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  • Luca Gamberini

Nota di lettura a "La voce di Apollo" di Massimo Salvati

Massimo Salvati è un esordiente che di fatto è tutto tranne che tale. O quantomeno: la sua raccolta si propone con un taglio sperimentale, da laboratorio. A tratti potrebbe sembrare l’elaborato conclusivo di un corso di scrittura creativa. Ma non è così. A Massimo Salvati sarei curioso di domandare quanto davvero d’amore ci sia in questi testi. La figura di Elena intorno alla quale ruota sia la prima parte – il poemetto Il ricordo – che la seconda – Elena. La rinascita – è probabilmente reale. Non escludo che a Bologna, che fa da sfondo, esista davvero questa Elena. E che la narrazione a tratti stoica e a tratti drammatica, ma pur sempre amorosa, sia fedele a un ipotetico reale. Ma non credo che Elena sia soltanto una donna. Mi inserisco nella luminosa prefazione del caro Riccardo Frolloni: «Dire d’amore è un atto di coraggio […]. Con coraggio Salvati pone al centro la poesia stessa». Apollo non è forse il dio poetico per eccellenza? Sempre Frolloni: «La voce di Apollo è anche quella del poeta».

Le vicende sentimentali sono perno utile e necessario per mettere a nudo il confronto serratissimo – paragonabile a quello che chiunque di noi può sperimentare – con l’amore. La fisicità dell’amore. La fisicità della poesia. La fisica, anzi, della poesia. La matericità. Laddove Massimo Salvati vuol farci credere che si tratti di poesia amorosa, accade qualcosa che lascia leggere in sottofondo che potrebbero trattarsi di versi dedicati non a Elena, ma alla poesia stessa.



[…] Tutta la tua forza strinsi attorno

fino a quando mi guardai allo specchio: io ero lì guardavo le mie cicatrici gemere io ero lì sognavo le tue promesse e quante ne abbiamo fatte?


(pag.22)


D’altra parte Salvati è abile nel raccontare. Adotta infatti uno stile vario e caleidoscopico. Il lessico non gli manca. E nemmeno le letture basilari per chiunque voglia esordire:



Il ricchissimo suono del nihil

tra dosi di sangue e flauto.


(pag.28)


Uno dei versi più famosi di Zanzotto quasi giustapposto ma che trova il suo significato nel sangue e nel flauto. Pan? Marsia. Apollo. Ovidio. Colui il quale osò sfidare la divinità. Il fauno che Dante ricorda – guarda caso dove – in Paradiso (I,20). Il coraggio, l’audacia del poeta.

Quella che ha Massimo Salvati. Sul cui stile c’è tutto e nulla da dire. Tutto perché la ricerca metrica quasi sempre si avverte. Ma nulla da aggiungere perché non usa gli strumenti poetici con retorica bensì con sapienza. E questo ne fa a tutti gli effetti non un esordiente inebriato dalla possibilità editoriale, ma un poeta del XXI secolo che ci inganna: perché vorrebbe parlarci d’amore ma ci racconta della poesia, e di questo eterno divinare la vita, il futuro, noi stessi attraverso i versi.



Ho trovato la mia arte in molti letti.

Ma non sopporto quel sudore che il sole

scalda sulla pelle acida. Non ti sopporto sudore, non ti

voglio e la puzza parla di relitti polvere e

ossa. Ieri sapevi di sesso pelle e

di assoluto baratro come la fossa della mia

fame. Come il solco della sete divide due

calde e tenere e sode su di me e un corpo

che vibra. Che brina di attesa di forme sulle

nostre bocche, come secche e asciutte

quelle tue rive. Potrebbe tornare a bagnarsi

la terra.

Goccia a goccia fondersi in

là, sempre più in là. E lento calmo la mia

lingua, la mia linfa. Sempre più in là la vita.

La mia e la tua trovate negli stessi letti.


*


Nel momento in cui mancava

la tua calma

la bava mucosa dell’universo

ci unisce, ma tu guarda l’avvolgente cumulo

di ricordi e io non so se

ridere e non so se piangere e non so

se perdere la cura di se stessi sia

permesso o vietato.

Dovevi avvolgere così quella tua

città vecchia. Dal primo giorno per vie borghi

all’ultimo metro di vita mi hai

chiuso dentro. Sprangare le porte,

dentare chiavistelli, cicatrizzare uscite.

Non sei più libero mi hai detto, non sei più

niente e sei solo questo. Una voce del tempo

leggera le pareti risale. Trasudano coscienza ed è

la muffa del ricordo.


*


Discorso.

Istanza e flusso

di parole motivate

e ponte

tra il verbo presso e l’io, il mio Dio in principio

– alla fine sempre il tuo giardino.

Uno stretto recinto

a due passi dal nulla.


Classe 1996, laureato in Italianistica e Culture Letterarie Europee, è direttore della rivista di divulgazione culturale «Palin magazine». Interessato alle categorie dell’immaginario e ai cultural studies. La voce di Apollo è la sua prima raccolta poetica.


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