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  • Luca Gamberini

Nota di lettura a "Modi indefiniti" di Federica Gallotta

Ci vuole molto coraggio per essere poeti. Ce ne vuole molto di più per esserlo in questo tempo dannato. Ma occorre una sufficiente dose di follia per raccontare in poesia il tema più abusato di tutti: l’amore. «Che ci dirà mai di nuovo sull’amore Federica Gallotta?» si chiede Gabriella Sica nella pregevole introduzione, nella quale fornisce una mappa concettuale molto utile per indagare la raccolta che segue.

Modi indefiniti (Interno Poesia 2020) presenta infatti una struttura molto chiara e ben delineata. Tre sezioni molto diverse tra loro, sia per estrazione poetica che per lunghezza. Cotidie (e di questa quotidianità se ne avrà presto misura) è la prima di queste, e se è vero che il poeta sceglie con quale poesia aprire la raccolta quasi con la stessa cura con la quale sceglierebbe il nome di un figlio, è innegabile la forza con la quale la Gallotta esordisce.


Ti do tutto fuorché gli occhi.

Lì dentro c’è il paguro senza casa

in una notte di marea da luna piena.

Esaustiva ed evanescente come le onde. Disorientante e fuori orbita come gli occhi che vengono preservati dalla donazione – immolazione, sacrificio – del sé, un sé privo di casa, privo di protezione, privo di qualsiasi identità – casa come riferimento, punto fisso, fermo. È una casa ossimorica, perché c’è un paguro sulla scena, l’animale-casa per eccellenza, che si rifugia in sé e che vive di sé e in sé. Poi arriva la marea da luna piena. E resta solo l’abbandono, la perdita, il darsi iniziale. Era necessario soffermarsi su questa poesia proemiale perché essa offre il tema di tutta questa prima – e più lunga – sezione nella quale si ritorna il tema vitale: «Rimanere sotto la doccia, pensare / di rimanerci in eterno»; «Persino il caffè viene su in fretta, / lo prendiamo e fugge la vita». Allo stesso modo il lessico abitativo: «[…] scrostare questa mia casa / piastrelle pareti pavimenti: tutto. / Ogni angolo, di questa casa, […]», che si interseca col precedente: «Guardo il soffitto, tra poco crollerà”; “La casa non regge – tutti questi / umori strani. / Cede ultimamente / l’intonaco e sgretola: fine sulle / piastrelle»; «Non lasciare la casa».

Ma questa non è solo una sezione “abitativa”, c’è anche tutta la vita quotidiana che dentro prende forma: «Mentre mi taglio un’arancia per farla spremuta», «[…] di credenza o lavello, «La mattina sprimaccio il cuscino». Fotogrammi di vita che hanno un comune denominatore: l’amore. E Gallotta lo sa, poggia l’amore sugli oggetti intorno per comprenderne i mutamenti:


Prende spesso l’amore forme nuove.


Ed è da questa considerazione – cum-sidera, ma anziché gli astri la Gallotta osserva l’amore, per trarne auspici – che scaturisce la seconda sezione Heroides. Le eroine ovidiane arrivano direttamente sulla scena. In realtà sarebbe più opportuno parlare al singolare: è infatti l’autrice l’unica eroina sulla scena, l’io poetico si svela quasi subito:


Cercavo la purezza

grezza della pietra.

Ho trovato un Adone

in copia romana.


La mitologia ritorna – dopo alcune apparizioni in Cotidie – con una precisa dichiarazione di poetica. Fortissima la sonorità e fortissimo il senso illusorio. Non c’è nessun autentico Adone. C’è solo una copia romana, ovidiana, che in un componimento successivo induce tristezza:


Triste è questa condizione

di Cassandra che non vorrebbe

più credere in sé stessa.


Non tutto sembra tuttavia perduto se l’ultimo accenno mitico della sezione è dedicato al mito per eccellenza, al suo lieto fine rivisitato in chiave romantica:


Tornare a Itaca,

non credevo si potesse

con un bacio.


La salvezza ulissiaca attraverso le labbra. Il bacio salvifico. La potenza dell’amore che si torna a svelare prima che abbia inizio il gran finale, di Ridicula, la brevissima sezione conclusiva, ma forse per questo ad altissima densità contenutistica.


Ti lancio dei pugni: sono di carta.

Mannaggia alla poesia, è mia

eppure mi inganna.


Tra io poetico e io narrante non c’è più distinzione. L’autrice parla di pugni, ma sarebbe più corretto parlare di pugna, di battaglia: «Combatto ultimamente contro l’acidità»; «Torna / prima che il macero sconfigga / la poesia»; «l’onda energetica».

La battaglia amorosa con l’amato sta nell’accettazione dell’altro con tutti i suoi limiti e difetti. L’amore in fondo, ci dice la Gallotta, è questo gioco dolcissimo, questo scambio di screzi, punzecchiarsi appassionati e pieni di desiderio: «non avremmo più lingue / da far combaciare». Gallotta sorride, ironica e sarcastica, ma in fondo ci avvisa che l’amore è questo; senza mezzi termini, invita il lettore ad abbandonarvisi come paguri senza casa:


Facciamo il gioco

dell’abbracciato.

Una vola combaciati

sterno e sterno

trovo per il mio orecchio

l’incavo della tua clavicola.


Si continui così finché

entrambi non vinciamo.

Iniziamo?


Federica Gallota (Ph. Officina Visiva)

Federica Gallotta nasce il 13 luglio 1990 a Tarquinia, cittadina sul mare in provincia di Viterbo e da tre anni vive nel capoluogo, dove ha trascorso gli anni universitari.

Nel 2017 consegue la laurea magistrale in Filologia Moderna all’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo e attualmente insegna italiano in una scuola di Tarquinia.

A novembre del 2017 pubblica presso Giuliano Ladolfi Editore la raccolta di poesie Altri nuovi giorni d’amore. Sue poesie sono state pubblicate su riviste e antologie; scrive di poesia per la rivista online Shockwave Magazine.


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