a comporre

una trama di lame e di luce

interrotta


Gabriella Grasso, Alma Poesia

Gabriella Grasso (Catania 1971) vive ad Acireale e insegna lettere. Si è occupata di linguistica della LIS, Lingua Italiana dei Segni (Zanichelli 1998, Del Cerro 1999), di cui è interprete. Scrive per diversi spazi letterari, nazionali e internazionali. La sua opera prima, Quale confine, pubblicata nel dicembre 2019 per le Edizioni Kolibris (Ferrara), ha ricevuto un attestato di merito al Premio Lorenzo Montano 2020 e il premio della critica nell’edizione 2020 dell’Etnabook. Un suo inedito ha vinto il primo premio al Sonetto d’argento-Premio Jacopo da Lentini 2020. Nel 2021 è uscito Il Generale Inverno (Il Convivio, Castiglione di Sicilia). Suoi testi sono tradotti in inglese, spagnolo e cinese. In Secolo Donna 2021 (Macabor 2021) sono presenti sue poesie e un contributo critico sulla sua poetica, a cura di Davide Zizza. Alcuni suoi testi, tradotti in inglese da Ana Ilievska, fanno parte di Guide to Contemporary Sicilian Poetry: an Anthology, a cura della Stanford University (Italica Press 2023).

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